Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Pensare in Immagini, la testimonianza di Temple Grandin

La testimonianza di chi descrive il proprio pensiero come una sequenza di immagini ha reso familiare un’idea affascinante. Ciò che la ricerca ha scoperto è che le differenze nel modo di pensare sono reali, ma non funzionano come quella narrazione suggerisce. Articolo divulgativo, non riproduce il testo del libro citato. Alcune definizioni diagnostiche del testo […]

Pensare in Immagini, la testimonianza di Temple Grandin
La testimonianza di chi descrive il proprio pensiero come una sequenza di immagini ha reso familiare un’idea affascinante. Ciò che la ricerca ha scoperto è che le differenze nel modo di pensare sono reali, ma non funzionano come quella narrazione suggerisce.
Articolo divulgativo, non riproduce il testo del libro citato. Alcune definizioni diagnostiche del testo originale sono superate e sono state aggiornate.

Una precisazione diagnostica

La sindrome di Asperger non è più una diagnosi autonoma: è stata assorbita nella categoria del disturbo dello spettro autistico, che raccoglie condizioni precedentemente distinte.

La modifica derivò da un problema empirico: le diagnosi separate non risultavano applicate in modo coerente fra clinici diversi, e la distinzione non trovava riscontro in differenze stabili nel funzionamento.

Va segnalato che il termine continua a essere usato da una parte delle persone interessate come elemento identitario, mentre altre lo evitano. Come sempre in questi casi, la regola più semplice è chiedere alla persona come preferisce definirsi.

Sul linguaggio, una quota consistente di persone autistiche preferisce l’espressione persona autistica a «persona con autismo», considerando l’autismo parte dell’identità.

Il pensiero visivo esiste, ma non è una categoria

Le differenze individuali nel modo di elaborare le informazioni sono documentate: le persone variano nella vividezza delle immagini mentali, e questa variazione è misurabile.

Due scoperte recenti hanno reso il quadro molto più interessante.

L’afantasia: una parte della popolazione riferisce di non produrre immagini mentali volontarie. Sono persone che ricordano, ragionano e riconoscono normalmente, ma senza esperienza visiva interna. La condizione è associata a differenze misurabili in compiti indiretti, per esempio nella risposta fisiologica a scenari immaginati.

All’estremo opposto, l’iperfantasia, con immagini di vividezza paragonabile alla percezione.

Ne segue che le differenze sono reali e ampie. Ciò che non regge è il passaggio successivo.

Perché non si insegna «per stile»

L’idea che ciascuno abbia uno stile di apprendimento (visivo, uditivo, cinestesico) e che adattare l’insegnamento a quello stile migliori i risultati è una delle credenze più diffuse fra gli insegnanti e una delle meno supportate.

Gli studi che l’hanno verificata con il disegno appropriato (assegnando le persone a modalità coerenti o incoerenti con il presunto stile e misurando l’apprendimento) non hanno trovato il vantaggio previsto.

Ciò che invece funziona è la combinazione di parole e immagini quando il contenuto lo richiede: è un principio che vale per tutti, non un adattamento individuale.

La distinzione è importante: le persone hanno preferenze reali su come ricevere le informazioni, e queste preferenze non predicono da quale modalità imparano meglio.

Cosa vale delle testimonianze in prima persona

Il valore di racconti come quello citato è reale, e conviene definirlo con precisione.

Offrono accesso a esperienze soggettive altrimenti non osservabili, e hanno contribuito a cambiare il modo in cui l’autismo viene descritto: da elenco di deficit a modo di funzionare con caratteristiche proprie.

Hanno inoltre generato ipotesi verificabili (sull’elaborazione dei dettagli, sull’ipersensibilità sensoriale, sui punti di forza percettivi) che la ricerca ha in parte confermato.

Il limite è altrettanto chiaro: una testimonianza descrive una persona. Lo spettro autistico è caratterizzato da enorme variabilità, e l’esperienza di chi scrive un libro non rappresenta chi ha bisogni di supporto elevati o non comunica verbalmente.

Va nominato il rischio concreto: le rappresentazioni di persone autistiche brillanti e ad alto funzionamento hanno un effetto misto, riducono lo stigma in alcune direzioni e alimentano l’aspettativa di un talento straordinario che la maggior parte delle persone autistiche non ha, e non deve avere per meritare rispetto e sostegno.

Un’ultima nota su ciò che la ricerca ha aggiunto: la difficoltà di comprensione fra persone autistiche e non autistiche è reciproca, e non un deficit unilaterale, gli studi mostrano che la comunicazione fra persone autistiche funziona bene. È forse il cambiamento di prospettiva più utile emerso dall’ascolto delle testimonianze dirette.

Domande frequenti

La sindrome di Asperger esiste ancora?

Non come diagnosi autonoma: e confluita nel disturbo dello spettro autistico. Il termine resta in uso come elemento identitario per alcune persone.

Tutte le persone autistiche pensano per immagini?

No. La variabilita nello spettro e ampia, e le differenze nell’immaginazione visiva riguardano tutta la popolazione, non una categoria diagnostica.

Esistono stili di apprendimento visivi o uditivi?

Le preferenze esistono, ma non predicono da quale modalita si impara meglio: gli studi con il disegno appropriato non hanno trovato il vantaggio previsto.

Che valore hanno le testimonianze in prima persona?

Danno accesso a esperienze non osservabili e hanno generato ipotesi verificabili. Ma descrivono una persona, non uno spettro molto eterogeneo.

La sindrome di Asperger non e piu una diagnosi separata, e le differenze nell’immaginazione visiva (dall’afantasia all’iperfantasia) riguardano tutta la popolazione, non una categoria. Gli stili di apprendimento non reggono: le preferenze non predicono da cosa si impara meglio. Le testimonianze dirette hanno cambiato il modo di descrivere l’autismo e generato ipotesi utili, ma descrivono una persona sola, e l’aspettativa del talento straordinario e essa stessa un problema.
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