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Oscar Wilde: l’Esteta Tragico

Brillante, elegante, capace di incantare un salotto con una sola battuta: Oscar Wilde resta uno degli ingegni più luminosi della sua epoca. Eppure dietro la maschera dello spirito frizzante si nasconde una parabola drammatica, di cui fu l’unico vero protagonista. Una vicenda che parla di identità, desiderio, autodistruzione e della ricerca, forse inconsapevole, del dolore. […]

Psicolab — Oscar Wilde: l’Esteta Tragico
Brillante, elegante, capace di incantare un salotto con una sola battuta: Oscar Wilde resta uno degli ingegni più luminosi della sua epoca. Eppure dietro la maschera dello spirito frizzante si nasconde una parabola drammatica, di cui fu l’unico vero protagonista. Una vicenda che parla di identità, desiderio, autodistruzione e della ricerca, forse inconsapevole, del dolore. Proviamo a leggerla con lo sguardo della psicologia, senza ridurla a una formula, ma cercando di capire cosa ci dice sulla natura umana.

Una vita che aveva tutto

Wilde nasce a Dublino nel 1854 da una famiglia altolocata: il padre eminente chirurgo, la madre fervente letterata e patriota. Nulla gli manca: ricchezza, una famiglia protettiva, buon nome, intelligenza e creatività. Premesse magnifiche, un’adolescenza piacevole, una prima età adulta già segnata dalla fama. Si laurea, i suoi versi diventano celebri e lui celeberrimo, un personaggio che scandalizza con stile la Londra vittoriana.

Ammalia con le parole e con un’ironia curiosamente priva di aggressività, mentre di solito nell’ironia si nasconde una sottile ira. Oscar è piacevole, elegante, egocentrico e gentilissimo: il suo modo di porsi dissacrante gli permette di girare persino l’America a tenere conferenze su arte e stile. Ha l’estetismo dentro e lo mostra fuori. In breve compone opere che restano nella storia della letteratura: romanzi, teatro, poesie. Sposa la leale Constance, ha due figli maschi che adora, discepoli in abbondanza. Eppure sente di non essere sé stesso.

L’ipocrisia vittoriana e l’incontro fatale

Sarà il giovane amico Robbie Ross a iniziarlo all’omosessualità, e sempre Ross gli sarà accanto nelle ore più difficili. Per la società vittoriana l’omosessualità è inconcepibile: si è detto che metà della popolazione non riuscisse nemmeno a immaginarla, mentre l’altra metà la praticava. Ciò che contava non era cosa si fosse, ma come si appariva: l’essenziale era fingere. Wilde usò questa ambiguità per ferire l’ipocrisia del tempo, e sarebbe rimasto un magnifico esempio di coerenza intellettuale se non fosse arrivato Alfred “Bosie” Douglas, figlio di lord Queensberry, una casata segnata da abusi e gravi disturbi mentali.

Ed è qui che nasce la domanda: come può un uomo colto e di notevole levatura come Wilde lasciarsi tiranneggiare e manipolare da un ragazzo infelice, arrogante e incontentabile? Rileggendo le biografie si resta perplessi nel vedere Oscar diventare il “valletto” passivo e autolesionista di un giovane tormentato: debiti, incuria verso la moglie, i figli e il proprio talento, tutto per il grazioso Alfred.

Il processo e la caduta

Spinto dal desiderio di ferire il padre detestato, Bosie convince Wilde a denunciarlo per diffamazione: Queensberry lo aveva definito pubblicamente un “sodomita”. Ma le prove emergono, e la vicenda si ritorce contro il poeta: la Corona avvia un procedimento contro di lui per la sua “immoralità”. Gli vengono tolti i figli, Constance cade nell’indigenza, il suo nome è insultato, le sue opere cancellate. I pochi amici rimasti gli suggeriscono di fuggire all’estero, ma lui, coraggiosamente, resta.

Non smentisce la propria battaglia contro la falsità dei costumi e durante il dibattimento, senza perdere umorismo ed eloquenza, strappa persino qualche applauso. La condanna a due anni di lavori forzati arriva comunque, prova durissima per un uomo della sua estrazione. In prigione nasce la celebre lettera nota come De Profundis: una lunghissima missiva rivolta a Bosie, grandioso esempio di autoanalisi e ammissione, parziale ma profonda, del proprio ruolo nello schianto. Tornato libero ma malato e solo, con la moglie e la madre morte e i figli portati via, trascorre gli ultimi anni in giro tra Italia e Francia, talvolta ancora accanto ad Alfred. Muore nel 1900, in una pensione squallida, confortato da pochi fedelissimi.

