La nascita del Sé: lo specchio di Lacan
Secondo lo psicoanalista Jacques Lacan, ciò che anima l’inconscio è il desiderio di ogni individuo di riconoscere sé stesso. Nel bambino il concetto di Sé comincia quando si rende consapevole di essere un’entità distinta dalla madre e dagli altri, attraverso il riconoscimento nel proprio corpo di emozioni, sentimenti e tensioni. È tra i sei e i diciotto mesi che, per tappe, il bambino diventa capace di riconoscere la propria immagine.
Il momento cruciale è quello che Lacan chiama “stadio dello specchio”: il bambino giunge a una rappresentazione totale del proprio corpo quando riesce a riconoscere la propria immagine riflessa, senza scambiarla per un oggetto reale né confonderla con quella dell’adulto. Ma c’è un punto decisivo: quell’Io è in realtà un’immagine ingannevole, perché mediata dall’Altro. È un “Io Ideale” che dipende dall’Altro e si identifica con lui, seguendone leggi e desideri. Fin dall’origine, dunque, la nostra identità si costruisce in relazione a qualcun altro.
Identità e identificazione: due movimenti opposti
L’identità è qualcosa di complesso, tanto che ne esistono diverse forme, a volte apparentemente in contrasto tra loro. Tendiamo, per esempio, a confermare la nostra individualità quando ci sentiamo sicuri all’interno di un gruppo; al contrario, possiamo sentire il bisogno di assomigliare sempre di più agli altri quando temiamo di essere emarginati. Esprimendo la propria unicità, l’individuo esprime la propria identità.
L’identificazione compie invece il movimento opposto: porta il soggetto ad appropriarsi dei valori e delle competenze della persona o della relazione con cui si identifica. Come ha osservato la psicologa Anna Oliverio Ferraris, identificarsi con qualcuno o qualcosa equivale, in un certo senso, a compiere un’esplorazione dell’altro, o insieme all’altro. È un meccanismo fondamentale della crescita, ma anche una lente per capire come si formano i nostri modelli interiori.
I modelli televisivi e i loro messaggi
Tra i tre e i sei anni, i bambini tendono a identificarsi con i modelli offerti dalla televisione, attribuendosi i poteri degli eroi dei cartoni animati. Storicamente, la tv per ragazzi si è a lungo rivolta a un pubblico prevalentemente maschile: i bambini si immedesimavano nei protagonisti, portatori di forza e prestanza fisica, e questa identificazione risultava gratificante. Le bambine, invece, erano spesso relegate a ruoli passivi, come la principessa da salvare, in un immaginario che sottovalutava il ruolo femminile.
Il tipo di modello proposto non è neutro. Alcune figure ricorrenti, come quella dell’orfana, trasmettono un messaggio di solitudine che, facendo leva sul bisogno di sicurezza e affetto del bambino, può evocare la paura di perdere i genitori. È la sfera emozionale a essere coinvolta. E se per un bambino identificarsi con eroi vincenti può rafforzare l’autostima e sostenere la costruzione del Sé, ci si può legittimamente chiedere a cosa contribuisca, per una bambina, identificarsi con modelli femminili privi di autonomia e indipendenza.
I modelli di attaccamento in famiglia
Oltre alla televisione, i bambini si identificano soprattutto con i modelli di relazione stabiliti con la propria figura di attaccamento. Già intorno ai tre-quattro mesi i neonati interiorizzano e memorizzano i modelli relazionali vissuti nell’ambiente familiare, che verranno poi modificati nelle relazioni successive. Se ne possono individuare fondamentalmente due.
Nel primo, il bambino si rappresenta mentalmente il modo in cui i genitori comunicano ed esprimono i sentimenti, attribuendo un significato ai rapporti affettivi, di potere e di sottomissione tra i due. Nel secondo, il bambino prova rabbia, gioia, piacere, senso di colpa o delusione a seconda di ciò che riceve da madre e padre. Si forma così un modello che lo condurrà, in futuro, a cercare e rivivere relazioni affettive simili a quelle sperimentate nel passato.
Dai modelli infantili ai copioni adulti
Durante l’infanzia, in definitiva, il bambino si rappresenta mentalmente l’uomo, la donna, l’amore, confondendo reale e immaginario, proprio come nella teoria dello specchio di Lacan, dove giunge a un Io che resta ingannevole perché mediato dall’Altro da cui dipende. È probabile, allora, che da adulto il soggetto rimetta in scena quegli antichi modelli di interazione, arrivando persino a circondarsi di persone che li rinforzano. In questa dinamica di ripetizione si può leggere anche una delle radici dei comportamenti di dipendenza: la scelta dell’oggetto additivo affonderebbe in schemi appresi molto presto, che l’età adulta si limita a riproporre.
Domande frequenti
Cos’è lo “stadio dello specchio” di Lacan?
È la fase, tra i sei e i diciotto mesi, in cui il bambino riconosce la propria immagine riflessa e costruisce una rappresentazione unitaria del proprio corpo. Secondo Lacan quell’Io è però “ingannevole”, perché mediato dall’Altro: l’identità nasce fin dall’inizio in relazione a qualcun altro.
Che differenza c’è tra identità e identificazione?
L’identità è l’espressione della propria unicità; l’identificazione è il movimento con cui ci si appropria dei valori e delle competenze di un’altra persona o relazione. Sono due processi complementari e opposti nella costruzione di sé.
I modelli televisivi influenzano davvero i bambini?
Sì, soprattutto tra i tre e i sei anni, quando i bambini si identificano con gli eroi dei cartoni. Il tipo di modello proposto non è neutro: figure vincenti possono rafforzare l’autostima, mentre modelli passivi o di solitudine incidono sulla sfera emotiva e sull’immagine di sé.
Che legame c’è tra identificazione e dipendenza?
I modelli relazionali appresi nell’infanzia, con le figure di attaccamento e con i modelli culturali, tendono a essere riproposti da adulti. La scelta dell’oggetto di dipendenza affonderebbe in questi schemi precoci, che l’età adulta rimette in scena e a volte rinforza.
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