Una condizione tra due mondi
Il metodo comunemente usato per stabilire la cecità si basa soprattutto sull’acuità visiva, senza considerare a fondo l’ampiezza del campo visivo e altri fattori che riducono l’uso reale del residuo di vista. Il risultato è che molte persone con un residuo visivo formalmente “sufficiente” affrontano, nella vita quotidiana, quasi gli stessi problemi di chi è considerato cieco, senza però poter accedere agli stessi interventi di sostegno.
La rigida divisione tra “vedenti” e “ciechi” trascura chi si trova nel mezzo: persone che, pur non essendo cieche, sono lontane dall’avere la stessa autonomia di movimento e le stesse opportunità nello studio e nel lavoro. La gravità dei problemi varia in base al tipo di condizione, alla quantità e alla reale funzionalità del residuo visivo, ma soprattutto in base alla capacità di imparare a convivere con la propria condizione.
Il peso psicologico della perdita
I problemi di ordine psicologico condizionano in modo determinante le reali possibilità di recupero sociale. Per chi ha sempre visto bene, adattarsi alla nuova condizione può essere particolarmente difficile, soprattutto se il residuo visivo è molto ridotto. Già l’insorgere della malattia, con il progressivo abbassamento della vista, può produrre uno stato di profonda angoscia, che spinge a cercare senza sosta nuovi esami e nuove terapie, finché non arriva la consapevolezza che non c’è più nulla da tentare.
Questo percorso, che in tempi variabili può condurre dalla vista alla cecità, viene spesso vissuto nella più profonda sofferenza morale, senza un adeguato supporto psicologico. Gli specialisti, per formazione, tendono a vedere il “caso clinico”; i familiari, pur volenterosi, non sempre riescono a comprendere e sostenere chi vive il dramma di perdere, giorno dopo giorno, la propria vista. In queste situazioni, anche quando la perdita non sarà totale, è difficile convincersi di poter essere “contenti” per non essere ancora completamente ciechi.
La perdita dell’autostima
La prima cosa che si rischia di perdere, insieme alla vista, è la positiva considerazione di sé. Il senso di inferiorità, la mancanza di fiducia e la paura di non riuscire sono vissuti emotivi che possono portare a uno stato di inerzia e di isolamento. Non è raro, soprattutto nei contesti socialmente più svantaggiati, incontrare persone che, a causa della sopraggiunta minorazione visiva, rinunciano a riorganizzare la propria vita e vivono in un isolamento rassegnato.
Per questo è necessario un intervento a livello psicologico, volto a ricostruire la fiducia in se stessi, a far riconoscere e comprendere i propri reali problemi e difficoltà, e a favorire (anche attraverso esempi concreti e imitabili) la ripresa di un cammino. Una vita che, nonostante tutto, si rivelerà sempre degna di essere pienamente vissuta.
Farsi capire dagli altri
Una volta ripreso il filo della vita attiva, la persona ipovedente deve affrontare un’ulteriore sfida: far comprendere a chi la circonda cosa realmente vede e cosa no. L’incertezza della sua capacità visiva genera spesso equivoci e difficoltà nelle relazioni, nello studio e nel lavoro. Chi non conosce la condizione può fraintendere, aspettarsi troppo o troppo poco, creando incomprensioni faticose da gestire.
A ciò si aggiunge il fatto che molti strumenti correttivi hanno forme e dimensioni poco gradevoli, che invece di mitigare la difficoltà finiscono per renderla più evidente. Non hanno, come si dice, proprio nulla di estetico, e questo può rappresentare un ostacolo psicologico al loro utilizzo. Anche compiti apparentemente semplici, come muoversi in città dovendo chiedere ai passanti il numero dell’autobus o l’indirizzo, possono generare vissuti tali da scoraggiare la persona dal ripetere l’esperienza.
Un ambiente più accessibile è possibile
Molte di queste difficoltà potrebbero essere ridotte con interventi concreti sull’ambiente. L’autonomia degli ipovedenti, anche di quelli più gravi, migliorerebbe sensibilmente se, per esempio:
- gli attraversamenti stradali fossero meglio segnalati e più sicuri;
- i numeri degli autobus fossero più grandi e ben visibili;
- gli uffici pubblici esponessero cartelli con scritte più evidenti;
- i marciapiedi fossero lasciati liberi da ostacoli;
- i bordi dei gradini fossero segnati con colori di contrasto;
- la segnaletica di vie e numeri civici fosse posta ad altezza d’uomo.
Sono accorgimenti semplici, che spostano l’attenzione dal “limite” della persona alla responsabilità della società di rendere gli spazi accessibili a tutti.
Verso il riconoscimento sociale
Alcune forme di associazionismo tra ipovedenti stanno crescendo, operando seriamente nel campo dell’informazione scientifica, stimolando la ricerca e offrendo notizie utili a rallentare il decorso delle malattie. Unendo le forze e coinvolgendo maggiormente specialisti e operatori sociali, è possibile percorrere con successo la strada che porta al pieno riconoscimento sociale degli ipovedenti.
L’obiettivo è che queste persone possano finalmente essere se stesse, senza doversi sforzare di apparire, a seconda delle circostanze, “vedenti” o “cieche”. È un tema di crescente attualità, se si pensa che la degenerazione maculare legata all’età è oggi la prima causa di ipovisione nei paesi industrializzati e colpisce soprattutto le persone anziane, tra le più bisognose di attenzione da parte della società.
Domande frequenti
Perché gli ipovedenti sono una categoria poco riconosciuta?
Perché la classificazione rigida tra vedenti e ciechi trascura chi si trova nel mezzo. Molte persone con un residuo visivo formalmente sufficiente affrontano quasi le stesse difficoltà della cecità, senza però poter accedere agli stessi sostegni assistenziali.
Qual è l’impatto psicologico dell’ipovisione?
Può essere profondo: angoscia, senso di inferiorità, perdita di fiducia in sé e rischio di isolamento. Per questo è fondamentale un supporto psicologico che ricostruisca l’autostima e aiuti la persona a riprendere un cammino di vita attiva.
Come si può rendere l’ambiente più accessibile?
Con accorgimenti concreti: segnaletica più visibile e ad altezza d’uomo, numeri degli autobus più grandi, bordi dei gradini a contrasto, marciapiedi liberi da ostacoli, attraversamenti più sicuri. Piccoli interventi che migliorano molto l’autonomia.
Cos’è la degenerazione maculare legata all’età?
È oggi la prima causa di ipovisione nei paesi industrializzati e colpisce prevalentemente le persone anziane. Proprio per questo rappresenta una sfida sociale crescente, che richiede attenzione e sostegno adeguati.
Lascia un commento