Psicoterapia e Psicoanalisi

Metafore Terapeutiche per Bambini, in Terapia Familiare

Le fiabe che ci raccontavano da piccoli non erano solo intrattenimento: ci aiutavano a conoscere il mondo, a gestire le emozioni, a crescere. È lo stesso principio della metafora terapeutica, usata in terapia con i bambini. Attraverso storie, disegni e giochi, il piccolo affronta i propri problemi mantenendo una “distanza di sicurezza”. Vediamo come funziona […]

Psicolab — Metafore Terapeutiche  per Bambini, in Terapia Familiare
Le fiabe che ci raccontavano da piccoli non erano solo intrattenimento: ci aiutavano a conoscere il mondo, a gestire le emozioni, a crescere. È lo stesso principio della metafora terapeutica, usata in terapia con i bambini. Attraverso storie, disegni e giochi, il piccolo affronta i propri problemi mantenendo una “distanza di sicurezza”. Vediamo come funziona questo potente strumento.

La fiaba come metafora terapeutica

La metafora terapeutica, vista come esperienza narrativa, ha molto in comune con le fiabe. Attraverso il “viaggio della mente”, le fiabe ci hanno permesso di affacciarci alla vita e conoscere le dinamiche sociali. Ancora oggi non hanno perso la loro funzione: sono un esempio perfetto di come la metafora possa essere insieme mezzo letterario e strumento terapeutico.

Non tutte le metafore, però, sono terapeutiche. Che cosa le distingue? L’elemento decisivo è la corrispondenza con chi ascolta. Nella metafora letteraria la funzione principale è la descrizione; in quella terapeutica, invece, le mete sono l’alterazione, la reinterpretazione e la ricomposizione. Perché ciò avvenga, la storia deve evocare non solo familiarità immaginativa, ma anche familiarità relazionale, basata sull’esperienza personale. I bambini, in particolare, si mettono in rapporto con ciò che è familiare: personaggi, ambienti ed eventi devono parlare alla loro esperienza di vita, con un linguaggio a loro vicino.

La “realtà fenomenologica condivisa”

La funzione più importante della metafora terapeutica è ciò che è stato definito “realtà fenomenologica condivisa”: il bambino sperimenta il mondo creato dalla metafora del terapeuta. Attraverso la relazione terapeuta-bambino-storia, il piccolo sviluppa un senso di identificazione con i personaggi e gli eventi. Ed è qui il massimo potere della metafora: il bambino non si sente isolato, ma percepisce un’esperienza condivisa. La metafora punta al problema, ma se ne tiene alla larga; attiva risorse specifiche, e lo fa in forma non minacciosa.

La struttura delle fiabe classiche

Analizzando le fiabe classiche si ritrovano elementi comuni che permettono di costruire questa realtà condivisa. Le fiabe, tipicamente:

  • stabiliscono un conflitto metaforico per il protagonista;
  • personificano i processi inconsci in eroi e soccorritori (le risorse) e in malfattori e ostacoli (le paure e le convinzioni negative);
  • presentano una crisi in un contesto di soluzione, in cui il protagonista supera il problema;
  • danno al protagonista un nuovo senso di identità grazie al suo “viaggio dell’eroe”;
  • terminano con una celebrazione che riconosce il suo valore.

Le fiabe, del resto, non parlano di dolci coniglietti: affrontano situazioni inquietanti, orfani, matrigne, mostri, lupi. Il bene e il male si intrecciano, e il magico rende tutto possibile. È proprio questa la loro forza: ancorarsi a contenuti profondi e lavorare sulle emozioni senza che il bambino “si faccia male”. Come intuiva Freud parlando dell’arte poetica, il gioco metaforico funziona come una “pellicola invisibile” che protegge le parti più delicate nel momento in cui affiorano alla coscienza.

Il potere delle bugie nelle fiabe

Un esempio illuminante è il ruolo della bugia nelle fiabe. Nella storia di Cappuccetto Rosso il lupo mente spudoratamente: la simbolizzazione del pericolo è chiarissima. Come spiegava Bettelheim, in queste storie il bene vince sul male e il bambino si identifica con l’eroe buono. La domanda che il piccolo si pone non è “voglio essere buono?”, ma “come chi voglio essere?”.

Ma le fiabe sanno anche mostrare l’aspetto “indisciplinato” di ognuno, aiutando a dimensionarlo: chi non ha mai detto una bugia? In alcune storie la bugia diventa persino uno strumento di crescita. In “Hansel e Gretel”, i bambini imparano a difendersi e a cavarsela da soli, diventando in qualche misura adulti, e alla fine recuperano anche il valore della famiglia. Nel “Principe ranocchio” una bugia da bambina viziata conduce la protagonista, attraverso il rispetto della parola data, a diventare adulta e felice. E ne “I vestiti nuovi dell’imperatore” è l’innocenza di un bambino a spezzare la catena della falsità collettiva. In tutte, le bugie aiutano a crescere, e la fiaba insegna mantenendo la giusta “distanza di sicurezza”.

