Psicoterapia e Psicoanalisi

Neurobiologia dei Dimorfismi Sessuali

Che cosa determina l’identità di genere e l’orientamento sessuale? Geni, biologia del cervello, ambiente familiare e contesto sociale si intrecciano in modi complessi. La neurobiologia dei dimorfismi sessuali (le differenze tra cervelli) offre alcuni indizi affascinanti, da leggere però con prudenza. Ne parliamo con rispetto per la varietà dell’esperienza umana. Identità di genere e orientamento: […]

Psicolab — Neurobiologia dei Dimorfismi Sessuali
Che cosa determina l’identità di genere e l’orientamento sessuale? Geni, biologia del cervello, ambiente familiare e contesto sociale si intrecciano in modi complessi. La neurobiologia dei dimorfismi sessuali (le differenze tra cervelli) offre alcuni indizi affascinanti, da leggere però con prudenza. Ne parliamo con rispetto per la varietà dell’esperienza umana.

Identità di genere e orientamento: due concetti distinti

Prima di addentrarci nella biologia, è utile chiarire due concetti che spesso vengono confusi. L’identità di genere è il genere in cui una persona si riconosce (il senso profondo di essere uomo, donna o altro) indipendentemente dalle caratteristiche corporee con cui è nata. L’orientamento sessuale riguarda invece verso chi si prova attrazione affettiva e sessuale. Sono dimensioni diverse: una persona può avere qualsiasi combinazione delle due.

Un esempio noto ha reso questi temi oggetto di dibattito pubblico: quello di un uomo transgender che, avendo scelto di conservare gli organi riproduttivi femminili pur avendo assunto una morfologia maschile, ha potuto portare avanti una gravidanza. La sua rivendicazione era semplice e profonda: poter avere un figlio biologico in quanto persona, al di là della propria identità di genere. Le scelte che riguardano la sfera dell’affettività e della sessualità appartengono all’esperienza intima di ciascuno e meritano rispetto.

Il ruolo di geni, famiglia e società

L’educazione culturale e sentimentale di ognuno di noi nasce dalla sinergia tra tre componenti: la peculiarità dei nostri geni, il contesto familiare che ci accoglie e il contesto sociale in cui cresciamo. Nessuna di queste, da sola, spiega la complessità dell’identità e dell’orientamento di una persona.

La letteratura scientifica ha cercato a lungo di comprendere le basi della sessualità umana, con studi che indagano proprio l’intreccio tra queste dimensioni. Tra i filoni più discussi c’è quello che studia i dimorfismi sessuali del cervello, cioè le differenze strutturali tra individui, e la loro possibile relazione con l’orientamento.

Lo studio dell’ipotalamo

Uno degli studi più citati, condotto dal neuroscienziato Simon LeVay, ipotizzò che una regione dell’ipotalamo anteriore fosse coinvolta nella regolazione del comportamento sessuale. Analizzando tessuti cerebrali post-mortem, LeVay considerò quattro gruppi di cellule denominati INAH 1, 2, 3 e 4. Mentre nei gruppi 1, 2 e 4 non emergevano differenze, il gruppo INAH 3 risultava mediamente più voluminoso negli uomini eterosessuali rispetto alle donne e agli uomini omosessuali.

Il dato suggeriva che quella regione fosse “dimorfica” e che l’orientamento sessuale potesse avere anche un substrato biologico, oltre che genetico e psicologico. Allo studio, però, sono state mosse critiche importanti: molti dei campioni provenivano da persone decedute per AIDS, e la malattia avrebbe potuto influenzare le dimensioni cellulari. È un promemoria prezioso: correlazione non significa causa, e questi risultati vanno maneggiati con cautela.

La conferma sugli animali

Un elemento di riflessione è arrivato da ricerche successive. Un gruppo di ricercatori ha pubblicato uno studio analogo condotto sulle pecore: un gruppo di cellule dell’ipotalamo (possibile equivalente animale dell’INAH 3) risultava più grande negli arieti che si accoppiavano con le femmine e più piccolo in quelli che mostravano un’attrazione esclusiva verso altri maschi. Negli stessi animali si notavano anche differenze nei livelli di aromatasi, l’enzima che trasforma il testosterone in estrogeni.

