Il compito dell’adolescenza
I ragazzi frequentano la scuola per collocarsi in una comunità sempre più esigente e per entrare nel mondo adulto. Il percorso è lungo: secondo la definizione richiamata si estende all’incirca dai quattordici ai venticinque anni, ed è attraversato da ricorrenti crisi di identità.
Le domande sono sempre le stesse: chi sono, quale funzione ho nel contesto in cui vivo, quali saranno le mie responsabilità future.
Senza punti di riferimento stabili, il rischio è quello di procedere a tentoni. Ciò che serve è qualcuno con cui entrare in sintonia, disposto ad ascoltare: qualcuno, insomma, con cui identificarsi.
Le due istituzioni
Famiglia e scuola sono chiamate ad accompagnare questo passaggio, e la condizione posta dal testo è precisa: possono avere un’influenza forte quando operano in modo sinergico verso obiettivi comuni.
Il contrario è altrettanto vero, ed è un’osservazione che vale la pena esplicitare: quando famiglia e scuola si delegittimano a vicenda, il ragazzo non guadagna libertà, perde entrambi i riferimenti.
Un’anticipazione antica
Il testo richiama un precedente notevole: molti principi che psicologia e pedagogia contemporanee rivendicano erano già formulati nel I secolo d.C. da Quintiliano.
Il postulato di partenza dell’Institutio oratoria è che l’educatore debba riporre piena fiducia nelle potenzialità di ogni ragazzo, sostenuto dall’affermazione che non si troverà mai nessuno che non abbia ottenuto nulla da uno studio guidato.
È il rovesciamento dell’atteggiamento selettivo: si parte dal presupposto che il risultato dipenda dalla qualità della guida, non da un talento preesistente.
Il ruolo del genitore
La prima figura di riferimento è quella genitoriale, che deve mettere il ragazzo in condizione di valorizzare le proprie capacità.
Il meccanismo indicato è circolare: quanto più il genitore si mostra fiducioso, tanto più il figlio diventa premuroso e attivo.
La pedagogia contemporanea conferma il ruolo delle figure parentali come primi compagni di viaggio, con il compito di creare un contesto armonico e di aiutare a superare le frustrazioni inevitabili della crescita.
Da lì i ragazzi traggono materiale di riflessione, perché interiorizzano i comportamenti dei loro modelli impliciti e li confrontano con quelli che incontrano all’esterno.
Il ruolo dell’insegnante
All’azione della famiglia si affianca quella del docente, che il testo descrive come tutt’altro che un operatore culturale spersonalizzato.
Il criterio classico citato è quello di essere suaviter in modo, fortiter in re: fermi sulla sostanza, morbidi nel modo.
Le indicazioni di Quintiliano restano sorprendentemente attuali: l’istruttore non deve avere vizi, né essere troppo severo né eccessivamente permissivo; deve parlare spesso di ciò che è bene e onesto; e deve parlare molto, perché la viva voce si imprime meglio nella mente, tanto più quanto più la persona da cui proviene è rispettata e amata.
Con un principio riassuntivo: gli esempi contano più dei precetti teorici che i testi possono fornire.
Il rifiuto della punizione corporale
Merita attenzione la posizione contro i metodi coercitivi, che il testo definisce non moralistica ma pragmatica.
L’argomento è duplice: il ragazzo che cerca nell’adulto un modello considera le percosse umilianti per sé e indegne per il maestro, e ne riceve un danno psicologico. L’effetto è che resta solo, perché l’adulto punitivo perde il proprio ruolo di riferimento.
È esattamente ciò che la ricerca contemporanea documenta: la punizione fisica non produce apprendimento, produce distanza. E val la pena ricordare che è oggi vietata, non solo sconsigliata.
Perché la scuola pubblica
Un passaggio interessante riguarda il confronto tra istruzione collettiva e precettore privato.
L’argomento è che la socialità stimoli l’intelligenza e che la dinamica di classe faciliti l’apprendimento attraverso dialogo e confronto tra pari.
Con un’osservazione acuta: da solo il ragazzo apprende soltanto ciò che viene insegnato a lui; in classe apprende anche ciò che viene insegnato agli altri, e assiste ogni giorno a cose approvate e ad altre corrette.
Ne discende anche una lettura non ingenua dell’ambizione: pur essendo di per sé un difetto, in questo contesto funziona da stimolo. E il pensiero, si aggiunge, va tenuto sveglio, perché nell’isolamento si infiacchisce.
Il punto centrale: l’identità non è data
Qui il testo formula l’osservazione più importante.
Si tende a pensare che il ragazzo abbia già un’identità definita, e che quindi la scuola e il rapporto con l’insegnante non intacchino qualcosa che preesiste.
È un errore. L’alunno è una realtà in continua evoluzione, e il processo attraverso cui giunge alla percezione di sé è complesso, con un ruolo decisivo degli altri: genitori, familiari, compagni, insegnanti.
La conseguenza operativa è netta: un docente incide sull’identità dello studente che lo voglia o no. Non esiste una posizione neutrale; esiste solo la scelta se esercitare quell’influenza consapevolmente.
Come si costruisce la relazione
Le indicazioni pratiche sono precise. L’insegnante dovrebbe:
- proporsi come modello di umanità e saggezza;
- garantire la libera espressione e creare un clima di fiducia reciproca;
- allentare la tensione psicologica;
- affidarsi a un’imitazione spontanea, senza pilotare le scelte ideologiche dell’alunno;
- ricorrere alla propria autorità solo per controllare, moderare e correggere.
Il penultimo punto è quello che distingue educazione da indottrinamento, e non è scontato in un testo che parla di trasmissione di valori.
Vale infine l’avvertenza sull’autenticità: nessuna comunicazione reale può avvenire se chi vi partecipa si limita ad assumere una maschera che inganna o allontana gli altri.
Il nodo dell’incomunicabilità
Torniamo al punto di partenza, che è anche la conclusione.
Gli adolescenti non avversano in linea di principio i valori degli adulti, quanto piuttosto i modi in cui vengono proposti. È l’incomunicabilità a ostacolare il lavoro educativo, ad aggravare l’incertezza e a esporre a influenze problematiche.
Il ragazzo cerca di rispecchiarsi in una figura significativa per definire meglio i contorni della propria identità: quanto più significativa è la relazione, tanto più incide sull’autopercezione.
Gli strumenti indicati sono incoraggiamento, motivazione, fiducia, rispetto, comprensione, e soprattutto empatia.
Domande frequenti
Perché gli adolescenti sembrano rifiutare i valori degli adulti?
Perché in genere non contestano i valori in sé ma il modo in cui vengono proposti. Il problema è l’incomunicabilità, che aggrava l’incertezza e li espone a influenze esterne.
Un insegnante incide sull’identità degli studenti?
Sì, che lo voglia o no. L’identità in adolescenza non è un dato acquisito ma una realtà in evoluzione, in cui genitori, compagni e docenti hanno un ruolo decisivo. Non esiste una posizione neutrale.
Cosa si intende per modelli impliciti?
I comportamenti degli adulti di riferimento, che i ragazzi interiorizzano confrontandoli con quanto incontrano fuori. Gli esempi incidono più dei precetti teorici.
Qual è l’argomento contro la punizione fisica?
Non solo morale ma pragmatico: chi punisce fisicamente perde il proprio ruolo di riferimento e lascia il ragazzo solo. La punizione non produce apprendimento ma distanza, ed è oggi vietata.