Psicologia Clinica e Psicopatologia

Psicologia dello Sport e non solo

«Senza vittoria non sono nessuno.» In un manuale di psicologia dello sport, il passaggio più illuminante non riguarda la prestazione: è un dialogo immaginario sul doping, in cui l’argomento decisivo non è mai il vantaggio fisico. Articolo divulgativo su un volume del 2011. Segnaliamo dove alcuni termini vanno precisati e dove il livello di prove […]

Psicolab — Psicologia dello Sport e non solo
«Senza vittoria non sono nessuno.» In un manuale di psicologia dello sport, il passaggio più illuminante non riguarda la prestazione: è un dialogo immaginario sul doping, in cui l’argomento decisivo non è mai il vantaggio fisico.
Articolo divulgativo su un volume del 2011. Segnaliamo dove alcuni termini vanno precisati e dove il livello di prove richiede cautela. Nulla di quanto segue sostituisce una valutazione professionale.

Il volume

Si tratta di un testo breve, di poco più di un centinaio di pagine, che attraversa sport e psicologia dello sport, psicoterapia della Gestalt, psicologia dell’emergenza, maratona e doping.

L’autore, psicoterapeuta e maratoneta, ne indica il nucleo in una formulazione ricorrente: incontrare una persona che ha una difficoltà, stabilire un contatto reciproco, interessarsi senza giudizio, e accompagnarla verso una maggiore consapevolezza di sé e del proprio contesto.

Una scelta metodologica interessante

Merita attenzione un punto: l’approccio adottato non richiede necessariamente uno studio, e consente di lavorare direttamente sui campi di allenamento e di gara.

È una scelta con conseguenze pratiche reali. Osservare una persona nel contesto in cui la difficoltà si manifesta fornisce informazioni che nessun racconto restituisce: come si comporta prima di una prova, come reagisce a un errore, come sta con gli altri.

Comporta però una perdita che va nominata: viene meno la riservatezza che uno spazio chiuso garantisce. Su un campo, chiunque vede con chi si sta parlando, e alcune cose non vengono dette.

Due precisazioni terminologiche

Il testo definisce lo stato di flusso come uno stato alterato di coscienza in cui tutto funziona alla perfezione.

La definizione va corretta: non si tratta di uno stato alterato, ma di una condizione di assorbimento completo in un’attività impegnativa e alla propria portata, caratterizzata da riduzione dell’autoconsapevolezza e alterata percezione del tempo. È associata a prestazioni elevate, ma non le garantisce né vi coincide.

Corretto invece il richiamo alla zona individuale di funzionamento ottimale: il concetto secondo cui ciascun atleta ha una propria fascia di attivazione emotiva entro la quale rende meglio, e che quella fascia varia da persona a persona.

È un’idea utile perché smonta l’indicazione generica di «calmarsi»: per alcuni la prestazione migliore avviene con un’attivazione elevata, e ridurla peggiora il risultato.

La visualizzazione

Il libro dedica spazio a diversi impieghi dell’immaginazione: individuare un luogo mentale di sicurezza in cui recuperare risorse; ripetere mentalmente un gesto tecnico coinvolgendo tutti i sensi per individuare dove si verifica l’errore; anticipare la prestazione per acquisire sicurezza.

Il secondo impiego è quello con le prove migliori: la pratica mentale del gesto produce miglioramenti misurabili, superiori all’assenza di allenamento e inferiori all’esercizio fisico, con effetti maggiori nei compiti a forte componente di sequenza.

Il richiamo a coinvolgere più modalità sensoriali è appropriato: le prove indicano che l’immaginazione più efficace è quella che include le sensazioni corporee del movimento, non solo la sua rappresentazione visiva.

Sull’uso dell’EMDR per il miglioramento della prestazione va invece ribadita la cautela: quel metodo ha prove consolidate per il disturbo post-traumatico da stress, non per l’incremento prestativo in persone senza quadro clinico.

L’elenco degli stress

Una delle parti più utili è la rassegna delle fonti di difficoltà, perché va oltre la gara.

