La posizione discussa
Il testo esamina criticamente il lavoro divulgativo di una psicologa britannica che, riprendendo posizioni di un noto filosofo americano, mette in discussione la concezione ordinaria dell’esperienza cosciente e del sé.
L’argomentazione ricostruita procede così: siamo soggetti a numerose illusioni percettive, non ci accorgiamo di molti dettagli dell’ambiente, non notiamo cambiamenti che avvengono sotto i nostri occhi.
Se la coscienza ci inganna così spesso, cosa impedisce di ritenere che sia essa stessa un’illusione?
Ne discende una tesi provocatoria: quando non ci chiediamo se siamo coscienti, non esisterebbero né contenuti di coscienza né qualcuno che li vive, esisterebbe solo un cervello che elabora in parallelo.
Perché la posizione è seria
Va detto, prima di esaminare le obiezioni, che non si tratta di una stravaganza.
Le ricerche a cui si richiama sono solide: fenomeni come la cecità al cambiamento (l’incapacità di notare modificazioni anche rilevanti in una scena) mostrano che l’impressione di percepire un campo visivo ricco e continuo è largamente ricostruita.
Su questo il dato è chiaro: ciò che crediamo di vedere in ogni istante è molto meno di quanto ci sembra, e il resto è integrato.
La domanda che ne discende è legittima: se l’impressione di ricchezza percettiva è ingannevole, quanto è affidabile l’introspezione in generale?
L’obiezione centrale
Il testo formula l’obiezione principale, che è anche la più antica e la più difficile da aggirare.
Nell’esperienza cosciente, ciò che appare coincide con la realtà dell’esperienza vissuta.
Un dolore può non corrispondere ad alcun danno fisico; un suono può essere un’allucinazione; una percezione può essere illusoria rispetto al mondo esterno. Ma non può essere illusorio il fatto che qualcosa venga provato.
Sostenere che l’esperienza in quanto tale sia un’illusione significa affermare che sembra esserci qualcosa mentre non c’è nulla, ma il sembrare è precisamente ciò che si voleva negare.
È la struttura dell’argomento cartesiano, e il testo osserva giustamente che la posizione discussa lo aggira senza affrontarlo.
La strategia dell’ambiguità
Il rilievo più acuto del testo riguarda il modo in cui la tesi viene formulata.
L’autrice non afferma mai in modo netto che la coscienza non esista: precisa che un’illusione non è qualcosa che non esiste, ma qualcosa che non è come sembra.
Il testo obietta che, applicata così radicalmente, quella formulazione più moderata finisce per coincidere con la negazione, perché non resta alcun contenuto positivo a cui la coscienza corrisponderebbe.
È un’obiezione seria, e riguarda un problema reale nel dibattito: la distanza tra le formulazioni forti usate nella divulgazione e quelle più caute adottate nella discussione tecnica.
Il punto sulla domanda
Un secondo rilievo riguarda l’affermazione secondo cui si sarebbe coscienti solo nel momento in cui ci si interroga in proposito.
La replica del testo è convincente: si possono provare emozioni o dolori così intensi da non lasciare spazio a nessuna domanda su di sé. Questo non significa che non siano vissuti in prima persona.
Il testo individua l’equivoco: quella tesi confonde la coscienza con l’autocoscienza, cioè il provare qualcosa con il sapere di provarlo.
Sono due cose distinte, e la stessa autrice, altrove, riconosce che la coscienza si esprime anche in sensazioni e percezioni.
Sul dolore e la memoria
Un rilievo analogo riguarda l’osservazione che, quando un dolore passa, non si riesce più a ricordarlo davvero, e che l’unico dolore di cui si può essere certi è quello presente.
L’osservazione descrittiva è corretta: la memoria del dolore è effettivamente povera, e questo è documentato.
Ma il testo coglie il passaggio indebito: dalla difficoltà a ricordare un’esperienza non discende alcun dubbio sul fatto che sia stata vissuta. Ricordo ed esperienza sono cose diverse.
La questione del sé
Sul sé la posizione discussa riprende un’idea di lunga tradizione filosofica: che non esista un’entità unitaria ma un fascio di percezioni, e che il sé sia una convenzione, un nome dato a un insieme di elementi.
Il testo la giudica accettabile, ma a una condizione: che quelle percezioni siano accompagnate da esperienza cosciente, e non siano dati raccolti in modo automatico e impersonale.
L’argomento è formulato con efficacia: nessuna quantità di informazioni acquisite inconsapevolmente, per quanto elevata, può dar luogo a una rappresentazione di sé vissuta.
È il punto su cui il dibattito è tuttora aperto, e su cui nessuna delle due parti dispone di una dimostrazione.
Una nota sull’argomento finale
Il testo chiude ipotizzando che le argomentazioni portate a sostegno di queste tesi non siano le ragioni che hanno condotto ad assumerle, ma giustificazioni elaborate successivamente per difendere una convinzione profonda.
Va segnalato che questo tipo di argomento (attribuire una posizione alle motivazioni psicologiche di chi la sostiene anziché ai suoi contenuti) è metodologicamente debole.
Vale infatti in entrambe le direzioni: si potrebbe altrettanto bene sostenere che la difesa dell’esistenza del sé sia motivata dal desiderio di conservare qualcosa a cui si tiene.
Nessuna delle due ipotesi dice nulla sulla verità delle rispettive posizioni, ed è preferibile fermarsi agli argomenti: che il testo, peraltro, formula bene.
Domande frequenti
Cosa sostiene la tesi della coscienza come illusione?
Che l’impressione di essere continuamente coscienti sia ricostruita, e che quando non ci si interroga in proposito non esistano né contenuti di coscienza né qualcuno che li vive.
Qual è l’obiezione principale?
Che un’illusione è pur sempre qualcosa che appare a qualcuno: ciò che si voleva negare (il sembrare) è presupposto dall’argomento stesso.
Cosa confondono queste posizioni?
Coscienza e autocoscienza, cioè provare qualcosa e sapere di provarlo. Si può essere assorbiti da un’emozione intensa senza chiedersi nulla su di sé, e resta un’esperienza vissuta.
Il sé è un insieme di percezioni?
È un’ipotesi di lunga tradizione, accettabile a condizione che quelle percezioni siano accompagnate da esperienza cosciente: informazioni raccolte in modo automatico non producono una rappresentazione di sé vissuta.