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Moreno e Perls: gli autori dello Psicodramma e della Terapia della Gestalt a confronto

Breve Estratto

Sono tanti i punti di contatto tra Jacob L. Moreno, ideatore dello Psicodramma, e Frederik Perls, principale fondatore della Terapia della Gestalt.
Le affinità tra questi due innovatori nel campo della psicoterapia sono presenti non solo, come vedremo, tra i loro approcci teorici e metodologici, ma, prima di tutto, tra le loro autobiografie.
Entrambi di origini ebraiche, sono nati e cresciuti a cavallo del ventesimo secolo in Europa ed emigrati negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale per scampare alle persecuzioni naziste. Entrambi hanno avuto come prima passione quella per il teatro, e sono stati per tutta la vita straordinariamente eclettici, creativi, instancabili. Entrambi si sono mantenuti, e sono stati tenuti, lontani dagli ambienti accademici, inconciliabili con il loro atteggiamento ribelle e antidogmatico, stravagante e forse troppo eccentrico. Entrambi, infine, si sono scontrati con una forte diffidenza iniziale nei confronti della loro pratica, e forse perché precorreva troppo i tempi, visto che, invece, dalla loro morte in poi questa si è ampiamente diffusa ed è stata largamente applicata in tutti i campi, da quello della terapia a quello della formazione.
Sia Moreno che Perls elaborano la propria metodologia a partire da una forte insoddisfazione per le tecniche terapeutiche esistenti e dalla critica della società. Lo stesso è, infatti, lo spirito di fondo che li anima e li guida: l´amore per l´Uomo e la preoccupazione di preservare la sua autenticità e il suo reale benessere

(…) in una società in cui i più dedicano la loro vita a realizzare un ´dover essere´ a cui dovrebbero conformarsi come tanti robot. (Yablonsky, 1976, p.137).

Questa è la descrizione che Perls fa dell´ “uomo moderno”, e, sebbene si riferisca all´uomo di più di trenta anni fa, credo, purtroppo, che sia ancora incredibilmente attuale:

L´uomo moderno vive in uno stato di bassa vitalità. Benché in genere non soffra profondamente, conosce ben poco della vera vita creativa. In compenso è divenuto un automa pieno di angosce. Il mondo gli offre vastissime opportunità di accrescimento e godimento, ma lui girovaga senza meta, senza sapere cosa desidera realmente e quindi completamente incapace di immaginare come ottenerlo. (…) Fa finta di essere impegnato, ma la sua espressione facciale indica la mancanza di qualunque interesse reale. Di solito è impassibile, annoiato, distaccato o irritato. Sembra aver perso ogni spontaneità, ogni capacità di sentire e di esprimersi direttamente e in modo creativo. È bravissimo a parlare dei suoi guai e del tutto incapace a tener loro testa. Ha ridotto la vita stessa a una serie di esercizi verbali e intellettuali; si annega in un mare di parole. Al processo del vivere ha sostituito le spiegazioni psichiatriche e pseudopsichiatriche della vita. Passa un tempo infinito a cercare di riafferrare il passato o di plasmare il futuro. (…) Talvolta non è neppure consapevole delle sue azioni del momento. (Perls, 1973, p.9)

Anche Moreno analizza il procedere della civiltà umana, e denuncia come questo abbia messo in pericolo la naturale capacità creativa dell’uomo, trasformando di volta in volta i suoi migliori prodotti spontanei e creativi in quelle che egli chiama conserve culturali, cioè prodotti conclusi e immutabili. E non solo; dalla rivoluzione industriale in poi, con l’introduzione delle macchine, l’uomo è stato sostituito anche nello stesso processo di ripetizione dei suoi prodotti conclusi e immutabili.
La funzione delle conserve culturali, quella, cioè, di garantire dei punti di riferimento stabili e quindi la continuità dell’ereditarietà, risponde ottimamente al bisogno, insito nella natura umana, di ordinare e controllare tutto. Per questo ai nostri predecessori, scrive Moreno, sembrò più utile convogliare tutta la loro energia nello sviluppo e nella preservazione delle conserve culturali, piuttosto che basarsi su improvvisazioni momentanee. Ma lo sviluppo e la diffusione delle conserve culturali, sebbene dovessero la loro stessa nascita a processi spontanei e creativi, portarono gradualmente all’affievolirsi della scintilla creativa, fino a diventare una vera e propria minaccia per la sensibilità dei modelli creativi dell’uomo. Infatti, l’illusione del prodotto preconfezionato, e la sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine ai fini della sua produzione, ha portato l’uomo

a dimenticare e abbandonare il processo genuino creativo ed emergente nell´anima del singolo, a spegnere tutti i momenti vitali e attivi per dirigersi verso una meta immodificabile (Moreno, 1946, p.109).

