Psicologia Clinica e Psicopatologia

Pacemaker e Lepri in Atletica Leggera

Correre dietro a qualcuno costa meno che correre davanti, e non solo per l’aria. Chi segue non deve decidere il ritmo, e quella decisione, ripetuta per ore, è una fatica che non compare in nessun cronometro. Articolo divulgativo. Le indicazioni sulla gestione della gara non sostituiscono il parere di un medico dello sport: in caso […]

Psicolab — Pacemaker e Lepri in Atletica Leggera
Correre dietro a qualcuno costa meno che correre davanti, e non solo per l’aria. Chi segue non deve decidere il ritmo, e quella decisione, ripetuta per ore, è una fatica che non compare in nessun cronometro.
Articolo divulgativo. Le indicazioni sulla gestione della gara non sostituiscono il parere di un medico dello sport: in caso di malessere durante una competizione occorre fermarsi e rivolgersi al personale sanitario presente.

Due figure diverse

I due termini vengono usati come sinonimi, ma il testo propone una distinzione operativa che corrisponde alla pratica.

La lepre accompagna gli atleti di vertice per una parte della gara, imponendo un’andatura prestabilita, e poi si ritira. Serve a rendere possibile un tempo di rilievo.

Il pacemaker in senso stretto accompagna un atleta amatoriale fino al traguardo, con un obiettivo di tempo concordato.

Sono ruoli che condividono la tecnica e hanno finalità opposte: il primo lavora per un risultato assoluto, il secondo per il risultato di una singola persona.

Perché seguire è più facile

Il testo individua correttamente i vantaggi: si corre riparati dalle condizioni atmosferiche, non si deve prestare attenzione al percorso, non si deve mantenere un passo costante.

Vale la pena distinguerli, perché operano su piani diversi.

Il vantaggio aerodinamico è reale ma modesto nella corsa: apprezzabile con vento contrario, minimo in condizioni normali. È molto maggiore in altre discipline.

Il vantaggio cognitivo è invece considerevole e poco riconosciuto. Regolare il proprio passo richiede un monitoraggio continuo: controllare il tempo, valutare la fatica, correggere. È un’attività mentale che consuma risorse attentive per ore.

Delegare quella funzione libera attenzione per una cosa sola (mantenere il contatto) e questo riduce il carico complessivo in modo sostanziale.

Il ritmo come problema

C’è una ragione ulteriore, che il testo non menziona e che è forse la più importante.

L’errore più frequente in gara è partire troppo forte: nei primi chilometri la fatica è bassa e la sensazione soggettiva inganna. Il debito si paga integralmente nella parte finale.

Un accompagnatore che tiene un’andatura decisa in anticipo impedisce fisicamente quell’errore. Non è un aiuto motivazionale: è un vincolo esterno che protegge da una decisione presa in condizioni sfavorevoli.

È lo stesso principio per cui si scrivono le regole quando si è lucidi, per non doverle decidere quando non lo si è.

La parte relazionale

L’osservazione più interessante del testo riguarda il fatto che accompagnare non sia solo un lavoro fisico.

Quando l’atleta accompagnato entra in difficoltà, chi lo guida deve saperlo sostenere, e questo richiede di capire con chi si ha a che fare.

Il testo lo dice bene: alcune persone hanno bisogno di essere stimolate e incoraggiate, altre reagiscono in modo opposto, e se si insiste chi incoraggia diventa un avversario.

È una distinzione che vale ben oltre lo sport. Davanti a qualcuno in difficoltà l’impulso è spingere; per una parte delle persone quella spinta funziona, per un’altra parte è precisamente ciò che le fa chiudere.

Il criterio pratico è semplice e viene applicato di rado: chiedere prima. Un accompagnatore esperto concorda in anticipo cosa fare in caso di crisi (se parlare, se tacere, se rallentare) quando la persona è ancora in condizione di rispondere.

La lepre che vince

Il testo segnala un fenomeno reale: talvolta chi è incaricato di condurre scopre di avere margini superiori a quelli previsti e arriva primo.

