Psicologia Clinica e Psicopatologia

Parigi di Cédric Klapisch

Si dice che la protagonista del film “Parigi” di Cédric Klapisch sia la città stessa. In realtà la vera protagonista è la vita: quella che spesso impariamo ad assaporare solo quando sta per sfuggirci. Un film delicato e tenero, che diventa l’occasione per riflettere su temi profondamente psicologici, la malattia, l’invecchiamento, il bisogno di ricomporre […]

Psicolab — Parigi di Cédric Klapisch
Si dice che la protagonista del film “Parigi” di Cédric Klapisch sia la città stessa. In realtà la vera protagonista è la vita: quella che spesso impariamo ad assaporare solo quando sta per sfuggirci. Un film delicato e tenero, che diventa l’occasione per riflettere su temi profondamente psicologici, la malattia, l’invecchiamento, il bisogno di ricomporre i legami in sospeso.

Parigi come teatro della vita

Parigi, nel film, è lo sfondo, il teatro, lo spazio in cui le cose accadono: dove le persone si sfiorano, si incontrano e, quando va bene, si amano. Ma la vera protagonista è la vita stessa, e forse la nostra difficoltà a viverla pienamente finché non ci accorgiamo che vecchiaia e morte non sono destini astratti, ma realtà che ci riguardano da vicino.

È ciò che accade ai due personaggi principali, le cui vicende si specchiano l’una nell’altra in modo sorprendente.

Pierre: guardare la vita dalla finestra

Pierre, ballerino di professione, scopre di essere gravemente malato: forse solo un trapianto potrà salvarlo, con una probabilità di sopravvivenza del cinquanta per cento. Improvvisamente non può più ballare, non può più vivere come prima. Gli resta soltanto osservare le vite degli altri dalla finestra e fantasticare sulla misteriosa ragazza della casa di fronte.

La finestra diventa così una potente metafora: Pierre guarda il mondo scorrere, cogliendo attimi di esistenze lontane dalla sua, che non vivrà mai. È la stessa posizione dello spettatore al cinema, che attraverso lo schermo osserva vite “per procura”. Ma proprio da questa condizione di sospensione, Pierre riscopre il valore di ciò che ha, a partire dai legami familiari.

Il professor Verneuil: la crisi e la psicoterapia

L’altro protagonista è Roland Verneuil, stimatissimo professore di storia che, sentendosi invecchiare, precipita in un’inaspettata crisi depressiva. È a lui che il film dedica la sua sequenza psicologicamente più memorabile: quella dallo psicoterapeuta.

Il professore arriva in seduta pieno di difese. Sminuisce il setting, definisce “idiota” l’idea di raccontare la propria vita a uno sconosciuto, arriva persino a interpretare i pensieri dell’analista al posto suo: “Certo lei pensa che io mi difenda”. Lo psicoterapeuta, con discrezione, si limita a osservarlo e ad ascoltarlo, ricordando la nota verità clinica secondo cui, se il paziente è arrivato fin lì, metà del lavoro è già fatto.

Il professore continua a proclamarsi persona pratica, che crede solo ai fatti. E allora l’analista chiede: c’è un fatto recente che l’ha portata qui, oggi? Ed emerge la verità: un mese prima è morto suo padre, e nel frattempo si è innamorato. A quel punto il professore piange. E la psicoterapia ha inizio.

La lezione della scena

È una scena di grande verità clinica. Chi conosce l’analisi riconosce tutti i meccanismi di difesa: l’ironia, lo svilimento del percorso, i tentativi di fuga, l’intellettualizzazione. Il terapeuta intuisce l’emergenza emotiva del professore e, con la sola presenza attenta e non giudicante, riesce a portarlo a un contatto finalmente autentico con se stesso e con le proprie emozioni. È il cuore di ogni buona relazione d’aiuto: non spiegare, non giudicare, ma esserci in modo che l’altro possa lasciarsi andare.