La possibilità di avere soluzioni “belle e pronte´” a qualsiasi tipo di problema e necessità che il progresso scientifico e tecnologico sembra dare, in realtà spegne nell´uomo la ricerca attiva e creativa di nuove soluzioni.
E questa ha tutta l´aria di un´involuzione, più che di un´evoluzione:

Con la brama di un´aquila ferita e incapace di volare con le proprie ali, egli afferrò l´opportunità che gli veniva fornita dalle conserve culturali e dalle macchine, finendo, di conseguenza, per idolizzare le sue stampelle. (Moreno, 1946, p.177).

Di qui la volontà di “liberare” l´uomo e di aiutarlo a ritrovare se stesso, la sua spontaneità, come dice Moreno, e la sua autoconsapevolezza, come dice Perls, al di là di schemi teorici preesistenti e dei ruoli imposti dalla società.
Lo scopo della terapia non deve essere, dunque, quello di costruire giustificazioni post-facto alla continuazione del comportamento nevrotico, scrive Perls, bensì quello di aiutare l´individuo a raggiungere l´autoconoscenza, la soddisfazione e l´autoappoggio (ibidem, p.10).
Non si tratta, certo, di negare il peso delle esperienze della prima infanzia, né tanto meno di minimizzare la pressione culturale esercitata dall´ambiente sociale, quanto piuttosto di cercare di aiutare l´uomo, almeno in un primo momento, a conoscersi ed accettarsi per come è, senza cercare disperatamente di conformarsi ad modello di riferimento, individuale o sociale, interno o esterno, filosofico, morale, politico o religioso.
Il concetto di adattamento creativo avvicina sorprendentemente le elaborazioni teoriche di Perls e Moreno:

Nella psicoterapia della gestalt si parla proprio di adattamento creativo per descrivere l´equilibrio fra adattamento e creatività, proprio dei processi di contatto spontanei e obiettivo della terapia; là dove nello psicodramma si lavora affinché i diversi ruoli che costituiscono l´individuo siano meno rigidi, cioè più adatti e efficaci in relazione al contesto, ma anche più personali e sganciati dalla stratificazione delle influenze degli altri significativi. (Gecele, 2003, p.175)

