Psicoterapia e Psicoanalisi

Pensier’azione: Take Care conversazionale nella storia di malattia

Guarire non è solo diagnosi e cura: è un processo che passa attraverso la relazione con l’altro, il professionista sanitario, e quindi attraverso la comunicazione. Il “take-care conversazionale” mette al centro la grammatica umana del comportamento, sorriso, tocco, suono, come strumenti fondamentali per accogliere chi sta guarendo e aiutarlo ad abitare la propria storia di […]

Psicolab — Pensier’azione: Take Care conversazionale nella storia di malattia
Guarire non è solo diagnosi e cura: è un processo che passa attraverso la relazione con l’altro, il professionista sanitario, e quindi attraverso la comunicazione. Il “take-care conversazionale” mette al centro la grammatica umana del comportamento, sorriso, tocco, suono, come strumenti fondamentali per accogliere chi sta guarendo e aiutarlo ad abitare la propria storia di malattia. Un approccio in cui il pensiero si fa tutt’uno con l’azione, e nessun dettaglio della relazione è superfluo alla cura.

Guarire attraverso l’altro

Il processo di guarigione, che nel linguaggio medico si articola in diagnosi e cura, comporta la necessità di rapportarsi con un’alterità offerta dalle varie professionalità sanitarie. È un processo sostenuto, sul piano affettivo e cognitivo, dal confronto con l’altro professionista. La qualità dei contenuti affettivi e cognitivi che circolano tra sanitario e paziente dipende dalla qualità della comunicazione, nelle sue dimensioni sintattica, semantica, pragmatica e metacomunicativa.

Prima di essere identificato come professionista della salute, il sanitario è “l’altro da me”: l’altro che, nell’aspettativa del paziente, mi aiuterà. La domanda intima principale è: capirà? E capirà anche ciò che non so spiegare, ciò che non riesco a portare in superficie? La capacità di rispondere in modo funzionale ai bisogni personali degli utenti, definita responsiveness dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è un elemento che caratterizza la qualità della relazione tra operatore sanitario, paziente e famiglia. Dalla declinazione pragmatica di questo complessissimo rapporto, e dal processo di reciproca conoscenza, dipende in gran parte la qualità della cura e la narrazione della personale storia di malattia. La comunicazione è l’essenza del prendersi cura, la rete attraverso cui gli operatori trasferiscono le cure.

Conoscere è un atto duale

L’altro non è mai del tutto estraneo a noi stessi: lo riconosciamo perché è avvenuta una corretta differenziazione, e perché in fondo ci appartiene. Proprio perché “differenti” ci conosciamo: ogni processo di conoscenza trasformativa presuppone la consapevolezza della differente conoscenza delle cose che già conosciamo. Per questo è spesso costoso, sul piano cognitivo e affettivo: non solo impariamo qualcosa di nuovo, ma dobbiamo imparare a impararlo, perché gli strumenti che possediamo sono insufficienti.

La responsiveness non riguarda solo pazienti capaci di capire, ma persone desiderose di partecipare, comprendere, crescere e trascendere la malattia. Da parte dei sanitari nasce così la necessità di lavorare all’insegna della biosingolarità, con mappe mentali specifiche, imparando la flessibilità per sintonizzare la comunicazione su frequenze via via diverse. La conoscenza, dunque, non è nell’uno, totale e immediata, ma duale, legata alla proposta dell’esperienza dell’altro. Ogni conoscenza trascende l’io e ne permette l’evoluzione: la malattia, come storia, è un atto evolutivo.

I “pensier-azione”

Come conosciamo? Attraverso la continua e faticosa esperienza dell’altro, semplicemente perché altro da noi. È perciò necessario sostenere “colui che guarirà” nelle fasi di costruzione di una relazione con “colui che lo guarisce”. I nostri malesseri, fisici, psicologici o sociali, ci portano a esplorare lati sconosciuti e minacciosi; ma all’interno del labirinto in cui si perdono le certezze è possibile esplorare relazioni, cioè azioni in rete che recuperano e fanno approdare a riva l’esperienza dell’altro.

A questo scopo l’operatore conversazionale può utilizzare schemi di comportamento, o “pensier-azioni”: frammenti intuitivi, insight, canali attraverso cui distinguere dettagli d’azione da “mettere in scena” con l’altro, per offrirgli l’occasione di rintracciare significati nuovi e dettagliare l’esperienza. Una sospensione, una virgola, una lunghezza di silenzio su ciò che viene dato per scontato. Dare significato alla ragnatela del ragno, alla geometria delle emozioni, all’esperienza del perdersi, e rintracciare la strada in quell'”inferno scatenato” evocato da Montale, che nei suoi versi descriveva la distanza e le mura del ricordo.

La grammatica umana del comportamento

Qual è l’innesco? Qualcosa di apparentemente banale, perché la grammatica della comunicazione è il mezzo principale, ma essendo scontata e conosciuta viene sottovalutata nel suo valore intrinseco e nella sua capacità trasformativa. Il take-care conversazionale recupera l’utilizzo della grammatica umana del comportamento, sorriso, tocco, suono, come dimensione familiare, la conversazione, conosciuta da sempre, confortevole, tappeto d’incontro tra l’operatore e chi sta guarendo, perché il processo di guarigione è sempre in atto.