Questi risultati, presi insieme, suggeriscono che la componente biologica possa avere un proprio peso nell’orientamento sessuale, accanto a quella genetica e psicologica. Nessuna di queste ricerche, va detto con chiarezza, “riduce” l’identità o l’orientamento a un solo fattore: la realtà è multifattoriale e ancora in gran parte da comprendere.

Crescere in una famiglia: cosa conta davvero

Su un punto la ricerca è invece piuttosto solida. L’Associazione Americana di Psicologia ha pubblicato studi sui figli di genitori dello stesso sesso, rilevando che non emergono differenze o anomalie rispetto ai bambini cresciuti da coppie eterosessuali. Ciò che conta per lo sviluppo di un bambino, insomma, non è la configurazione della coppia genitoriale, ma la qualità delle relazioni e dell’accudimento.

Una sfida reale che i figli di famiglie omogenitoriali possono incontrare (soprattutto in età scolare) è l’impatto con i pregiudizi e l’omofobia del contesto sociale. Per questo è utile aiutarli a sviluppare consapevolezza e un’autostima solida, capace di affrontare eventuali situazioni spiacevoli. Il contesto sociale non va trascurato, ma non è immutabile: può essere modificato, a partire dalla fiducia in se stessi.

La consapevolezza prima di tutto

Un principio vale per ogni famiglia, “tradizionale” o meno: le relazioni con il mondo esterno funzionano meglio quando ciascun componente ha una chiara consapevolezza di sé. Le nostre incertezze, così come le nostre sicurezze, tendono a trasmettersi ai figli. Per questo, prima di diventare genitori, può essere utile rafforzare la propria personalità, così da gestire al meglio il futuro rapporto con i figli.

Questo lavoro su di sé può passare da una buona autoanalisi e, dove se ne senta il bisogno, dal supporto di un percorso psicoterapeutico: per esempio di orientamento sistemico-relazionale, utile ad avere un quadro completo della propria dimensione psicologica e relazionale. L’obiettivo non è “correggere” nulla, ma conoscersi meglio: la base più solida su cui costruire qualunque relazione, compresa quella con i propri figli.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale?

L’identità di genere è il genere in cui una persona si riconosce (uomo, donna o altro), indipendentemente dalle caratteristiche corporee. L’orientamento sessuale riguarda invece verso chi si prova attrazione affettiva e sessuale. Sono dimensioni distinte e indipendenti tra loro.

L’orientamento sessuale ha una base biologica?

Alcuni studi sui dimorfismi cerebrali, come quelli sull’ipotalamo anteriore e sulle sue possibili controparti animali, suggeriscono che una componente biologica possa avere un peso. Questi risultati vanno però letti con prudenza, tra critiche metodologiche e limiti: l’orientamento è multifattoriale, con aspetti biologici, genetici e psicologici.

I figli di coppie dello stesso sesso crescono diversamente?

No. Studi dell’Associazione Americana di Psicologia non hanno rilevato differenze o anomalie rispetto ai figli di coppie eterosessuali. Ciò che conta per lo sviluppo è la qualità delle relazioni e dell’accudimento, non la configurazione della coppia genitoriale.

Come sostenere un figlio in una famiglia omogenitoriale?

Aiutandolo a sviluppare consapevolezza e un’autostima solida, utile ad affrontare eventuali pregiudizi soprattutto in età scolare. Più in generale, per ogni famiglia è prezioso che i genitori abbiano una chiara consapevolezza di sé, perché sicurezze e incertezze si trasmettono ai figli.

Identità di genere (il genere in cui ci si riconosce) e orientamento sessuale (verso chi si prova attrazione) sono dimensioni distinte, frutto dell’intreccio tra geni, biologia, famiglia e società. La neurobiologia dei dimorfismi sessuali (come gli studi sull’ipotalamo anteriore (INAH 3) e le ricerche su modelli animali) suggerisce che una componente biologica possa contribuire all’orientamento, accanto a quella genetica e psicologica; ma questi risultati vanno letti con prudenza, tra limiti e critiche metodologiche. Su un punto la ricerca è solida: i figli di coppie dello stesso sesso crescono senza differenze rispetto agli altri, perché conta la qualità delle relazioni. Per ogni genitore, la base migliore resta una chiara e serena consapevolezza di sé.
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