Comune ai due modelli è dunque l´obiettivo finale di aumentare le possibilità e la flessibilità dell´adattamento dell´individuo al suo ambiente.
Tale comunanza di obiettivi deriva dal fatto che sia Moreno che Perls partono da una prospettiva antropologica relazionale: lo sviluppo dell´individuo, sano o patologico che sia, dipende da come questi interagisce con il suo contesto di vita. Come Moreno ritiene che il sé emerga dai ruoli e che la cristallizzazione di questi determini una perdita di spontaneità e quindi l´incapacità di adattamenti creativi, così Perls ritiene che il funzionamento psichico di un individuo sia determinato dal tipo di rapporto che questi ha con il suo ambiente, interno ed esterno, e che rapporti troppo frequentemente o traumaticamente distorti o carenti portino l´individuo a non saper più quali sono i suoi reali bisogni (perdita dell´autoconsapevolezza) e, quindi, a non sapersi più orientare ai fini di una loro soddisfazione.
Oltre alle affinità concettuali di fondo fin ora evidenziate – la concezione relazionale dello sviluppo umano, l´insoddisfazione per le tecniche terapeutiche tradizionali, la critica della società dei robot, l´importanza attribuita alla spontaneità ella creatività – entrambi i metodi condividono lo stesso substrato filosofico, fenomenologico e umanistico, l´ottica del qui e ora, l´importanza attribuita alla dimensione corporea, l´esplorazione delle emozioni inespresse attraverso l´attualizzazione delle situazioni inconcluse, l´atteggiamento non direttivo del terapeuta, il gruppo come strumento di amplificazione della coscienza del protagonista.
Non ci stupisce, dunque, che Perls abbia deciso di incorporare nella sua terapia della gestalt anche la tecnica psicodrammatica. La tecnica moreniana, infatti, si sposa perfettamente con gli obiettivi dell´autoconsapevolezza e dell´adattamento creativo per l´opportunità che offre al soggetto di trasformare i suoi pensieri circa il passato in azioni nel presente” e così di “elaborare e assimilare i sentimenti interrotti (Perls 1973, p. 67). Attraverso l´azione psicodrammatica il soggetto, non solo raggiunge una migliore comprensione di sé, ma può anche riscattarsi, una volta per tutte, dai blocchi e dalle interruzioni originatesi in passato, sperimentare nuove modalità di contatto con il mondo esterno, e con se stesso, assimilare e integrare l´evento incompiuto nel qui e ora, e infine, chiudere la gestalt.
La tecnica psicodrammatica, così come viene utilizzata nell´ambito della terapia della gestalt, presenta comunque alcune differenze rispetto allo psicodramma classico.
Prima di tutto non c´è il palcoscenico, e questo principalmente perché il setting della terapia della gestalt non è costruito in funzione delle rappresentazioni; primo, perché non si tratta di vere e proprie rappresentazioni, come nello psicodramma moreniano, e poi perché lo psicodramma qui rappresenta solo una delle tecniche, e non il metodo elettivo, per giungere alla consapevolezza e all´adattamento creativo.
Mentre, dunque, nello psicodramma di Moreno il paziente si muove su un palcoscenico ed è aiutato nella sua rappresentazione dal resto del gruppo nelle vesti di io ausiliari, nella terapia della Gestalt di Perls il paziente è seduto sullasedia che scotta, e da quel momento in poi il gruppo recede sullo sfondo, e l´attenzione del terapeuta è interamente focalizzata sul soggetto.
L’altra grande differenza, infatti, sta nel ruolo svolto dal gruppo. Il gruppo, nella terapia della gestalt, ha infatti funzioni molto ridotte rispetto a quelle che svolge nello psicodramma classico: non partecipa attivamente, nelle vesti di io ausiliario, alla rappresentazione del soggetto, ma si limita al ruolo di spettatore e di cassa di risonanza. Il protagonista di turno, dunque, interpreta da solo tutti i ruoli presenti sulla scena che ha deciso di rappresentare, e anche l´inversione di ruoli avviene tra sé e sé, con l´aiuto di una sedia vuota.
Con la sua monoterapia, Perls vuole evitare la contaminazione, i precetti altrui, che sono di solito presenti nello psicodramma consueto (ibidem, p.83).

Moreno chiama a recitare altre persone, che sanno molto poco del paziente. Portano le loro fantasie ed interpretazioni che falsificano il ruolo del terapeuta. Però se tutto lo fa la stessa persona, almeno sappiamo che stiamo trattando di una stessa persona. (Perls, 1969, p.134)

Il rischio di contaminazione di cui parla Perls è sicuramente presente, ma un tale uso dello psicodramma comporta d’altra parte una grossa limitazione. Il rischio è quello di ridurre notevolmente gli effetti terapeutici dello psicodramma stesso, sia per il soggetto seduto sulla ´sedia che scotta´, che, non potendo invertire i ruoli con un´altra effettiva persona, ma solo con se stesso, non potrà mai realmente osservarsi dall´esterno e comprendere come appare agli altri, sia per il resto del gruppo che, rimanendo essenzialmente “pubblico”, può solo identificarsi come osservatore e non pienamente come partecipante.

Proiettare le nostre emozioni su una sedia vuota ha un suo valore; tuttavia la fibra e la vibrazione di un´altra persona nella forma psicodrammatica di ego ausiliario migliorano l´intensità e la portata dell´esplorazione. (Yablonsky, 1976, p.138)

Al di là delle affinità e delle divergenze, resta da dire che enorme è l’eredità lasciataci da questi due grandi autori, che in un tempo in cui il mondo della psicoterapia era fortemente dominato dalla psicoanalisi classica, hanno avuto il coraggio di uscire fuori dal coro e la capacità di sondare nuovi percorsi, donando al mondo due nuovi approcci terapeutici che, ancora oggi, svolgono un ruolo di primo piano nel campo della psicoterapia individuale e di gruppo.

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