La corteccia cerebrale: un organo che vive di percezioni
La corteccia cerebrale è capace di elaborare e associare un’enorme quantità di stimoli provenienti dall’interno e dall’esterno del corpo, caricando di valore semantico la nostra esistenza e la percezione di essa. Questo continuo lavoro di elaborazione rappresenta per la corteccia un importante fattore trofico e di crescita: in altre parole, la nostra corteccia cerebrale trae nutrimento dalle percezioni, il cui metabolita finale è la creazione della realtà.
È un punto di osservazione completamente diverso da quanto proposto finora. Tutti i nostri sforzi si sono infatti sempre concentrati sull’analisi dell’end-product del metabolismo dell’organo corteccia, senza mai considerare il primum movens di tutto: la sua sopravvivenza. La corteccia cerebrale è dunque un organo che vive di percezioni generando realtà. È dimostrato (Boncinelli, 1999) che, nel momento in cui viene privato totalmente della fonte primaria di nutrimento (le percezioni), l’organo muore, e con esso tutto il corpo che ne sostiene la funzionalità. La generazione di realtà è quindi la concreta testimonianza di una funzione primaria della corteccia cerebrale.
Dalla percezione alla realtà: il ruolo del teorema
Il risultato ultimo è che tutto ciò che ci circonda, e la relazione tra noi e il mondo fenomenico, si carica di senso e diventa una storia senza alcuna discontinuità logica, di cui siamo osservatori e protagonisti. Attraverso un processo di auto-identificazione, che ricorda da vicino la dialettica servo-padrone descritta da Hegel, la corteccia ci fornisce l’evidenza di noi stessi come entità fenomenica calata nel reale, mediante un processo cognitivo inverso basato sugli effetti della nostra interazione con la realtà circostante. Siamo, dal punto di vista cognitivo, come un sasso che, per avere coscienza di sé, osservasse le onde generate dal proprio impatto con l’acqua di un lago.
Il senso della nostra presenza nel mondo è un processo mentale di gestione, selezione e sequenzializzazione delle informazioni. A ogni gruppo di stimoli paralleli in relazione temporale tra loro, che rappresentano un istante, viene dato un “perché” logicamente validato da un contesto definito da un prima e da un probabile dopo, mediante la generazione di una sequenza logica di cui quell’istante è un momento di passaggio verso un accadimento prevedibile. Il “presente” viene quindi gestito cerebralmente come un teorema, di cui si individuano i presupposti, di cui il momento presente è la dimostrazione parziale e di cui si prevedono i probabili risultati finali.
Il processo di semantizzazione degli stimoli sensoriali è l’ultimo, in ordine di tempo, dei processi cerebrali destinati alla creazione della realtà. Si tratta di un processo di sequenzializzazione di informazioni elaborate parallelamente; ma, a differenza di altri processi, il singolo istante crea un rimando verso la memoria alla ricerca di un presupposto, e la vera logicizzazione avviene nella generazione del futuro. La particolarità con cui viene gestita l’informazione è legata non tanto alla ricerca di fatti precedenti e successivi, quanto alla capacità di dare un senso e un perché a questo legame: è più il legame a rivestire importanza che il fatto stesso.
La differenza tra una sequenza di informazioni e un processo logico sta proprio nel “perché” che lega un’informazione all’altra: il teorema. Già nella sequenzializzazione avviene una selezione delle informazioni in base alle esigenze del teorema. Quando gli effetti rilevati non rispettano le aspettative, si innesca un processo di rilettura retrograda dell’evento, come accade nel leggere una frase di cui non si coglie il senso, con la conseguente ricerca di un nuovo teorema che renda plausibile il risultato osservato. Mentre per una semplice sequenza di informazioni basterebbe la memoria, per creare un processo logico serve anche una capacità cerebrale superiore, di tipo teoretico.