La domanda della psicologia: perché?

La sua società ghettizzava e giudicava, impedendo a una persona di essere semplicemente sé stessa. Considerare l’omosessualità un reato oggi appare assurdo, ma all’epoca nulla era ritenuto più esecrabile. Per questo l’atteggiamento di Wilde fu esemplare: non mentì per salvarsi, non scappò, portò avanti la sua lotta contro la meschinità che lo circondava. Questo è tutto a suo merito.

Ma resta, con la curiosità un po’ inquieta dello psicologo, la domanda su ciò che vi fu più a fondo. Ed è lui stesso a parlarne nel De Profundis, ammettendo che, stanco delle “vette” e di un’esistenza perfetta, a un certo punto sentì il bisogno della discesa, della tragedia. Come poté una mente simile spingersi a umiliarsi e abbandonare tutto per i capricci del compagno? Come poté, con la sua intelligenza, portare in tribunale un uomo che aveva prove evidenti, mentendo in aula? Molti erano i modi in cui sfidava il suo tempo: c’era davvero bisogno di arrivare al dramma? La sua sola arte bastava a ergersi sui pregiudizi e deriderli con leggerezza. Eppure insistette su quella strada fino alla fine.

La ricerca del dolore

C’è in Wilde, verrebbe da dire, una sorta di passione per l’infelicità, per quegli aspetti della vita che non aveva mai realmente conosciuto. Più o meno consapevolmente si calò nel dolore, e nel De Profundis ne decanta quasi la “squisitezza”, ammettendo di essere stato lui stesso a lasciarsi rovinare dalle beghe familiari dei Douglas. Che questa debolezza venga imputata a eccessiva bontà non toglie lucidità alla posizione presa. Non si vuole ridurre tutto a un movente inconscio, ma nemmeno credere a un imprevedibile fato o al semplice esito di un innamoramento.

Dietro i suoi versi spavaldi, così moderni e umani, si nascondono verità scomode sulla nostra natura. C’era da sempre, in Wilde, qualcosa di tragico, e viene da chiedersi se non fosse egli stesso il proprio censore più feroce. Questo gettarsi in pasto a una civiltà incivile, condannandosi, fu coraggioso ma quasi in cerca di un’espiazione. Nella luminosità dei suoi giorni senza pene era cresciuta in lui una fame di quel dolore che a tanti tocca senza scelta: nei suoi motti solo apparentemente frivoli si nascondeva, forse, la ricerca di un castigo e di una sofferenza che gli avrebbero mostrato la parte più vera di sé.

Domande frequenti

Chi era Oscar Wilde?

Uno scrittore e drammaturgo irlandese (1854-1900), celebre per l’ironia, l’estetismo e opere come “Il ritratto di Dorian Gray”. Personaggio brillante della Londra vittoriana, la sua vita si concluse tragicamente dopo un processo per omosessualità e la condanna ai lavori forzati.

Cos’è il “De Profundis”?

È una lunga lettera scritta da Wilde in prigione e rivolta ad Alfred Douglas. Rappresenta un grandioso esercizio di autoanalisi, in cui l’autore riflette sulla propria vita e ammette, in parte, il proprio ruolo nella rovina che lo travolse.

Perché la sua vicenda interessa la psicologia?

Perché solleva un interrogativo: come poté un uomo così intelligente autodistruggersi seguendo un compagno manipolatore e sfidando la giustizia? La sua storia suggerisce una ricerca, forse inconsapevole, del dolore e dell’espiazione, dietro l’apparente frivolezza.

Wilde fu vittima del suo tempo o di sé stesso?

Entrambe le cose. Fu certamente vittima di una società ipocrita che criminalizzava l’omosessualità. Ma la lucidità con cui, nel De Profundis, riconosce di essersi lasciato “rovinare” invita a interrogarsi anche sulle sue spinte interiori all’autodistruzione.

La parabola di Oscar Wilde unisce il coraggio di chi non rinnega sé stesso davanti a una società ipocrita e l’enigma di un’autodistruzione difficile da spiegare. Vittima di leggi che criminalizzavano l’omosessualità, fu anche, per sua stessa ammissione nel De Profundis, artefice della propria caduta. Dietro l’ironia e l’estetismo si intravede una ricerca del dolore e dell’espiazione, quasi il bisogno di conoscere la parte più vera di sé. Come scrisse lui stesso, “a questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo”.
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