Che cosa sono i metodi indiretti
Interviste e questionari sono rivolti ai bambini o agli adulti, e possono essere affiancati all’osservazione per formare un metodo misto. Vengono detti indiretti perché non colgono il comportamento, ma il resoconto che qualcuno ne fa.
Le distorsioni sono frequenti e spesso involontarie. Possono derivare dal desiderio di conformarsi alle aspettative del ricercatore, oppure essere motivate dalla desiderabilità sociale, cioè dalla tendenza a presentarsi sotto una luce favorevole. Vi sono poi errori sistematici, dovuti ai giudizi di valutazione che gli adulti formulano sulle capacità e sui comportamenti dei bambini, e che portano a sottovalutarli o a sopravvalutarli.
Domande chiuse e domande aperte
I questionari possono essere somministrati a genitori, bambini ed educatori, e i risultati poi confrontati tra loro. Il confronto è particolarmente istruttivo, perché quando le tre fonti divergono la divergenza stessa diventa un dato.
Le domande chiuse hanno il vantaggio di produrre risposte standardizzate, facilmente analizzabili e codificabili, e minimizzano la possibilità di ottenere risposte irrilevanti.
Le domande aperte si usano quando non si conoscono a priori le possibili modalità di risposta, o quando queste sono troppo numerose. Sono utili soprattutto nelle ricerche preliminari e nelle indagini pilota, cioè quando si sta ancora imparando che cosa chiedere.
I loro svantaggi sono però consistenti. Possono fornire informazioni inutili; richiedono una maggiore capacità espressiva, il che le rende difficilmente utilizzabili con i bambini piccoli; e la codifica è laboriosa, con interpretazioni che abbassano l’attendibilità dei risultati. Va aggiunto che il livello cognitivo incide sulla comprensione delle domande anche quando queste sono chiuse: la semplicità del formato non garantisce la semplicità della domanda.
La motivazione di chi risponde
Anche l’aspetto motivazionale è importante, e viene sistematicamente sottovalutato. Oltre a rifiutarsi di rispondere, i bambini possono accettare e insieme resistere a comunicare sentimenti, atteggiamenti e opinioni. Il rifiuto esplicito è un problema visibile; la collaborazione reticente non lo è, e produce dati apparentemente validi.
È importante quindi motivarli, facendo leva sui loro interessi e sulla loro curiosità. Non si tratta di indurli a rispondere, ma di rendere la situazione abbastanza interessante perché valga la pena farlo davvero.
Il colloquio clinico di Piaget
Il colloquio clinico di Piaget è una variante dell’intervista. Gli argomenti sono predefiniti, ma il contenuto, l’ordine e la formulazione delle domande variano caso per caso, seguendo il ragionamento del bambino anziché una traccia fissa.
Proprio questa libertà impone tre cautele. Occorre evitare di annoiare il bambino; evitare di suggerirgli le risposte con domande suggestive; evitare, più in generale, di influenzarlo. Il metodo consegna all’intervistatore un potere considerevole sul materiale che raccoglie, e la sua validità dipende interamente dalla disciplina con cui quel potere viene esercitato.
Domande frequenti
Perché interviste e questionari sono detti metodi indiretti?
Perché non rilevano il comportamento, ma il resoconto che una persona ne fornisce. Tra il fatto e il dato si interpone sempre chi risponde.
Quando conviene usare domande aperte?
Quando non si conoscono in anticipo le possibili modalità di risposta, o quando sono troppo numerose. Sono adatte alle ricerche preliminari e alle indagini pilota, meno all’uso con bambini piccoli.
Che cos’è la desiderabilità sociale?
La tendenza a presentarsi sotto una luce favorevole. Distorce le risposte in modo spesso involontario, e agisce anche quando è un genitore a descrivere il proprio figlio.
Che cosa distingue il colloquio clinico di Piaget?
Gli argomenti sono stabiliti in anticipo, ma contenuto, ordine e formulazione delle domande cambiano caso per caso, adattandosi al ragionamento del bambino. Richiede di non annoiarlo, di non suggerirgli le risposte e di non influenzarlo.
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