Cos’è il metodo
Il testo lo presenta come approccio psicoterapeutico che si concentra sul ricordo di un’esperienza traumatica per rielaborarlo sul piano emotivo, cognitivo e delle sensazioni corporee.
Il presupposto teorico è che le difficoltà presenti derivino da informazioni rimaste «congelate» nella memoria, e che l’obiettivo sia riportarle in una forma utilizzabile nel presente, con l’ausilio di stimolazioni bilaterali: movimenti oculari guidati o stimoli alternati.
Il lavoro si estende poi al futuro: si chiede alla persona di immaginare come affronterà le situazioni difficili una volta modificate le proprie convinzioni.
Cosa dice la ricerca
Vale la pena distinguere con precisione tre livelli, perché vengono spesso confusi.
L’ambito con prove solide
Per il disturbo post-traumatico da stress l’efficacia è consolidata. Il metodo è raccomandato dalle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità e da diverse linee guida nazionali, con risultati paragonabili a quelli delle terapie cognitivo-comportamentali centrate sul trauma.
Questo è il suo ambito proprio, e non è in discussione.
La questione della componente specifica
Diverso è il discorso su cosa produca l’effetto.
Gli studi che hanno provato a isolare il contributo della stimolazione bilaterale (confrontando il protocollo completo con versioni prive di quella componente) hanno dato risultati contrastanti, e diverse rassegne concludono che l’efficacia dipenda soprattutto dagli elementi condivisi con altri trattamenti: l’esposizione ripetuta al ricordo in condizioni di sicurezza e la sua rielaborazione.
La questione è tuttora aperta e va presentata come tale.
L’estensione alla prestazione
Qui il quadro è netto: l’uso per il miglioramento della prestazione in persone senza un quadro clinico non dispone di prove comparabili.
Esistono studi di piccole dimensioni, spesso senza gruppo di controllo adeguato, e resoconti di casi. È una base insufficiente per presentarlo come metodo per l’eccellenza.
Il protocollo descritto, esaminato
La parte più istruttiva è l’esame di ciò che il testo propone concretamente. Vale la pena scorrerlo.
- Aiutare la persona a valutare ciò che già sa fare e a concentrarsi sulla prestazione imminente.
- Identificare le distrazioni interne ed esterne, ordinarle per priorità, rimandare quelle meno importanti a dopo l’evento.
- Stabilire quali tempi e quale tipo di preparazione servono.
- Immaginare l’intera prestazione dall’inizio alla fine, con attenzione alle sensazioni corporee.
- Costruire risorse interne, una figura di riferimento immaginaria, un insieme di sostenitori.
- Elaborare un piano d’azione, individuando le qualità disponibili e quelle da acquisire.
L’osservazione decisiva
Nessuno di questi passaggi contiene un elemento specifico del metodo.
Sono tecniche consolidate e trasversali: la prova mentale della prestazione è tra gli strumenti meglio documentati della psicologia dello sport; la gestione delle distrazioni e la definizione delle priorità appartengono a qualunque preparazione; la costruzione di figure interne di sostegno compare in numerosi approcci; la pianificazione per obiettivi è patrimonio comune.
Ciò non significa che siano inefficaci: al contrario, alcune sono tra le più efficaci disponibili. Significa che non richiedono quella cornice, e che attribuirle a un metodo specifico ne confonde l’origine e ne gonfia le credenziali.
Ciò che invece è ben fondato
Due indicazioni del testo meritano di essere valorizzate.
Il rinvio delle distrazioni
Il suggerimento di riconoscere le preoccupazioni, riporle idealmente da parte e riprenderle dopo l’evento è più solido di quanto sembri.
Tentare di sopprimere un pensiero indesiderato lo rende più frequente: è un effetto ben documentato. Rinviarlo, invece, non lo nega, riconosce che esiste e che verrà affrontato, in un altro momento.
La differenza è sostanziale, e spiega perché il rinvio funzioni dove il tentativo di non pensarci fallisce.
Partire da ciò che si sa già fare
L’indicazione di concentrarsi sulle capacità acquisite, nell’imminenza di un impegno, è corretta e va sottolineata.
Nei giorni che precedono una prestazione, cercare di migliorare qualcosa produce di norma un peggioramento: si sposta l’attenzione su componenti automatizzate, e portare l’attenzione consapevole su un gesto automatico lo degrada, è il meccanismo per cui si sbaglia proprio ciò che si sa fare meglio.
La fase finale non serve a costruire, ma a consolidare e a ridurre l’interferenza.
Il rinvio dei temi personali
Il testo suggerisce di dire alla persona che si lavorerà sui temi del passato quando ci sarà più tempo. La scelta è pragmatica, ma richiede un’avvertenza che manca.
Se emergono contenuti significativi (un evento traumatico, un’ansia marcata, una sofferenza persistente) accantonarli per concentrarsi sull’evento imminente non è sempre appropriato. In alcuni casi lo è, in altri significa rimandare una situazione che richiede attenzione.
La distinzione spetta a un professionista sanitario, e non può essere risolta dall’urgenza di una gara.
La precisazione finale del testo
L’articolo chiude ricordando che il metodo non si improvvisa e richiede una formazione specifica, per non incorrere in errori a danno di chi si affida al terapeuta.
È corretto, e vale la pena estenderlo. Lavorare sul ricordo di esperienze traumatiche non è una procedura neutra: può riattivare una sofferenza intensa, e va condotto da chi sappia gestirla, cioè da un professionista abilitato all’esercizio della psicoterapia.
Il che riporta al punto di partenza: se ciò che serve è preparare una prestazione, gli strumenti descritti sono disponibili senza quella cornice. Se ciò che serve è affrontare un trauma, allora si tratta di un percorso clinico, e va chiamato così.
Domande frequenti
L’EMDR è un metodo efficace?
Per il disturbo post-traumatico da stress sì, ed è raccomandato dalle principali linee guida. È in discussione quale componente produca l’effetto, e non ci sono prove comparabili per il miglioramento della prestazione.
Le tecniche descritte nel protocollo sono specifiche di questo metodo?
No. Prova mentale, gestione delle distrazioni, costruzione di risorse interne e pianificazione sono strumenti trasversali, efficaci e disponibili senza quella cornice.
Perché rinviare una preoccupazione funziona meglio che scacciarla?
Perché sopprimere un pensiero lo rende più frequente. Rinviarlo invece ne riconosce l’esistenza e stabilisce che verrà affrontato: non richiede di negarlo.
Cosa fare nei giorni prima di una prestazione?
Consolidare, non migliorare. Portare l’attenzione consapevole su un gesto automatizzato lo degrada: è il motivo per cui si sbaglia proprio ciò che si sa fare meglio.