Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Anche Obama ha un Coach?

“Yes, we can” ha fatto storia. La traduzione italiana “si può fare”, usata in una campagna elettorale, non ha avuto lo stesso effetto. Le due frasi sembrano equivalenti, ma non lo sono affatto: una differenza grammaticale minima produce un messaggio psicologicamente opposto. È un caso di scuola su quanto contino le parole. L’articolo fa riferimento […]

Psicolab — Anche Obama ha un Coach?
“Yes, we can” ha fatto storia. La traduzione italiana “si può fare”, usata in una campagna elettorale, non ha avuto lo stesso effetto. Le due frasi sembrano equivalenti, ma non lo sono affatto: una differenza grammaticale minima produce un messaggio psicologicamente opposto. È un caso di scuola su quanto contino le parole.
L’articolo fa riferimento alla Programmazione Neuro-Linguistica, un insieme di tecniche di comunicazione la cui validità scientifica è oggetto di discussione: molte delle sue affermazioni non hanno trovato conferma sperimentale. Le osservazioni linguistiche riportate restano interessanti a prescindere dalla cornice teorica.

Il caso “Yes, we can”

Tra gli osservatori di comunicazione politica, lo slogan della campagna di Barack Obama è considerato un esempio particolarmente riuscito. Non tanto per la sua orecchiabilità, quanto per la sua struttura.

La domanda utile è: perché la versione italiana “si può fare” non ha funzionato allo stesso modo? La risposta sta in un elemento che nel gergo della PNL viene chiamato indice referenziale, in termini più semplici, il soggetto esplicito.

Chi lo fa?

“Yes, we can” dice letteralmente: sì, noi possiamo farlo. C’è un soggetto, ed è un soggetto inclusivo: comprende chi parla e chi ascolta, insieme.

“Si può fare” è invece una forma impersonale. Dal punto di vista del messaggio che arriva a chi ascolta, suona come: qualcuno (non necessariamente io) forse può farlo.

La conseguenza è concreta. Chi ascolta si pone implicitamente una domanda: sì, ma chi lo fa?: che resta senza risposta. E un messaggio che lascia aperta la questione della responsabilità genera meno fiducia in chi lo pronuncia.

Si aggiunga un elemento prosodico: la virgola dopo il “sì” introduce una pausa che aggiunge enfasi e trasforma la frase da constatazione in affermazione. Piccoli dettagli, con effetti cumulativi rilevanti.

Perché questo esempio è istruttivo

Al di là della cornice teorica in cui viene presentato, l’esempio illustra un principio linguistico solido: le forme impersonali deresponsabilizzano.

È un fenomeno ben noto e osservabile ovunque. “Sono stati commessi degli errori” dice qualcosa di molto diverso da “abbiamo sbagliato”. “Bisognerebbe fare qualcosa” non impegna nessuno; “me ne occupo io” sì.

Nella comunicazione organizzativa la lezione è immediata: chi guida un gruppo e usa sistematicamente forme impersonali trasmette, senza volerlo, distanza dal problema. Il “noi” inclusivo (che comprende chi parla) è tra gli strumenti più semplici e più sottovalutati della comunicazione efficace.

Le parole che diciamo a noi stessi

Il secondo punto riguarda un’estensione dello stesso principio: le parole contano non solo verso gli altri, ma anche verso sé stessi.

Linguaggio verbale, paraverbale e non verbale (insieme a pensieri e azioni) richiedono, secondo questo approccio, una gestione più consapevole di quella abituale. Da qui l’idea di un allenamento quotidiano per sostituire schemi comunicativi consolidati con altri più funzionali.

Anche qui vale una precisazione: l’idea di “riprogrammare il cervello” è una metafora, non una descrizione di un processo neurologico. Ciò che effettivamente si può modificare con la pratica sono le abitudini linguistiche, il che è già molto, dato quanto orientano il pensiero.

Cosa fa davvero un coach

La parte più utile dell’articolo riguarda il ruolo di chi accompagna questo tipo di lavoro. Un coach, si osserva, non si limita a suggerire formule comunicative più efficaci.

Il contributo principale sta altrove: attraverso domande mirate, aiuta a estrarre le priorità reali, distinguendole dalla generica lista di impegni quotidiani, e sostiene nel mantenere la direzione senza farsi assorbire da ciò che è urgente ma meno importante.

È la distinzione classica tra urgente e importante, e il valore di una figura esterna sta proprio nella sua posizione: chi è dentro il flusso quotidiano tende sistematicamente a scambiare la prima categoria per la seconda.

Lo stesso vale a livello collettivo, nel lavoro con i gruppi: sia per chi occupa posizioni di responsabilità sia per il team nel suo insieme.

Cosa portare a casa

Indipendentemente dalle etichette teoriche, restano tre indicazioni verificabili:

  • rendere esplicito il soggetto quando si chiede impegno o si assume responsabilità;
  • preferire il “noi” inclusivo alle forme impersonali quando si guida un gruppo;
  • distinguere sistematicamente ciò che è urgente da ciò che è importante, anche con l’aiuto di uno sguardo esterno.

Sono accorgimenti semplici. La loro efficacia dipende però da una condizione: che corrispondano a intenzioni reali. Un “noi” pronunciato da chi non intende esserci non regge alla prova dei fatti.

Domande frequenti

Perché “Yes, we can” funziona meglio di “si può fare”?

Perché contiene un soggetto esplicito e inclusivo: “noi”, che comprende chi parla e chi ascolta. La forma impersonale italiana lascia invece aperta la domanda su chi debba agire, generando meno fiducia.

Cos’è l'”indice referenziale”?

Nel gergo della PNL indica il soggetto a cui una frase si riferisce. Quando manca, come nelle forme impersonali, il messaggio risulta deresponsabilizzante: nessuno si sente chiamato in causa.

La Programmazione Neuro-Linguistica è scientificamente fondata?

La sua validità è oggetto di discussione e molte sue affermazioni non hanno trovato conferma sperimentale. Alcune osservazioni linguistiche che propone restano però valide di per sé, indipendentemente dalla cornice teorica.

Qual è il contributo principale di un coach?

Non tanto suggerire formule comunicative, quanto aiutare attraverso domande mirate a distinguere le priorità reali dagli impegni urgenti ma meno importanti, e a mantenere la direzione nel tempo.

“Yes, we can” e “si può fare” sembrano equivalenti ma non lo sono: la prima ha un soggetto esplicito e inclusivo, la seconda è impersonale e lascia aperta la domanda su chi debba agire, con una perdita di fiducia da parte di chi ascolta. È un caso esemplare di un principio linguistico solido: le forme impersonali deresponsabilizzano, mentre il “noi” inclusivo è tra gli strumenti più sottovalutati della comunicazione efficace. Lo stesso principio si estende al dialogo interno, con la precisazione che “riprogrammare il cervello” è una metafora: ciò che cambia sono le abitudini linguistiche. Quanto al coaching, il contributo principale non è suggerire formule ma aiutare a distinguere l’urgente dall’importante.
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