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Per non dimenticare

“Il Piccolo Principe” non è solo una storia per bambini: è un viaggio psicologico nel mondo dell’infanzia e una pungente denuncia del mondo adulto. Attraverso i pianeti e i loro strani abitanti, Saint-Exupéry ci invita a non dimenticare il bambino che siamo stati e a guardare le cose con il cuore. Questa lettura ripercorre il […]

Psicolab — Per non dimenticare
“Il Piccolo Principe” non è solo una storia per bambini: è un viaggio psicologico nel mondo dell’infanzia e una pungente denuncia del mondo adulto. Attraverso i pianeti e i loro strani abitanti, Saint-Exupéry ci invita a non dimenticare il bambino che siamo stati e a guardare le cose con il cuore. Questa lettura ripercorre il libro come rievocazione dolce e amara, e come racconto misteriosamente autobiografico, che si rivela premonizione nel suo epilogo.

Una storia per bambini, soprattutto per adulti

Si dice che una grande storia sia tale per la sua capacità di condurci a riflettere. In questa qualità “Il Piccolo Principe” va oltre: genera in noi una sorta di rinascita, un’apertura. E chi può resistere a un’apertura? Questo piccolo libro resta ancora oggi una delle più significative storie per bambini. È in rispetto ai bambini la correzione della dedica “a Leone Werth quando era un bambino”: ma quando arriva l’ora per i piccoli di chiudere il libro e andare a dormire, Leone Werth può farsi adulto, come ogni lettore che voglia concedersi la preziosa opportunità di riflettere attraverso la lettura. E può accadere che in quel momento egli torni a ricordare. “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano”, sono le parole del Narratore.

Una storia per bambini, dunque, ma soprattutto per grandi. Intramontabile. Per i bambini, perché risuona con il ricco universo di realtà e fantasia dell’infanzia, aprendolo a un tocco intimo e a una visione libera delle cose. Ma soprattutto per gli adulti, per risvegliare in essi quel bambino che dorme, per non dimenticare, come direbbe il Narratore. Non solo racconto, quindi, ma un viaggio psicologico nel mondo dell’infanzia, dove gli uomini e i pianeti in cui vivono rappresentano vere e proprie realtà che il Piccolo Principe ci riporta a guardare con gli occhi di un bambino.

Il deserto, l’avaria e il bambino ritrovato

Come il Narratore della storia, Saint-Exupéry era aviatore di professione, all’epoca in cui volare rappresentava una eroica sfida. Nel 1935 gli accadde davvero una grave avaria con l’aeroplano, nel deserto del Sahara, dove fu salvato quasi in fin di vita. Il bambino che incontra improvvisamente nel deserto è una parte di se stesso, una parte che non tutti gli adulti hanno la fortuna di ritrovare. Il luogo da cui proviene è il tempo della sua infanzia, senza il quale il Narratore avrebbe finito per dimenticare, come di solito succede ai grandi nel tempo.

Nella narrazione non si fa alcun riferimento all’età del bambino, poiché il Piccolo Principe non risponde alle domande; ma da molti indizi si può ritenere che abbia pressappoco sei anni, l’età in cui si comincia a prendere conoscenza della vita intorno a noi. Ecco perché il Piccolo Principe aveva dovuto lasciare la sua stella e la sua rosa: per conoscere tutti gli altri pianeti che esistevano oltre al suo. Pianeti lontani e diversi, realtà difficili da comprendere, perché gli adulti che li abitavano si erano abituati a vivere attraverso ragionamenti a circolo vizioso, di cui erano ormai schiavi, allontanandosi, come il Piccolo Principe dalla sua stella, dal piccolo mondo della loro infanzia.

La denuncia del mondo adulto

In questo senso “Il Piccolo Principe” è una pungente denuncia del mondo adulto: adulti dai ragionamenti contorti, che sconvolgono la semplicità di un bambino; adulti bizzarri eppure reali, tanto reali da ricordare quelli in carne e ossa che abitano il nostro pianeta. Mondi di personalità psicologiche e umane, come il vanitoso, e realtà professionali interdipendenti, come il geografo e l’esploratore. Pianeti che sono soprattutto realtà mentali, dove uomini contabili e paradossi numerici si alternano a re senza sudditi.

Il re di un regno disabitato è un’esemplare metafora della solitudine dell’anima, che può condurre alla cecità fino alla negazione del proprio stesso isolamento. L’ubriacone che beveva per dimenticare che si vergognava, e si vergognava di bere, prima di cadere nel silenzio, incarna l’adulto che ha perduto il senso della propria esistenza. Il vanitoso, che dava ascolto solo a chi si dichiarava suo ammiratore, è la metafora ironica dell’uomo narcisista, malato di sé e del proprio “Io” ingombrante. L’uomo d’affari passa il tempo a contare le stelle, nell’illusione che contandole gli appartengano e che possederne tante significhi essere ricco. Il geografo, infine, basa il suo lavoro sulle ricerche degli esploratori, ma non conoscendone nessuno vive nell’ignoranza.