Il dialogo: pensato, detto, capito
Un’evidenza di questa capacità corticale è il linguaggio, e in modo particolare il dialogo, dove la diversità tra teoremi corticali si esplicita nel processo pensato-detto-pensato di aver detto-sentito-capito. Il processo si può descrivere così:
- Pensiamo di comunicare a un altro soggetto, mediante l’emissione di una serie di eventi sonori il cui valore semantico è condiviso su basi culturali, un nostro teorema (pensato).
- Produciamo gli eventi sonori che riteniamo corretti e nella giusta sequenza logica per esprimere il senso del nostro teorema (detto).
- Nel frattempo ascoltiamo gli stessi eventi sonori che produciamo, i quali dimostrano parzialmente il teorema che stiamo cercando di comunicare (pensato di aver detto), perché anche i suoni da noi emessi vengono percepiti dai nostri organi di senso e diventano parte del mondo fenomenico.
- L’uditore ascolta gli eventi sonori (sentito) e genera un proprio teorema, in base a tutta una serie di altri stimoli endogeni ed esogeni, secondo il quale quei singoli episodi fonetici saranno le dimostrazioni parziali del suo teorema (capito). Gli episodi sonori percepiti non sono di per sé attivi nel generare conoscenza nell’uditore: vengono scelti e utilizzati solo per dimostrare il teorema già generato a livello corticale. Senza generazione di teorema non c’è comprensione del significato.
- Risultato: chi parla avrà pensato una cosa, ne avrà detta un’altra, e l’uditore ne avrà capita un’altra ancora.
Questo è il processo che avviene in un normale dialogo: basti pensare all’infinità di discorsi fenomenici che il mondo circostante ci propone in ogni istante.
Il presente in frame da tre secondi
La semantizzazione dell’istante, somma di tutti i discorsi che in una singola unità temporale arrivano al cervello, è un processo che richiede un certo tempo, mediamente tre secondi, durante i quali la corteccia carica di valore semantico il fenomeno puntuale dandogli il valore di “realtà”. La nostra realtà cosciente, il “presente”, non è quindi un filo che si dipana nel tempo senza soluzione di continuità, ma è suddivisa in una serie di frame temporali di circa tre secondi ciascuno, che possono anche estendersi fino a venti secondi.
Questa discontinuità del presente viene minimizzata dalle capacità logicizzanti del cervello: a ogni singolo frame viene aggiunta una forma di sintassi che crea un filo continuo tra il prima e il dopo, tra un frame e l’altro, in un modello di continuità temporale che potremmo definire il teorema generale della continuità del tempo.
Il fenomeno phi e il teorema di continuità
Il nostro cervello è naturalmente predisposto a creare continuità. Si è visto sperimentalmente che un soggetto esposto a eventi non collegati tra loro tende a creare una continuità logica, in modo che i singoli eventi facciano parte di un teorema generale. Il caso forse più noto è il “fenomeno phi”: accendendo alternativamente, in un locale buio, due lampadine distanti l’una dall’altra, il soggetto ha la convinzione di vedere un’unica lampadina che si muove da una zona all’altra della stanza. Il cervello ha aggiunto, tra i due frame, la sintassi che rende il passaggio da uno all’altro una frase di senso compiuto.
Il teorema armonico
Lo stesso vale per il tic-tac della sveglia, che in realtà è un tic-tic, ma che il cervello, per un suo teorema armonico, preferisce sentire come tic-tac. Questo teorema armonico descrive la sensazione che si prova ascoltando una musica orecchiabile: in base all’evento sonoro percepito si crea un teorema che, se rispettato, produce piacevolezza. L’evento sonoro ricalca ciò che ci si sarebbe aspettati sulla base della nostra cultura musicale, ossia di quanto è immagazzinato nella memoria come teoremi musicali. L’esistenza di questi teoremi sonori è provata dalle allucinazioni musicali riferite da pazienti che percepiscono veri e propri pezzi orchestrati: la musica è, in questo senso, un teorema già presente nel cervello prima ancora di essere ascoltata.
