Di cosa si occupa
Gli studi di organizational behaviour appartengono alle scienze organizzative e hanno due caratteristiche costanti: sono transdisciplinari e hanno orientamento applicativo.
La finalità non è solo comprendere i fenomeni ma elaborare modelli utilizzabili: da cui il legame stretto con il management, in particolare delle risorse umane, e con l’intervento sociale.
La definizione
Per comportamento organizzativo si intende l’insieme dei livelli di funzionamento operativo, relazionale, emotivo e culturale presenti in un sistema sociale complesso, delimitato istituzionalmente e fondato su differenziazioni di ruoli, responsabilità e vantaggi.
I fenomeni che ne derivano sono in gran parte noti anche fuori dall’ambito specialistico: leadership e followership, motivazione, dinamiche interpersonali e di gruppo.
Perché la formulazione sulle interpretazioni conta
Vale la pena isolarla: il comportamento organizzativo è l’esito delle interpretazioni che le persone danno di ciò che percepiscono essere atteso da loro, dato il ruolo che occupano.
Ne discende che tra le intenzioni di chi guida e i comportamenti effettivi si frappone sempre un passaggio interpretativo. Una direttiva chiara può produrre condotte impreviste non per resistenza, ma perché è stata letta alla luce di ciò che in quell’organizzazione viene realmente premiato.
È la ragione per cui i comportamenti si spiegano meglio osservando cosa viene riconosciuto che leggendo cosa viene dichiarato.
Una genealogia lunga
Il testo colloca le origini molto indietro: gli scritti di Platone su ciò che oggi chiameremmo leadership, quelli di Aristotele sull’efficacia comunicativa, l’opera di Machiavelli centrata su potere e influenza.
Le riflessioni sulle forme organizzative del lavoro iniziano però con Adam Smith alla fine del Settecento; un secolo dopo Weber affronta la leadership in chiave moderna.
L’avvio dell’approccio scientifico viene ricondotto a Taylor a fine Ottocento, mentre il periodo più fecondo si apre con Elton Mayo negli anni Venti.
Il secondo dopoguerra e lo sviluppo industriale producono un’ulteriore accelerazione, con i contributi di autori come Lewin, Maslow, McClelland, Vroom, Simon, March, Weick, e più recentemente Drucker, Schein e Senge.
I tre problemi
La parte più critica del testo riguarda le difficoltà strutturali della disciplina.
1. La perimetrazione disciplinare
I contributi restano confinati entro aree separate (psicologia del lavoro, sociologia delle organizzazioni) e nella produzione italiana il concetto di comportamento organizzativo risulta marginale, mentre ampio spazio è dedicato ai singoli fenomeni.
Il paradosso è evidente: si studiano abbondantemente leadership, motivazione e dinamiche di gruppo, ma separatamente, mentre nella realtà operano insieme.
2. La difficoltà di sintesi
Teorie e modelli nascono da approcci epistemologici differenti, il che rende problematico connetterli.
Non è un ostacolo formale: modelli che assumono presupposti diversi su cosa sia una persona o un’organizzazione non si sommano, e combinarli senza esplicitare quei presupposti produce un eclettismo incoerente.
3. La banalizzazione divulgativa
Il terzo problema è quello con le conseguenze più visibili: la produzione rivolta a manager, spesso con taglio prescrittivo e centrata su leadership e gestione delle persone, rappresenta da sempre un prodotto editoriale ad altissima diffusione.
Nel processo di semplificazione (accelerato dalla diffusione delle business school) i modelli originari sono stati frequentemente manipolati o fraintesi.
È la ragione per cui teorie nate come descrittive circolano oggi come prescrizioni, e ipotesi mai confermate vengono presentate come fatti.
I principali filoni
Il testo raggruppa i modelli in cinque aree:
- Processi decisionali: dai modelli razionali a quelli che descrivono la decisione come esito di circostanze più che di analisi.
- Strutture e dinamiche organizzative: burocrazia, teorie della contingenza e della complessità, ecologia organizzativa, dinamiche di gruppo, organizzazione informale.
- Teorie dei tratti di personalità: dai modelli fattoriali agli strumenti tipologici.
- Controllo e stress.
- Modelli motivazionali: teoria dell’attribuzione, dell’equità, dell’aspettativa, gerarchia dei bisogni.
Merita una nota il riferimento all’organizzazione informale: è la struttura di relazioni che si forma indipendentemente dall’organigramma, e in molti casi spiega il funzionamento reale meglio di quella formale.
I Critical Management Studies
La parte conclusiva presenta un filone nato all’inizio degli anni Novanta con un obiettivo preciso: esaminare in modo rigoroso non solo le teorie consolidate, ma soprattutto le modalità con cui vengono applicate da manager e consulenti.
Il lavoro consiste in un riposizionamento storico delle teorie del comportamento organizzativo, condotto con strumenti provenienti dalla sociologia, dalla psicologia di comunità e dalla psicosociologia.
La distinzione che ne risulta è tra un mainstream legato al pensiero manageriale dominante e un filone dedicato a verificarne applicabilità e generalizzabilità.
È una funzione necessaria: un modello elaborato in un contesto specifico non vale automaticamente altrove, e la domanda su dove smetta di funzionare è tanto importante quanto quella su come funzioni.
L’invito finale
La conclusione è rivolta a chi si occupa di organizzazioni: esplorare quanto prodotto in oltre un secolo di studi senza perdere la visione d’insieme.
È coerente con i tre problemi individuati (perimetrazione, difficoltà di sintesi, semplificazione) che hanno tutti la stessa conseguenza: frammentare un campo che ha senso solo se considerato unitariamente.
Domande frequenti
Cos’è il comportamento organizzativo?
L’insieme dei livelli di funzionamento operativo, relazionale, emotivo e culturale in un sistema sociale complesso. Più precisamente, l’esito delle interpretazioni che le persone danno di ciò che percepiscono essere atteso da loro.
Perché l’interpretazione è centrale?
Perché tra le intenzioni di chi guida e i comportamenti effettivi si frappone sempre una lettura, influenzata da ciò che nell’organizzazione viene realmente premiato. I comportamenti si spiegano meglio osservando cosa viene riconosciuto che cosa viene dichiarato.
Quali sono i limiti della disciplina?
Tre: la separazione tra aree disciplinari che studiano gli stessi fenomeni; la difficoltà di combinare modelli fondati su presupposti diversi; e la semplificazione divulgativa, che ha trasformato teorie descrittive in prescrizioni.
Cosa sono i Critical Management Studies?
Un filone che esamina criticamente non solo le teorie consolidate ma il modo in cui vengono applicate, verificandone applicabilità e generalizzabilità. La domanda su dove un modello smetta di funzionare è tanto importante quanto quella su come funzioni.