È un caso che solleva una questione interessante, perché in quel ruolo il compito è rinunciare a competere. Non correre al proprio limite fa parte dell’incarico, e scoprire dove sia quel limite è, per un atleta, un’informazione difficile da ignorare.

La differenza con l’altro ruolo è netta: chi accompagna un amatore non ha alcuna ambiguità, perché il suo risultato non è in gioco.

Un passaggio da riformulare

Il testo descrive con un’immagine ironica le atlete accompagnate da gruppi di uomini che le assistono ai ristori e le seguono fino all’arrivo.

La rappresentazione va riformulata, perché suggerisce che le corritrici siano oggetto di accudimento anziché atlete che utilizzano un servizio.

La questione reale è invece un’altra e merita di essere nominata: nelle gare miste esiste un dibattito documentato sul fatto che l’assistenza di accompagnatori maschili possa alterare il confronto tra le atlete, ed è la ragione per cui in alcune competizioni internazionali sono state introdotte gare femminili separate proprio per rendere i tempi confrontabili.

È una questione tecnica di regolamento, non di accudimento.

La proposta finale

La parte più originale del testo riguarda il servizio di chiusura gara, quello che raccoglie chi non è in grado di proseguire.

L’autore osserva che essere raccolti in quel modo non è un’esperienza dignitosa, e propone di prevedere una figura di accoglienza collocata ai chilometri critici (il trentesimo, il trentacinquesimo) dove tipicamente si manifestano crampi ed esaurimento delle energie.

Qualcuno che possa sostenere, accompagnare per un tratto o fino al traguardo chi ha deciso di proseguire.

Perché è una buona idea

Perché interviene esattamente nel punto in cui una decisione viene presa nelle peggiori condizioni possibili.

Chi si trova in crisi al trentesimo chilometro deve scegliere se fermarsi, e lo fa mentre è affaticato, deluso e privo di riferimenti. In quelle condizioni la scelta è dettata dallo stato del momento più che dalla situazione reale.

La presenza di qualcuno che offra un’alternativa concreta (proseguire a un ritmo diverso, in compagnia) restituisce una terza possibilità dove ne apparivano solo due.

Con un’avvertenza necessaria, che il testo non fornisce: alcune interruzioni sono opportune. Dolore acuto, confusione, sintomi da colpo di calore o alterazioni dello stato di coscienza richiedono di fermarsi, e una figura di accompagnamento deve saperli riconoscere prima di incoraggiare chiunque a continuare.

Domande frequenti

Perché correre dietro a qualcuno è più facile?

Meno per l’aerodinamica, che nella corsa incide poco, e più per il carico mentale: regolare il proprio passo richiede monitoraggio continuo per ore, e delegarlo libera attenzione.

Qual è l’errore più comune in gara?

Partire troppo forte, perché nei primi chilometri la fatica è bassa e la sensazione inganna. Un accompagnatore con andatura decisa in anticipo impedisce fisicamente quell’errore.

Come si sostiene chi va in crisi?

Dipende dalla persona: alcuni rispondono all’incoraggiamento, altri si chiudono. Il criterio utile è concordare prima cosa fare in caso di difficoltà, quando si è ancora in grado di rispondere.

Conviene sempre proseguire dopo una crisi?

No. Dolore acuto, confusione, sintomi da colpo di calore o alterazioni dello stato di coscienza richiedono di fermarsi: chi accompagna deve saperli riconoscere prima di incoraggiare a continuare.

Il vantaggio di correre dietro a qualcuno è più mentale che aerodinamico: regolare il proprio passo è un monitoraggio che consuma attenzione per ore, e delegarlo libera risorse. Ma la funzione più utile di un accompagnatore è un’altra, impedire fisicamente l’errore più comune, la partenza troppo veloce, che si commette quando la fatica è ancora bassa e la sensazione inganna. Regge anche la proposta di presidiare i chilometri critici: chi va in crisi decide se fermarsi nelle peggiori condizioni possibili, e una terza possibilità cambia la scelta, purché chi accompagna sappia riconoscere i casi in cui fermarsi è la risposta giusta.
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