Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Neuro Hypnotic Repatterning: Guidare l'Autobus con le Emozioni

L’idea è seducente: imparare a produrre a comando gli stati emotivi che fanno stare bene, come una sostanza che ci si somministra da soli senza effetti collaterali. Vale la pena guardare da vicino cosa sostiene questa promessa. Articolo divulgativo. Le sigle citate designano percorsi formativi privati a marchio registrato, non trattamenti sanitari. In presenza di […]

Psicolab — Neuro Hypnotic Repatterning: Guidare l'Autobus con le Emozioni
L’idea è seducente: imparare a produrre a comando gli stati emotivi che fanno stare bene, come una sostanza che ci si somministra da soli senza effetti collaterali. Vale la pena guardare da vicino cosa sostiene questa promessa.
Articolo divulgativo. Le sigle citate designano percorsi formativi privati a marchio registrato, non trattamenti sanitari. In presenza di ansia, fobie o disagio persistente il riferimento sono psicologi e psicoterapeuti iscritti all’albo.

Di cosa si parla

Il testo riferisce l’esperienza di un corso di sei giorni in una delle “tecnologie” sviluppate dal fondatore della programmazione neuro-linguistica, presentata come evoluzione successiva della PNL stessa.

La descrizione che ne viene data è che si utilizzi «il processo ipnotico per ristrutturare le esperienze che le persone hanno a livello neurologico e chimico».

L’obiettivo dichiarato è imparare a produrre cambiamenti chimici nel proprio cervello, saturando la propria neurologia con gli stati che fanno stare bene fino a perdere la possibilità di preoccuparsi o deprimersi.

Cosa va detto sul quadro di riferimento

Su questo punto abbiamo già preso posizione altrove e la ripetiamo per chiarezza.

Gli assunti centrali della PNL (i sistemi rappresentazionali preferiti, i movimenti oculari come indicatori del pensiero, il ricalco come tecnica di influenza) sono stati sottoposti a verifica sperimentale a partire dagli anni Ottanta e non hanno trovato conferma.

Le rassegne successive hanno mantenuto quel giudizio. Non si tratta di una disciplina in attesa di prove: si tratta di un modello che le prove hanno già mancato.

Le derivazioni successive, comprese quelle qui descritte, non sono state sottoposte a verifica indipendente: non hanno cioè uno stato di evidenza migliore, ma peggiore, perché non ne hanno affatto.

Il linguaggio della chimica

Merita attenzione a sé il modo in cui il testo descrive gli effetti: cambiamenti chimici nel cervello, saturazione della neurologia, sostanze prodotte dalle sensazioni positive, una «droga fai-da-te».

Il fatto di base è vero e banale: ogni esperienza corrisponde ad attività neurochimica. Leggere questa frase la comporta. Non è una proprietà di una tecnica particolare.

Il problema è che il lessico neuroscientifico applicato a un’affermazione la rende più credibile indipendentemente dal suo contenuto. È un effetto documentato: spiegazioni psicologiche irrilevanti o errate vengono giudicate più convincenti se accompagnate da riferimenti al cervello.

È un criterio pratico utile. Quando una descrizione insiste sui neurotrasmettitori senza specificare quali, misurati come e con quale esito, il riferimento sta svolgendo una funzione retorica.

La metafora della droga

Il testo apre dicendo che il formatore «è come una droga» e che dopo un corso viene naturale il desiderio di continuare a frequentarlo.

È scritto come elogio, ed è invece la descrizione esatta di ciò che rende un percorso formativo problematico.

La struttura ricorrente di questi ambienti è nota: certificazioni a marchio registrato rilasciate da organizzazioni private, livelli successivi che si acquistano uno dopo l’altro, autorizzazioni a insegnare che generano a loro volta corsi.

Il valore del titolo dipende interamente dalla reputazione di chi lo rilascia, e chi lo ha acquistato ha un interesse economico a sostenerla. È il motivo per cui la valutazione critica interna a questi ambienti è così rara.

Cosa c’è di reale nel nucleo

Sarebbe scorretto liquidare tutto. Alcune osservazioni contenute nel testo corrispondono a fenomeni documentati, e vale la pena separarle.

Che lo stato in cui ci si trova influisca sulla risposta a una situazione è vero e ben studiato.

Che si possa modificare la propria reazione emotiva a uno stimolo temuto è vero, ed è il fondamento delle terapie di esposizione: ma il meccanismo che funziona è l’esposizione graduale e ripetuta alla situazione reale, non la produzione immaginativa di uno stato piacevole.

Che il modo in cui si interpreta la propria attivazione fisiologica cambi l’esito è documentato: leggere il battito accelerato come prontezza anziché come paura migliora effettivamente la prestazione.

Il punto è che questi effetti sono noti, misurati e insegnabili senza bisogno di alcuna certificazione a marchio.

Perché la promessa non regge

C’è infine un problema nell’obiettivo stesso, formulato come «perdere la possibilità di deprimersi e preoccuparsi».

Le emozioni spiacevoli non sono un difetto di funzionamento. La preoccupazione segnala problemi da affrontare, la tristezza accompagna le perdite, la paura protegge.

Le persone che si impongono di non provare emozioni negative tendono a starci peggio, non meglio: l’evitamento dell’esperienza spiacevole è associato a esiti più sfavorevoli, non migliori.

Le pratiche con prove più solide vanno esattamente nella direzione opposta: aumentare la capacità di stare in ciò che si prova, non eliminarlo.

Domande frequenti

La PNL ha una validazione scientifica?

No. I suoi assunti centrali (sistemi rappresentazionali, movimenti oculari, ricalco) sono stati verificati sperimentalmente e non hanno trovato conferma. Le derivazioni successive non sono state verificate affatto.

Le tecniche producono davvero cambiamenti chimici nel cervello?

Ogni esperienza corrisponde ad attività neurochimica, inclusa la lettura di questa frase. Non è una proprietà distintiva di una tecnica, e il lessico neuroscientifico rende un’affermazione più credibile a prescindere dal contenuto.

C’è qualcosa di valido nel nucleo?

Sì: che lo stato influisca sulla risposta, che le reazioni emotive siano modificabili e che l’interpretazione della propria attivazione cambi l’esito. Sono effetti documentati e disponibili senza certificazioni a marchio.

È desiderabile non provare più emozioni negative?

No. Preoccupazione, tristezza e paura svolgono funzioni utili, e chi si impone di non provarle tende a stare peggio. Le pratiche più solide aumentano la capacità di sostenerle, non le eliminano.

La promessa di produrre a comando gli stati che fanno stare bene poggia su un modello (la PNL) i cui assunti sono stati verificati e non confermati, e su derivazioni successive mai verificate. Il linguaggio della chimica cerebrale svolge qui una funzione retorica: ogni esperienza è neurochimica, e i riferimenti al cervello rendono credibile qualunque affermazione. Resta valido un nucleo modesto e già noto (lo stato influisce sulla risposta, l’interpretazione dell’attivazione conta) ottenibile senza certificazioni a pagamento. E l’obiettivo dichiarato è discutibile: chi si impone di non provare emozioni spiacevoli tende a stare peggio.
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