L’integrazione degli opposti
Nei percorsi di counseling, attraverso approcci come la Gestalt o la Programmazione Neuro-Linguistica, l’integrazione degli opposti è un obiettivo ricorrente.
Il principio di fondo ha origini antiche ed è espresso efficacemente da Epitteto: non sono i fatti a turbare le persone, ma il giudizio che esse esprimono sui fatti.
Da qui il lavoro sulla consapevolezza: riconoscere che non tutto ciò che giudichiamo un male è realmente pericoloso, e non tutto ciò che giudichiamo un bene è realmente vantaggioso.
Un’idea analoga si ritrova nell’analisi transazionale, dove maturità e libertà si raggiungono quando le istanze del genitore e del bambino si integrano nella figura dell’adulto, capace di vivere consapevolmente nel presente.
Le energie sprecate nel conflitto interno
Il meccanismo comune a tutti i percorsi di empowerment, quali che siano le tecniche, è descritto con efficacia.
Si attivano processi in cui aspetti razionali, sempre ben visibili, e aspetti emotivi, che agiscono in una zona meno accessibile, si confrontano e si scontrano.
È solo quando la competizione tra interessi diversi converge in modo congruente verso un obiettivo comune che il nodo si scioglie. E il guadagno è concreto: tutte le energie prima sprecate in una lotta interna tra razionalità ed emotività diventano disponibili per la realizzazione della persona.
È un’immagine utile perché sposta il modo di intendere la crescita personale: non si tratta di aggiungere risorse, ma di smettere di consumarle in un conflitto che non produce nulla.
Il dualismo dimenticato
Ed è qui che l’articolo introduce la sua osservazione più interessante. Concentrati sul conflitto tra razionale ed emotivo, si è finito per trascurare un dualismo altrettanto radicato: quello tra mente e corpo.
La divisione ha una storia lunga. Quando le scienze mediche hanno iniziato a indagare il funzionamento della mente, si sono consolidati due filoni distinti.
Il filone medico-psichiatrico, che ha proseguito sulla strada della medicina considerando i fenomeni psichici come risultato del funzionamento di un organo, su cui intervenire con strumenti farmacologici.
Il filone umanistico, concentrato sulle modalità di formazione di pensieri e idee all’origine del disagio, e sulla possibilità di modificarle per renderle più funzionali al benessere.
Va precisato che questa contrapposizione è oggi molto meno netta di quanto lo fosse in passato: gli approcci integrati sono ampiamente diffusi, e la contrapposizione rigida tra intervento biologico e intervento psicologico è considerata superata.
Il corpo come contenitore
Resta però un punto valido. Anche in approcci che fanno largo uso della corporeità (la Gestalt e le sue derivazioni come le terapie espressive, o la bioenergetica, che lavora quasi esclusivamente sugli aspetti fisici) il corpo viene spesso considerato come il semplice contenitore della mente.
Gli si attribuisce la funzione di riflettere o manifestare gli stati mentali, ma poche possibilità di dare un contributo proattivo alla soluzione del problema.
In altre parole: perché avvenga l’integrazione tra razionalità ed emotività, il corpo viene usato come accessorio anziché come parte attiva del processo.
È una critica ancora attuale. Anche quando si riconosce che le emozioni hanno una manifestazione corporea, si tende a considerare quella manifestazione come un effetto. L’ipotesi che il corpo possa essere anche un punto di ingresso (che modificare uno stato fisiologico modifichi lo stato mentale, e non solo viceversa) resta meno esplorata di quanto meriterebbe.
Una prospettiva integrata
Da qui il riferimento alla psiconeuroendocrinoimmunologia: un ambito di ricerca che studia le relazioni tra funzionamento psichico e funzionamento biologico, cervello, sistema nervoso autonomo, sistema endocrino, sistema immunitario.
Il valore di questa prospettiva sta nell’aver documentato che i sistemi comunicano bidirezionalmente: lo stato psicologico incide su parametri fisiologici misurabili, e questi a loro volta influenzano lo stato psicologico.
Ne discende la possibilità di un uso attivo del corpo anche nel campo del benessere psicologico. Ambiti come la regolazione del respiro, l’attività fisica regolare, la qualità del sonno, le pratiche di attenzione corporea agiscono su meccanismi fisiologici con effetti documentati sul tono dell’umore e sulla risposta allo stress.
Non si tratta di sostituire il lavoro psicologico, ma di riconoscere che esiste più di una porta per accedere allo stesso sistema.
Cosa portarsi via
Tre indicazioni utili si possono ricavare da questa riflessione.
La prima: la crescita personale non consiste tanto nell’acquisire risorse quanto nel liberare quelle già impegnate in conflitti interni.
La seconda: il giudizio sui fatti, non i fatti in sé, è ciò su cui si può intervenire, un principio antico e ampiamente confermato dalle terapie contemporanee.
La terza: il corpo non è il contenitore di ciò che accade nella mente. È parte del processo, e può essere un punto di intervento e non solo un indicatore.
Domande frequenti
Cosa si intende per “integrazione degli opposti”?
Il processo per cui istanze interne in conflitto (tipicamente razionalità ed emotività) smettono di competere e convergono verso un obiettivo comune, liberando energie prima consumate nel conflitto.
Qual è il principio di Epitteto richiamato?
Che non sono i fatti a turbare le persone, ma il giudizio che esse esprimono sui fatti. È il fondamento del lavoro sulla consapevolezza: riconoscere che le nostre valutazioni non coincidono necessariamente con la realtà.
Perché il corpo viene considerato un “accessorio”?
Perché anche negli approcci che lavorano sulla corporeità gli si attribuisce spesso solo la funzione di riflettere gli stati mentali, senza riconoscergli un contributo attivo alla soluzione del problema.
Cos’è la psiconeuroendocrinoimmunologia?
Un ambito di ricerca che studia le relazioni tra funzionamento psichico e sistemi biologici (nervoso, endocrino, immunitario) documentando che la comunicazione è bidirezionale: lo stato psicologico incide su parametri fisiologici e viceversa.