Il “tac” è quindi, dal punto di vista del teorema armonico, necessario perché ciò che si ascolta sia considerabile un’armonia. La cosa interessante è che la validità del teorema dura all’incirca tre secondi: se il tic-tic della sveglia fosse rallentato in modo che ogni intervallo superasse i tre secondi, sentiremmo semplicemente tic-tic. Questo significa che il teorema di continuità del tempo, e il teorema armonico che è sempre in funzione del tempo, valgono per eventi non distanti tra loro oltre un certo intervallo. Non perché il cervello pensi razionalmente che eventi troppo distanti non abbiano continuità, ma perché il teorema rappresenta uno stato eccitatorio neuronale sincrono che decade oltre un certo limite di tempo. In termini fisici, potremmo definirlo uno stato di modulazione e allineamento degli stati energetici delle cellule neuronali.
Presupposto fondamentale perché tutto funzioni è che ci siano sempre un antefatto plausibile, quasi mai un problema dato che si attinge al bacino pressoché infinito della memoria, una dimostrazione parziale e un evento finale previsto che dimostri il teorema. Senza uno di questi tre elementi il teorema perde il suo significato. Ciò che non fa parte di un teorema generale gestito dal cervello non diviene parte della realtà del nostro mondo: l’evento non viene ritenuto rilevante e viene scartato. È un rifiuto totale, che impedisce a ciò che è strutturato in modo diverso da quanto conoscibile di accedere a realtà differenti da quelle che reputiamo il mondo reale.
I limiti del cervello: la morte e il tempo
Questa enorme capacità di dare un senso a tutto si ferma di fronte ad alcuni concetti che ne determinano il limite gnoseologico: la morte e il tempo. Siamo arrivati al limite teoretico del nostro cervello, un punto fermo alla fine delle nostre capacità di comprensione del mondo. Siamo l’unica specie vivente consapevole di dover morire, ma che non è in grado di accedere gnoseologicamente alla comprensione di questo evento. Le nostre capacità di creare teoremi, con cui le singole esperienze si arricchiscono di senso, si fermano davanti a questi due concetti: di entrambi si ha la sensazione, ma non la spiegazione.
Come scrive Sant’Agostino nelle Confessioni: “Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene; ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Con semplicità, Agostino riesce a esprimere un dualismo neurofisiologico quasi cartesiano tra mente e percezione: due cervelli completamente diversi nel modo e nel risultato del loro operare. Una neocorteccia fatta per essere creatrice attiva del presente e un paleocervello che ha come unica funzione quella di essere reattivo rispetto agli stimoli esogeni ed endogeni.
Neocorteccia e paleocervello di fronte alla morte
Mentre la parte più antica del nostro cervello, pur non essendo strutturata per comprendere, riconosce la morte e scatena tutte le risorse fisiche possibili per evitarla, mediante meccanismi di stress che predispongono il fisico alla fuga, la corteccia cerebrale non la comprende e, poiché la sua funzione non ammette aree di incertezza cognitiva, la rifiuta. Per il concetto di tempo la questione è diversa: molteplici sono gli orologi biologici che ne scandiscono il procedere, e di cui la corteccia percepisce il segnale. Non esiste però un teorema in cui il tempo, come anche la morte, possa essere inserito per poterlo “comprendere”.
Il limite cognitivo è presumibilmente legato alla discontinuità temporale con cui vengono generati i teoremi, e quindi i frame conoscitivi, da parte della corteccia. Lo stato sincronico che determina la generazione di un teorema non ha sempre la stessa durata e decade dopo al massimo venti secondi, mentre la condizione necessaria alla comprensione è proprio la generazione di un teorema cerebrale. Il tempo, per essere compreso, presupporrebbe un teorema continuo, un frame di durata infinita, un impossibile stato sincronico neuronale senza soluzione di continuità: non riusciamo a produrre teoremi sufficientemente capienti da contenere il concetto di tempo.