Le metafore artistiche: disegnare, giocare, costruire

Oltre alla forma narrativa, esiste un’altra potente applicazione terapeutica: la metafora artistica, particolarmente adatta con i bambini. Utilizza disegno, gioco, drammatizzazione e creazione per offrire al piccolo un’altra dimensione dell’esperienza. Sia il racconto sia l’arte hanno il loro cardine nell’integrazione degli emisferi cerebrali, a livello cosciente e inconscio, attraverso approcci plurisensoriali. La metafora artistica è tridimensionale, perché usa oggetti nello spazio: questo rende più facile esprimere e risolvere il problema in termini tangibili.

Il disegno come strumento

Il disegno è sempre più usato in terapia. Fornisce informazioni preziose sul mondo interiore del bambino, che attinge a una “banca di creatività” per tradurre in colori e forme immagini e sentimenti inconsci, condividendoli con il terapeuta. Il disegno ha molte finalità: aiuta a individuare il funzionamento del bambino, può provocare catarsi e sfogo emotivo, funziona come sistema di “retroazione” per la famiglia e per il bambino stesso, e offre al terapeuta risorse da inserire nelle metafore. Soprattutto, è un linguaggio familiare in cui il bambino, non sentendosi giudicato, comunica liberamente.

Uno strumento particolare è “il libro del dolore che va meglio”, pensato per aiutare i bambini ad affrontare i dolori fisici oggettivandoli e accedendo a risorse interiori. Attraverso la dissociazione che il disegno favorisce naturalmente, può contribuire a un maggiore benessere. Va sottolineato che si tratta sempre di un approccio aggiuntivo, che affianca (e non sostituisce) la diagnosi e le cure mediche.

Il gioco delle risorse

Un altro mezzo è il “gioco delle risorse”, creato insieme al bambino. Si parte disegnando un obiettivo importante da raggiungere; poi il piccolo immagina una “mappa” per arrivarci, vi inserisce alcuni ostacoli e, per ciascuno, disegna una risorsa specifica che lo supera. Con caselle, pedine e un dado, terapeuta e bambino giocano insieme: per proseguire, il bambino deve “conquistare” le carte delle risorse. Un dettaglio essenziale: la partita finisce solo quando il bambino raggiunge l’obiettivo. Così, a sua insaputa, il piccolo rappresenta simbolicamente i propri blocchi e le proprie risorse, sperimentando che gli ostacoli si possono superare.

In tutte queste forme (storia, disegno, gioco) la metafora terapeutica rivela la sua magia: stimola, fa sorridere, smuove le emozioni senza toccarle direttamente, sviluppa capacità di problem solving e porta al cambiamento, sempre alla giusta distanza di sicurezza. Perché, in fondo, è così che i bambini imparano meglio: giocando.

Domande frequenti

Cosa distingue una metafora terapeutica da una letteraria?

La metafora letteraria ha come scopo principale la descrizione; quella terapeutica punta all’alterazione, alla reinterpretazione e alla ricomposizione. Per riuscirci deve evocare familiarità relazionale, così che il bambino si identifichi con personaggi ed eventi, sentendosi parte di un’esperienza condivisa.

Perché le fiabe funzionano con i bambini?

Perché affrontano contenuti profondi (paure, conflitti, il bene e il male) mantenendo una “distanza di sicurezza”: lavorano sulle emozioni senza che il bambino si faccia male. Il piccolo si identifica con l’eroe e apprende, come diceva Bettelheim, non tanto “come essere buono” ma “come chi voglio essere”.

Cos’è la metafora artistica?

È l’uso di disegno, gioco, drammatizzazione e creazione a scopo terapeutico. Tridimensionale e plurisensoriale, permette al bambino di esprimere e risolvere i propri problemi in termini tangibili, integrando livelli coscienti e inconsci in un linguaggio a lui familiare e non giudicante.

Come funziona il “gioco delle risorse”?

Il bambino disegna un obiettivo, una mappa per raggiungerlo, alcuni ostacoli e le risorse per superarli. Poi si gioca con dado, pedine e carte delle risorse. Così rappresenta simbolicamente i propri blocchi e le proprie risorse, e sperimenta che gli ostacoli si possono superare: la partita finisce solo al raggiungimento dell’obiettivo.

La metafora terapeutica per bambini funziona come le fiabe: affronta contenuti profondi mantenendo una “distanza di sicurezza”, così il piccolo lavora sulle emozioni senza farsi male. La sua forza è la “realtà fenomenologica condivisa”: il bambino si identifica con i personaggi e non si sente solo. Le fiabe classiche seguono una struttura precisa (conflitto, eroi e ostacoli, crisi, viaggio dell’eroe, celebrazione) e usano persino le bugie come strumento di crescita. Accanto al racconto c’è la metafora artistica: disegno, gioco e creazione permettono di esprimere e risolvere i problemi in modo tangibile e non giudicante. Strumenti come il disegno delle risorse o il “gioco delle risorse” aiutano il bambino a sperimentare che gli ostacoli si possono superare. Perché i bambini imparano meglio giocando.
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