Un talento precoce e indomabile
Ludwig van Beethoven nasce a Bonn nel dicembre del 1770, in una famiglia numerosa. Il padre è un cantante lirico della corte del principe di Colonia, ma non ha i mezzi per insegnare abbastanza al ragazzino, che passa così di maestro in maestro. Ancora bambino dà concerti che rivelano un’abilità precocissima: inizia a comporre a nemmeno dieci anni e, crescendo, insegna pianoforte a rampolli meno dotati. A tredici anni è già organista presso l’arciduca Massimiliano Francesco.
Ma il giovane scalpita. Non ama avere padroni, possiede un senso dell’indipendenza quasi selvaggio: pur avendo bisogno, come ogni musicista dell’epoca, di un mecenate, tiene ferocemente alla propria individualità. Grazie al celebre Haydn ha l’occasione di recarsi a Vienna, dove si distingue nelle esecuzioni presso la nobiltà. La sua carriera sembra lanciata.
Il dramma della sordità
La prolificità creativa rischia però un arresto quando, appena ventottenne, Beethoven avverte i primi sintomi di quella che non è solo una malattia, ma il dramma della sua vita: una sordità che entro i quarant’anni diventerà totale. Per un musicista, la perdita dell’udito è una tragedia paradossale, quasi infernale. Beethoven si chiude sempre più in una misantropia che già in parte gli apparteneva: nasconde il proprio deficit finché può, consapevole dei molti nemici che si è procurato sia per il talento sia per il carattere difficile.
La natura diventa il suo rifugio ed eremo. Eppure la carriera non si ferma: al contrario, la maggior parte delle sue sinfonie più celebri nasce proprio negli anni in cui l’udito svanisce. Nel frattempo si inimica con i suoi atteggiamenti gran parte della famiglia, perde alcuni incarichi, diventa sempre più intrattabile. Dichiarato tutore del nipote Karl, non riesce a rapportarsi con lui. Anche il rapporto con Goethe, più stima che amicizia, si stempera in fretta. Beethoven è sempre più solo. Comunicherà con gli amici scrivendo su fogli di carta. Muore a Vienna nel marzo del 1827, per una polmonite degenerata; al suo funerale, però, accorrono migliaia di persone, ben più affollato di quanto sia stata la sua esistenza.
Quando l’arte salva
Beethoven stesso scrisse che perdere il senso per lui più caro gli era così atroce che, se non fosse stato per la sua arte, per quel talento di cui era pienamente consapevole, probabilmente si sarebbe tolto la vita. È l’affermazione più esplicita di come l’arte possa salvare: la musica gli impedì il suicidio.
Viene spontaneo richiamare un concetto della psicologia di Alfred Adler: la volontà di potenza e la compensazione. Secondo Adler, un’inferiorità, anche fisica, può diventare la spinta a superarsi, a migliorarsi proprio là dove si è feriti. Beethoven nutriva ambizione anche prima, ma è un fatto stupefacente che i suoi capolavori più grandi nascano quando è ormai sordo. È come se sapesse che la musica è dentro, che non ha bisogno dell’orecchio per esistere. La sua arte diventò così il canale in cui riversare una forza che la vita quotidiana non riusciva a contenere.
Un genio senza pace
C’è però un punto cruciale: la musica gli evitò il suicidio, ma non gli diede mai la pace. Ed è forse proprio questa mancanza di quiete interiore a rendere le sue note così intense. Beethoven è universalmente riconosciuto come un carattere complicatissimo: accanto a un sentimentalismo che si accende davanti a un paesaggio, traspare un uomo irritabile, ipercritico, che giudica con ferocia il genere umano. Non fa nulla per rendersi apprezzabile: litiga con gli stessi potenti che gli danno da vivere, non si sa se per coraggio o presunzione. Ha un lato collerico che non sa frenare, è sarcastico più che ironico, egocentrico, come deluso dal mondo e mai ripresosi.
Eppure sa essere appassionato, sensibile, capace di emozionare. Racchiude nella musica la propria essenza e insieme quella capacità di comunicazione che nella vita quotidiana gli manca. In lui è sempre tempesta, e così le sue composizioni sconvolgono. Le sue peculiarità caratteriali erano presenti già prima della malattia, ma furono esasperate dalla frustrazione e dal dolore per la perdita dell’udito. La sua introversione è inguaribile, la sua esuberanza sfiora la violenza, la sua rabbia suona come un accorato appello alla quiete. La serenità gli resterà sempre estranea, fino a sfociare in opere luminose, in un Inno alla Gioia che sa di grazia. Forse era proprio quella tranquillità, che invidiava in alcuni suoi simili, ciò che cercava senza mai trovarla.
Domande frequenti
Beethoven compose davvero da sordo?
Sì. I primi sintomi della sordità comparvero intorno ai ventotto anni, e la perdita divenne totale entro i quarant’anni. Molti dei suoi capolavori più celebri, incluse alcune sinfonie, nacquero proprio negli anni in cui il suo udito svaniva.
In che senso l’arte “salvò” Beethoven?
Egli stesso scrisse che, di fronte all’atroce perdita dell’udito, si sarebbe probabilmente tolto la vita se non fosse stato per la sua arte. La musica gli diede una ragione per continuare a vivere, pur senza restituirgli mai la pace interiore.
Cosa c’entra la psicologia di Adler con la sua vicenda?
Il concetto adleriano di compensazione spiega come un’inferiorità, anche fisica, possa diventare spinta a superarsi. In Beethoven, la sordità sembra aver alimentato una straordinaria energia creativa, trasformando il dolore in genio proprio là dove era stato ferito.
Che tipo di personalità aveva Beethoven?
Un carattere complicatissimo: irritabile, ipercritico, collerico e solitario, ma anche appassionato e sensibile. Tratti già presenti prima della malattia, ma acuiti dalla frustrazione per la sordità. Trovava nella musica la comunicazione e l’espressione che gli mancavano nella vita.
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