Per quanto riguarda la morte, il frame conoscitivo è ontologicamente diverso da essa. Il frame conoscitivo è vita, concepito per essere fonte di nutrimento per la corteccia: non può contenere un concetto che è la negazione stessa del motivo per cui esiste. Il cervello corticale non è strutturato cognitivamente per comprendere la morte, perché il fenomeno non appartiene alle sue capacità di comprensione, orientate alla sopravvivenza organica. Proprio per questo la morte ha assunto un valore diverso da tutte le altre esperienze.
Il nulla, il divino e il senso del limite
La morte, fine delle nostre possibilità cognitive umane, rappresenta il confine ultimo con un mondo a cui l’uomo non può accedere. Ciò che è al di fuori delle nostre capacità di senso non fa parte del nostro mondo, ma è a esso immanente, dominato e regolato da forze inconoscibili, incorruttibili, eterne, divine. Divine in quanto contrapposte all’umano, caratterizzate dall’assenza dell’uomo dal punto di vista gnoseologico. Questo è l’unico senso razionale che siamo in grado di dare al divino, perché il nostro cervello non comprende il nulla gnoseologico, il non conoscibile.
Tutto diviene, tutto è esperibile e conoscibile; il nulla è immutabile, e inutilmente si è cercato di imbrigliarlo nelle strette maglie della razionalità. Anche il nulla è ontologicamente inconciliabile con le nostre strutture conoscitive cerebrali, con i nostri frame conoscitivi: il nulla che in ogni istante circoscrive il mondo finito delle nostre possibilità conoscitive. Il frame conoscitivo è stato creato per vivere grazie all’essere e al divenire del mondo circostante, e non possiede “enzimi” per metabolizzare il non-essere e l’immutabile; come abbiamo visto, la corteccia cerebrale, se non viene stimolata, muore.
È proprio per questo motivo che la corteccia ci coinvolge così profondamente nella gestione del presente da non lasciare alcuna possibilità di accedere al nulla, al divino che ci circonda, perché di fatto inutilizzabile ai suoi fini di sopravvivenza. “Partire dalla fine” è quindi un’esortazione ad accedere alla consapevolezza dei nostri limiti cognitivi: la vera liberazione da un’inconsapevole schiavitù che impregna e limita il nostro esistere quotidiano.
Domande frequenti
Perché la corteccia cerebrale “genera realtà”?
Perché si nutre di percezioni: elaborandole e caricandole di significato, produce come esito finale ciò che chiamiamo realtà. Secondo il modello qui proposto, privata totalmente di stimoli percettivi la corteccia muore, e con essa il corpo che la sostiene. La realtà non è quindi un dato passivo, ma il prodotto attivo della sopravvivenza di questo organo.
Che cos’è il “teorema” in questo modello?
È il “perché” che lega un’informazione all’altra trasformando una semplice sequenza in un processo logico. Ogni istante presente viene trattato come un teorema con un presupposto (attinto alla memoria), una dimostrazione parziale (il momento attuale) e un risultato atteso (il futuro previsto). Senza uno di questi tre elementi, l’informazione non acquista senso e viene scartata.
Perché il presente è diviso in frame di circa tre secondi?
Perché la semantizzazione di un istante richiede in media tre secondi, entro cui il cervello gli attribuisce il valore di realtà. Il presente non è quindi continuo, ma suddiviso in frame che possono arrivare a venti secondi. Fenomeni come l’illusione phi o il tic-tac della sveglia mostrano come il cervello aggiunga una “sintassi” per collegare i frame in continuità, entro quel limite temporale.
Perché il cervello non riesce a comprendere la morte e il tempo?
Perché entrambi richiederebbero un teorema che il cervello non può costruire. Il tempo esigerebbe un frame di durata infinita, incompatibile con stati neuronali che decadono dopo pochi secondi. La morte è la negazione stessa della vita da cui il frame conoscitivo trae nutrimento: non può essere contenuta in una struttura pensata per la sopravvivenza. Di entrambi abbiamo la sensazione, ma non la spiegazione.
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