Comprende i carichi di allenamento percepiti come eccessivi, il confronto con i compagni, il timore di un nuovo infortunio, le pressioni familiari e dello staff, e due voci che raramente compaiono.

La prima è la gestione del successo: controlli, richiesta mediatica, obblighi verso gli sponsor, aspettativa di confermare il risultato.

È un punto importante, perché il successo viene rappresentato come esito e mai come condizione da sostenere. Chi lo raggiunge scopre che introduce un obbligo nuovo (non deludere) che è psicologicamente più gravoso dell’obiettivo di riuscire.

La seconda è la fine della carriera, con la perdita di un ambiente che sosteneva e organizzava la vita.

Il dialogo sul doping

La pagina più notevole del libro è un dialogo interiore sul perché non doparsi.

La sequenza è riportata così: perché fa male (ma se non vinco sto peggio, e la mia vita senza vittoria non ha senso; perché non è corretto verso gli avversari) ma si dopano tutti, e restarne fuori significa perdere in partenza; saresti un falso campione, sarei comunque un campione, e senza vittoria non esisto, nessuno parla di me.

Perché è la parte più preziosa

Perché mostra che gli argomenti razionali contro il doping non toccano la motivazione che lo sostiene.

L’argomento della salute perde davanti a chi ritiene che una vita senza risultato non valga; quello dell’equità perde davanti alla convinzione che tutti lo facciano.

Ciò che resta è l’ultima replica, ed è la più rivelatrice: il problema non è il vantaggio competitivo, è l’identità. Chi ha costruito il proprio valore personale sul risultato non sta scegliendo tra vincere lealmente e vincere barando, sta scegliendo tra esistere e non esistere.

Ne discende un’indicazione concreta e trascurata: la prevenzione più efficace non passa dall’informazione sui rischi, che è ampiamente disponibile, ma dal non lasciare che l’identità di una persona coincida interamente con la sua prestazione.

È un lavoro che riguarda allenatori e famiglie molto prima dei controlli, e che comincia molto presto: nel modo in cui si parla a un ragazzo dopo una sconfitta.

Va aggiunta la parte che il dialogo non contiene: la convinzione che tutti si dopino è largamente sovrastimata, ed è essa stessa un fattore di rischio, perché rende l’uso una condizione per restare in gara anziché una scelta.

Domande frequenti

Cos’è davvero lo stato di flusso?

Non uno stato alterato di coscienza, ma una condizione di assorbimento completo in un’attività impegnativa e alla propria portata, con ridotta autoconsapevolezza e percezione del tempo alterata.

Esiste un livello di attivazione ideale prima di una gara?

Varia da persona a persona: ciascuno ha una propria fascia entro cui rende meglio. Per alcuni la prestazione migliore avviene con attivazione elevata, e ridurla peggiora il risultato.

La visualizzazione migliora la prestazione?

La ripetizione mentale del gesto produce miglioramenti misurabili, inferiori all’allenamento fisico e maggiori nei compiti con forte componente di sequenza. Funziona meglio includendo le sensazioni corporee, non solo l’immagine.

Perché gli argomenti contro il doping convincono poco?

Perché la motivazione che lo sostiene non è il vantaggio competitivo ma l’identità: chi ha costruito il proprio valore sul risultato non sceglie come vincere, sceglie se esistere.

La parte più preziosa del volume non riguarda le tecniche ma il dialogo interiore sul doping, che mostra come gli argomenti razionali (la salute, la correttezza) non tocchino la motivazione reale: chi ha costruito il proprio valore personale sul risultato sta scegliendo tra esistere e non esistere. Da qui l’indicazione più concreta: la prevenzione efficace non passa dall’informazione sui rischi ma dall’evitare che l’identità coincida con la prestazione, e comincia dal modo in cui si parla a un ragazzo dopo una sconfitta. Utile anche l’elenco delle fonti di stress, che include ciò che si trascura sempre: la fatica di sostenere un successo.
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