Una precisazione diagnostica
La sindrome di Asperger non è più una diagnosi autonoma: è stata assorbita nella categoria del disturbo dello spettro autistico, che raccoglie condizioni precedentemente distinte.
La modifica derivò da un problema empirico: le diagnosi separate non risultavano applicate in modo coerente fra clinici diversi, e la distinzione non trovava riscontro in differenze stabili nel funzionamento.
Va segnalato che il termine continua a essere usato da una parte delle persone interessate come elemento identitario, mentre altre lo evitano. Come sempre in questi casi, la regola più semplice è chiedere alla persona come preferisce definirsi.
Sul linguaggio, una quota consistente di persone autistiche preferisce l’espressione persona autistica a «persona con autismo», considerando l’autismo parte dell’identità.
Il pensiero visivo esiste, ma non è una categoria
Le differenze individuali nel modo di elaborare le informazioni sono documentate: le persone variano nella vividezza delle immagini mentali, e questa variazione è misurabile.
Due scoperte recenti hanno reso il quadro molto più interessante.
L’afantasia: una parte della popolazione riferisce di non produrre immagini mentali volontarie. Sono persone che ricordano, ragionano e riconoscono normalmente, ma senza esperienza visiva interna. La condizione è associata a differenze misurabili in compiti indiretti, per esempio nella risposta fisiologica a scenari immaginati.
All’estremo opposto, l’iperfantasia, con immagini di vividezza paragonabile alla percezione.
Ne segue che le differenze sono reali e ampie. Ciò che non regge è il passaggio successivo.
Perché non si insegna «per stile»
L’idea che ciascuno abbia uno stile di apprendimento (visivo, uditivo, cinestesico) e che adattare l’insegnamento a quello stile migliori i risultati è una delle credenze più diffuse fra gli insegnanti e una delle meno supportate.
Gli studi che l’hanno verificata con il disegno appropriato (assegnando le persone a modalità coerenti o incoerenti con il presunto stile e misurando l’apprendimento) non hanno trovato il vantaggio previsto.
Ciò che invece funziona è la combinazione di parole e immagini quando il contenuto lo richiede: è un principio che vale per tutti, non un adattamento individuale.
La distinzione è importante: le persone hanno preferenze reali su come ricevere le informazioni, e queste preferenze non predicono da quale modalità imparano meglio.
Cosa vale delle testimonianze in prima persona
Il valore di racconti come quello citato è reale, e conviene definirlo con precisione.
Offrono accesso a esperienze soggettive altrimenti non osservabili, e hanno contribuito a cambiare il modo in cui l’autismo viene descritto: da elenco di deficit a modo di funzionare con caratteristiche proprie.
Hanno inoltre generato ipotesi verificabili (sull’elaborazione dei dettagli, sull’ipersensibilità sensoriale, sui punti di forza percettivi) che la ricerca ha in parte confermato.
Il limite è altrettanto chiaro: una testimonianza descrive una persona. Lo spettro autistico è caratterizzato da enorme variabilità, e l’esperienza di chi scrive un libro non rappresenta chi ha bisogni di supporto elevati o non comunica verbalmente.
Va nominato il rischio concreto: le rappresentazioni di persone autistiche brillanti e ad alto funzionamento hanno un effetto misto, riducono lo stigma in alcune direzioni e alimentano l’aspettativa di un talento straordinario che la maggior parte delle persone autistiche non ha, e non deve avere per meritare rispetto e sostegno.
Un’ultima nota su ciò che la ricerca ha aggiunto: la difficoltà di comprensione fra persone autistiche e non autistiche è reciproca, e non un deficit unilaterale, gli studi mostrano che la comunicazione fra persone autistiche funziona bene. È forse il cambiamento di prospettiva più utile emerso dall’ascolto delle testimonianze dirette.
Domande frequenti
La sindrome di Asperger esiste ancora?
Non come diagnosi autonoma: e confluita nel disturbo dello spettro autistico. Il termine resta in uso come elemento identitario per alcune persone.
Tutte le persone autistiche pensano per immagini?
No. La variabilita nello spettro e ampia, e le differenze nell’immaginazione visiva riguardano tutta la popolazione, non una categoria diagnostica.
Esistono stili di apprendimento visivi o uditivi?
Le preferenze esistono, ma non predicono da quale modalita si impara meglio: gli studi con il disegno appropriato non hanno trovato il vantaggio previsto.
Che valore hanno le testimonianze in prima persona?
Danno accesso a esperienze non osservabili e hanno generato ipotesi verificabili. Ma descrivono una persona, non uno spettro molto eterogeneo.
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