Il vizio di dimenticare

Questi mondi bizzarri eppure reali, in cui lo stesso Saint-Exupéry aveva imparato a vivere, si erano a poco a poco ingoiati l’immaginario del bambino di sei anni che era stato, esattamente come il serpente boa si era ingoiato l’elefante tutto intero. Così quel bambino era scomparso sotto quello che a tutti gli adulti sembrava soltanto un cappello, dimenticandosi di essere mai stato un bambino. Uno dei vizi più gravi degli adulti, denunciati dal Narratore, è proprio quello di dimenticare: e ricordare quel piccolo mondo acquista allora il significato di un dovere morale.

È un mondo fatto dell’anima delle cose, in cui è possibile inventare tutto e a cui non fanno ostacolo le leggi fisiche né quelle numeriche dell’astronomia, altro vizio degli adulti, che hanno bisogno di calcoli per comprendere. È per questo che la stella del Piccolo Principe è conosciuta con il nome di asteroide B 612: per credere alla sua esistenza, agli adulti non basta sapere che esiste e che c’è una rosa, ma servono dati numerici, misure e distanze. Le piccole cose, come l’esistenza di una rosa, non bastano agli adulti per credere.

La confessione e l’epilogo premonitore

Il bambino che si presenta improvvisamente nel deserto è il Principe di quel piccolo-grande mondo, e consegnerà al Narratore, il pilota impegnato a riparare l’avaria, “le grandi cose imparate nel deserto”. Un bambino di sei anni può insegnare grandi cose, che persino le maestre hanno dimenticato. È il momento in cui il racconto diventa intima confessione, nel ricordo di un tempo in cui anche il Narratore “guardava non con gli occhi ma con il cuore”, capace, come il Piccolo Principe, di trovare le pozze una volta esaurita l’acqua.

Pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, nel 1943, il 31 luglio 1944, durante una missione nella regione di Grenoble-Annecy, Saint-Exupéry fu dato per disperso, sparendo nel nulla. Alla luce della sua morte, l’epilogo del Piccolo Principe acquista il significato di una miracolosa visione: come quel bambino, il Narratore scompare nel silenzio. “Cadde dolcemente come cade un albero, non fece neppure rumore sulla sabbia”; “ma so che è ritornato nel suo pianeta, perché al levar del giorno non ho ritrovato il suo corpo”. Nonostante le ricerche, il corpo dell’autore non fu mai ritrovato, né dell’aereo fu rinvenuta traccia. Scomparve per sempre con il suo mistero il pilota-poeta soprannominato Pizzicalaluna, per il naso rivolto verso l’alto: continuare a vivere senza volare gli sarebbe stato troppo triste, perché anche per lui il desiderio della rosa era stato troppo forte per potervi resistere ancora.

Domande frequenti

Perché “Il Piccolo Principe” è un libro anche per adulti?

Perché sotto la forma di racconto per bambini nasconde un viaggio psicologico e una denuncia del mondo adulto. Serve a risvegliare il bambino che dorme in ogni adulto e a ricordargli di non dimenticare la semplicità e lo sguardo dell’infanzia.

Cosa rappresentano i pianeti e i loro abitanti?

Sono realtà mentali e umane: il re senza sudditi (la solitudine dell’anima), il vanitoso (il narcisismo), l’ubriacone (la perdita di senso), l’uomo d’affari (l’illusione del possesso), il geografo (l’ignoranza di chi non conosce il mondo). Ciascuno è una metafora di un vizio adulto.

In che senso il libro denuncia il “vizio di dimenticare”?

Perché gli adulti, crescendo, dimenticano di essere stati bambini e perdono la capacità di guardare con il cuore. Ricordare quel mondo interiore diventa, per il Narratore, un vero e proprio dovere morale.

Perché l’epilogo è considerato premonitore?

Perché il Piccolo Principe scompare nel silenzio, senza lasciare il corpo, e poco dopo la pubblicazione Saint-Exupéry sparì davvero durante una missione, senza che il suo corpo o l’aereo fossero mai ritrovati. La finzione anticipa la sorte reale dell’autore.

“Il Piccolo Principe” è un viaggio nell’infanzia e una critica del mondo adulto: i pianeti e i loro abitanti sono metafore dei vizi che ci allontanano dalla semplicità e dallo sguardo del cuore. Il messaggio del Narratore è un invito a non dimenticare il bambino che siamo stati. E l’epilogo, alla luce della misteriosa scomparsa di Saint-Exupéry, trasforma il racconto in una commovente premonizione.
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