Il tocco come presenza, il sorriso come poligono espressivo, il suono come parola sono funzioni esercitate nella comunità degli esseri umani, ma per l’operatore diventano i mattoni su cui costruire azioni in rete: costruzioni e decostruzioni di una realtà che, prima ancora che organica, è fantasmatica, creazione virtuale e sfocata della memoria delle cose più che dell’esperienza delle cose in quel momento. Così, la rianimazione può essere vissuta come un luogo dove si “resuscitano i morti” più che come un luogo di cura: cambiare il nome non cambia ciò che vi accade, ma cambierebbe la costellazione immaginaria della famiglia e del paziente, modificando l’esperienza. Del resto, c’è differenza tra sogno e realtà quando sogniamo?

Smantellare la paura, abitare l’esperienza

La consapevolezza che chi guarisce vive sospeso in un tempo-spazio che va co-costruito permette all’operatore di agire frammenti dell’aver cura conversazionale, richiamando l’esperienza della conversazione come tecnologia usata fin dall’antichità per creare habitat relazionali di scambio, collocati nel “qui e ora”. Fanno paura le cose o ciò che immaginiamo che esse siano? Occorre smantellare gradatamente la costruzione fantasmatica, orribile e paurosa. Take-care conversazionale significa aiutare l’altro a caratterizzare in modo familiare i tratti dell’ambiente che lo circonda, a stare nell’esperienza, a ridimensionare il sogno per vivere piani di realtà. Tutto è trasformato dalla paura e assume un significato altro, ma l’operatore può disseminare, durante tutte le sue azioni, opportunità di incontro conversazionale.

La sua dimensione è l’atmosfera adeguata a incontrare l’altro così com’è, per accettarlo così com’è: primo grande traguardo dell’esplorazione. Il contatto con chi guarisce ha un sapore quasi magico di trasformazione, e colorare l’incontro con chi deve guarire contiene già in sé il germe della cura. Ci conosciamo e prendiamo consapevolezza l’uno dell’altro attraverso reciproche esperienze visive, tattili, olfattive, un tessuto di scambio di decine di informazioni più o meno consapevoli. Ci tocchiamo per darci la mano, ci guardiamo negli occhi, sorridiamo, udiamo le voci; e in pochi attimi, talvolta inconsapevolmente, decidiamo strategie relazionali. Parliamo e facciamo pause, pause e parole, perché, come si è detto, forse è nella pausa e non nel fischio che i merli si parlano: parlarsi tacendo è sempre possibile, il problema è capirsi.

Take-care conversazionale, prima che una prestazione, è uno stato d’animo e un’intenzione, perché il pensiero sia tutt’uno con l’azione: significa esercitare capacità comunicative di qualità fluida, elevata mobilità e alta densità, destinate a scorrere le vie e le viuzze che l’altro ci mostra. Lungo questi sentieri si rintracciano gli elementi che il malato utilizza e la dinamica della costruzione dei suoi pensieri: è necessario partire da questo materiale per co-costruire panorami diversi. E niente, in questo ambiente, è superfluo alla cura.

Domande frequenti

Cos’è il “take-care conversazionale”?

È un approccio all’aver cura che pone la comunicazione al centro della guarigione. Utilizza la “grammatica umana del comportamento”, sorriso, tocco e suono, per accogliere chi sta guarendo, aiutarlo ad abitare la propria storia di malattia e smantellare le paure legate all’immaginario.

Cosa si intende per responsiveness?

È la capacità, definita dall’OMS, di rispondere in modo funzionale ai bisogni personali degli utenti. Non riguarda solo pazienti capaci di capire, ma persone desiderose di partecipare, comprendere e crescere attraverso l’esperienza della malattia.

Cosa sono i “pensier-azione”?

Sono frammenti intuitivi, insight e dettagli d’azione che l’operatore mette in scena con il paziente per offrirgli l’occasione di rintracciare significati nuovi. Una pausa, un silenzio, un gesto su ciò che è dato per scontato possono dare senso all’esperienza del perdersi.

Perché sorriso, tocco e suono sono così importanti nella cura?

Perché appartengono alla grammatica umana più antica e familiare. Proprio in quanto scontati, il loro valore trasformativo viene sottovalutato: sono invece i “mattoni” con cui costruire una relazione di cura, un tappeto d’incontro nel qui e ora tra operatore e paziente.

Guarire è anche un fatto relazionale: la comunicazione è l’essenza del prendersi cura. Il take-care conversazionale valorizza gli strumenti più semplici e antichi, sorriso, tocco, suono, per accogliere chi soffre e aiutarlo ad abitare la propria esperienza, smantellando le paure dell’immaginario. La cura autentica nasce quando il pensiero si fa azione e nessun dettaglio della relazione è considerato superfluo: perché, prima ancora che una prestazione, aver cura è uno stato d’animo.
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