Chi era Betty Friedan
Betty Friedan, considerata la madre del cosiddetto femminismo “moderato”, è l’autrice del celebre libro La mistica della femminilità. La sua opera può essere letta come un faro nella lunga notte dell’inconsapevolezza rispetto al diritto di essere fedeli alla propria identità, al di là dei ruoli acquisiti nel corso del tempo.
Con la sua vita e il suo impegno, Friedan aiutò molte persone a prendere coscienza di un principio semplice e potente: la più grande menomazione per un essere umano è la mancanza del senso di sé, l’impossibilità di crescere e realizzare il proprio potenziale. Una donna, sosteneva, deve poter dire senza sensi di colpa “chi sono e cosa voglio”, e perseguire obiettivi personali oltre a quelli di sposa e madre, senza per questo sentirsi isolata o “sbagliata”.
Le radici psicologiche del suo pensiero
Un aspetto spesso trascurato è la solida formazione psicologica di Friedan. Laureata in scienze sociali e psicologia clinica, fu allieva di figure legate alla psicologia della Gestalt e alla psicologia umanistica, e partecipò ai primi gruppi di incontro (“encounters”). Portò poi nel campo delle scienze sociali tutta l’esperienza maturata nel lavoro terapeutico.
Pubblicato nel 1963, La mistica della femminilità fu uno shock per l’America del baby boom, ma moltissime donne vi si riconobbero e poterono finalmente dare un nome al proprio disagio esistenziale: quel malessere diffuso e senza volto che tante vivevano senza saperlo definire. Contro ogni aspettativa, anche dell’autrice, il libro divenne un best seller internazionale, con un impatto trasformativo che pochi testi hanno avuto.
“Qui e ora”: dalla terapia all’impegno
L’impegno di Friedan non si fermò a quel libro. Si battè per la parità retributiva (“uguale retribuzione per uguale lavoro”), per la promozione delle donne nella vita politica, e fondò una delle più importanti organizzazioni per i diritti delle donne, il cui acronimo: NOW: racchiude un significato profondo.
“Qui e ora” (here and now) è infatti anche il motto della terapia della Gestalt, che invita a vivere pienamente il presente: ieri è passato, domani deve ancora arrivare, oggi esiste. Per Friedan questo “qui e ora” rappresentava la ricerca costante del proprio senso di realtà e di valore: il risveglio da una vita vissuta nell’impotenza del passato o nella disperazione per il futuro, e la conquista di un potere personale che non è dominio sull’altro, ma esattamente l’opposto, il pieno possesso di sé.
Una voce libera, anche tra le femministe
Friedan non fu mai una donna allineata. In un libro successivo, Il secondo stadio (1981), prese apertamente le distanze da un femminismo radicale che vedeva negli uomini e nei rapporti familiari la rovina dell’integrità femminile. Una posizione coraggiosa, che le costò l’emarginazione da un movimento di cui era stata tra i leader più significativi.
Il prezzo fu alto: non aver voluto schierarsi con la contrapposizione frontale tra i sessi, e soprattutto il rifiuto di identificare il femminismo con una sola scelta di vita, le valsero critiche durissime. Ma era coerente con sé stessa: si era sempre battuta contro ogni forma di stereotipo, comprese le rigidità che vedeva nascere dentro lo stesso movimento. La vita, del resto, non le aveva fatto sconti: fin da bambina aveva conosciuto la discriminazione, e non si lasciò deprimere dalle nuove accuse.
L’ultima sfida: reinventare la vecchiaia
La sua ricerca non si esaurì con la questione femminile. Dopo dieci anni di lavoro pubblicò un ampio saggio dedicato a come si invecchia nella nostra società: un’altra sfida agli stereotipi, questa volta quelli sulla vecchiaia. La sua esperienza sullo sviluppo del potenziale umano la convinse che la crescita personale non solo è possibile in questa fase della vita, ma dovrebbe esserne l’obiettivo principale.
Friedan osservava che verso la terza età esistono molti tabù e atteggiamenti opposti ma ugualmente irrealistici: da un lato la depressione e la mancanza di senso, dall’altro la tendenza a fingersi “eterne fanciulle”. Entrambi mettono a rischio l’enorme potenziale di quegli anni. La sua tesi era netta: è un periodo della vita del tutto diverso, e pretendere che sia ancora giovinezza fa perdere le sorprese e le possibilità che si schiudono. Le sue ricerche mostravano che chi continua a investire nella propria crescita diventa, con gli anni, “sempre più autenticamente sé stesso”: più consapevole delle proprie possibilità e dei propri limiti, di cui rughe e acciacchi sono solo una parte.
Un’eredità attuale
Friedan fu instancabile fino alla fine, e i suoi scritti conservano un’attualità sorprendente. Non fu amata né dalla destra né dalla sinistra, e persino alcune femministe le rimproverarono uno stile di scrittura frammentario, “a balzi”. Ma lei sapeva bene dove stava andando, e non nella direzione del perfezionismo: non voleva compiacere, né adeguarsi al linguaggio elitario per ottenere riconoscimento. Voleva solo condurre la propria ricerca e indicare quella che considerava la vera ferita della questione femminile: la fragilità e la precarietà dell’identità, non riducibile né risolvibile con una “guerra tra i sessi”.
La sua voce resta preziosa proprio oggi, in tempi in cui tornano pressioni verso ruoli rigidi e forme “normali” di comportamento. Il suo stile sarà stato discutibile, ma scriveva di petto e colpiva dritto al cuore. Il suo messaggio di fondo (che la libertà comincia dal diritto di chiedersi chi si è) appartiene, in fondo, a ogni essere umano.
Domande frequenti
Cos’è “La mistica della femminilità”?
È il libro del 1963 di Betty Friedan che diede voce al disagio esistenziale di molte donne dell’epoca, permettendo loro di dare un nome a un malessere diffuso e senza volto. Divenne un best seller internazionale con un forte impatto trasformativo, tra i testi più influenti del Novecento.
Qual è il legame tra Friedan e la psicologia?
Friedan aveva una solida formazione in psicologia clinica, legata alla Gestalt e alla psicologia umanistica, e portò l’esperienza terapeutica nelle scienze sociali. Il suo motto “qui e ora”, tratto dalla Gestalt, esprimeva la ricerca del proprio senso di valore e il diritto di vivere pienamente il presente.
Perché si allontanò dal femminismo radicale?
Perché non condivideva la visione che identificava negli uomini e nei rapporti familiari la rovina delle donne. Rifiutava la contrapposizione frontale tra i sessi e ogni stereotipo, anche quelli interni al movimento. Una posizione coraggiosa che le costò l’emarginazione ma restò coerente con la sua libertà di pensiero.
Cosa diceva Friedan sulla vecchiaia?
Che è una fase della vita del tutto diversa, ricca di possibilità, e che pretendere sia ancora giovinezza fa perdere le sue sorprese. Riteneva che la crescita personale dovesse esserne l’obiettivo principale: chi continua a investire su di sé diventa, con gli anni, sempre più autenticamente sé stesso.
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