Ricomporre i legami in sospeso

I due uomini, uno nel fiore degli anni e l’altro non più, condividono più di quanto sembri. Entrambi provano un forte rimpianto per il passato: Pierre si commuove davanti alle foto dell’infanzia, il professore ne chiede in dono al fratello, perché non ne ha mai conservate. E soprattutto entrambi sentono il bisogno di ricomporre i rapporti in sospeso, di chiudere ciò che di inconcluso è rimasto nelle relazioni familiari.

Pierre si riavvicina alla sorella, che si trasferisce da lui per offrirgli calore: sono molto diversi (lui ha vissuto sotto i riflettori, lei si è mortificata in ruoli di cura) ma sarà proprio lei, grazie alla lezione del fratello, a imparare finalmente a lasciarsi andare. Il professore, a modo suo bizzarro, tenta di avvicinarsi al fratello che ha sempre preso in giro per la sua sensibilità, cercando all’improvviso una complicità più vera. È il segnale di come le crisi, per quanto dolorose, possano spingere verso legami più autentici.

Ogni vita merita attenzione

Attorno ai due protagonisti vivono molte altre figure fragili, colte nella loro quotidianità: il fruttivendolo innamorato, la giovane venditrice di pane, l’immigrato con i suoi sogni di realizzazione. Osservandole con Pierre, capiamo il messaggio del film: il mondo ordinario diventa straordinario quando lo si guarda più da vicino. Se ogni vita, come si diceva, meriterebbe un romanzo, perché non un film? “Parigi” ci offre proprio questo: un affresco di esistenze in cui ogni persona, con i suoi sogni, i suoi affetti e le sue solitudini, è degna di tutta la nostra attenzione. Un invito, anche psicologico, a guardare la vita (la nostra e quella degli altri) con occhi più attenti e grati.

Domande frequenti

Di cosa parla il film “Parigi” di Klapisch?

Racconta le vite intrecciate di alcuni abitanti di Parigi, con al centro Pierre, un ballerino gravemente malato, e il professor Verneuil, in crisi depressiva. La vera protagonista è la vita stessa e la nostra difficoltà ad assaporarla finché non rischiamo di perderla.

Perché la scena dallo psicoterapeuta è così significativa?

Perché mostra con grande verità i meccanismi di difesa (ironia, intellettualizzazione, fuga) e come la presenza attenta e non giudicante del terapeuta permetta al paziente di arrivare a un contatto autentico con le proprie emozioni, fino alle lacrime che segnano l’inizio del percorso.

Quali temi psicologici affronta il film?

La malattia e la consapevolezza della morte, l’invecchiamento e la crisi depressiva, il rimpianto per il passato e il bisogno di ricomporre i legami familiari in sospeso. Le crisi diventano occasione per relazioni più autentiche e per riscoprire il valore della vita.

Qual è il messaggio di fondo?

Che il mondo ordinario diventa straordinario quando lo si guarda più da vicino. Ogni vita, con i suoi sogni e le sue solitudini, merita attenzione. È un invito a guardare l’esistenza (la propria e quella degli altri) con occhi più attenti e grati.

“Parigi” di Cédric Klapisch è un film delicato in cui la città fa da teatro alla vera protagonista: la vita. Attraverso Pierre, ballerino gravemente malato che osserva il mondo dalla finestra, e il professor Verneuil, in crisi depressiva, il film affronta temi psicologici profondi: la malattia, l’invecchiamento, il rimpianto e il bisogno di ricomporre i legami in sospeso. Memorabile la scena dallo psicoterapeuta, che mostra i meccanismi di difesa e come la presenza attenta e non giudicante porti a un contatto autentico con le emozioni. Le crisi diventano occasione di relazioni più vere. Il messaggio finale è un invito a guardare la vita (la propria e quella degli altri) con occhi più attenti e grati: ogni esistenza merita attenzione.
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2 risposte a “Parigi di Cédric Klapisch”

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