Psicologia Clinica e Psicopatologia

Mentire

Il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità: per mentire, invece, deve organizzarsi, attivarsi e agire. È una sorta di lavoro extra non previsto, e la risonanza magnetica funzionale lo mostra chiaramente. Ma c’è un rovescio meno rassicurante: se una menzogna viene ripetuta troppe volte, chi la dice finisce per crederci. E i […]

Psicolab — Mentire
Il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità: per mentire, invece, deve organizzarsi, attivarsi e agire. È una sorta di lavoro extra non previsto, e la risonanza magnetica funzionale lo mostra chiaramente. Ma c’è un rovescio meno rassicurante: se una menzogna viene ripetuta troppe volte, chi la dice finisce per crederci. E i ricordi, anche quelli sinceri, sono ricostruzioni che possono ingannarci quanto una bugia.

Cosa accade nel cervello quando si mente

È grazie ai ricercatori dell’Università della Pennsylvania School of Medicine, guidati dal prof. Daniel Langleben, che possiamo ora capire i meccanismi della menzogna.

Monitorando l’attività cerebrale di un gruppo di 18 volontari con la risonanza magnetica funzionale (RMF), per mezzo della quale si è potuto osservare cosa accadeva nel loro cervello durante un particolare test, hanno scoperto una realtà ben chiara: il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità, mentre per mentire deve organizzarsi, attivarsi ed agire, una sorta di lavoro extra non previsto.

Il test

Ai partecipanti al test, dopo averli fatti accomodare all’interno dell’apparecchiatura (RMF), è stato chiesto di rispondere, mentendo, se avessero o meno degli oggetti tra quelli precedentemente fornitigli dagli sperimentatori e, successivamente, nascosti nelle loro tasche. Ogni volontario doveva rispondere alla vista di particolari immagini, alcune delle quali riproducevano gli oggetti in loro possesso, se tali oggetti erano nelle loro tasche oppure no.

Nel momento in cui il volontario iniziava a mentire, vi era un’intensificazione dell’attività cerebrale. Tale attività però riguardava solo zone ben localizzate del cervello: il giro del cingolo e il giro frontale. Il giro del cingolo è coinvolto nell’inibizione della risposta e nel monitoraggio degli errori, mentre il giro frontale ha un ruolo critico nell’attenzione.

Quando la menzogna diventa verità per chi la dice

Mantenere la menzogna poi incita all’azione il lobo sinistro dell’ippocampo, la struttura della memoria a breve e a lungo termine, e la zona prefrontale della corteccia deputata alla elaborazione associativa degli elementi cognitivi (idee), tanto che, se vi è molta attività in queste zone oppure se si ripete troppe volte la stessa menzogna, il soggetto stesso crederà a ciò che dice come fatto realmente accaduto.

Un esperimento da fare subito

Volete un esempio? Bene! Avete ben 5 secondi per memorizzare le parole: “sogno, notte, cuscino, stanco, coperta”.

Ora chiudete gli occhi e ripetetele.

La ricerca ha dimostrato che oltre l’80% di chi effettua tale esperimento ricorda anche la parola “sonno”, che risulta essere inesistente.

Assioma Neurobico: la nostra mente non fa distinzione tra una situazione realmente accaduta ed una vividamente immaginata.

Come i ricordi ci ingannano

Lo studio sulla manipolazione dei ricordi ha, in tutto il mondo, una esponente famosa: la dottoressa Elizabeth Loftus. I suoi esperimenti hanno non solo dell’ingegnosità, ma anche della malizia scientifica ad alto significato.

Uno dei suoi ultimi esperimenti è stato quello di riuscire a far raccontare ad oltre il 30% dei soggetti presi in esame che da piccoli, durante una visita a Disneyland, avevano giocato con e tirato le orecchie a Bugs Bunny. La cosa, come ognuno di voi sa, è impossibile! Bugs Bunny è l’eroe della Warner Bros, che risulta essere la rivale in affari della Disney.

Riuscire ad ottenere questo risultato è stato semplice. È bastato far visionare ai soggetti volontari dell’esperimento un filmato, costruito e montato per l’occasione, dove un bimbo racconta una sua giornata divertente e ricca di emozioni a Disneyland. Nel montaggio però, al posto del caro Mickey Mouse, vi era Bugs Bunny.

Ma come è possibile tutto ciò?

La risposta ci viene fornita dai ricercatori della Johns Hopkins University a Baltimora. Come già attuato nell’Università della Pennsylvania, i ricercatori di Baltimora hanno monitorato 30 volontari con la RMF durante la visione di un breve filmato che rappresentava la scena di un borseggio ai danni di una signora anziana. Al termine dell’esperimento si è potuto riscontrare che:

  • per registrare ogni particolare dell’evento preso in esame, il cervello utilizza la parte sinistra dell’ippocampo;
  • nell’elaborazione dei ricordi, invece, si attiva anche la corteccia prefrontale, zona delle associazioni di idee;
  • interagendo le due parti, i ricordi prodotti possono essere non realmente conformi alla realtà.

Sia quanto stabilito dai ricercatori della School of Medicine, sia quanto ottenuto dalla dottoressa Loftus, sia quanto qui sopra descritto, prende sempre più forma l’idea che i ricordi possono essere menzogneri a causa del lavoro della corteccia prefrontale, obbligata alla associazione di idee per potersi esprimere.

I quattro processi del ricordare

Ma facciamo il punto della situazione. Per poter ricordare ed esprimere gli stessi ricordi, sono necessari dei processi ben precisi che risultano essere:

  1. lo stimolo della percezione originaria, cioè il fatto oggettivo;
  2. la registrazione dell’evento originario, cioè la conservazione delle informazioni: attivazione della parte sinistra dell’ippocampo;
  3. il portare alla luce l’evento, cioè il recupero del ricordo: attivazione della corteccia prefrontale ed inizio del lavoro di associazione di idee;
  4. la descrizione dell’evento, cioè la verbalizzazione: attivazione dell’area denominata “del Broca”.

I punti tre e quattro del processo sono influenzati a loro volta da quelle “convinzioni”, “regole”, “valori” soggettivi presenti in ognuno che INTERPRETANO la realtà.

Esempio: il gelato e la persona pericolosa

Fase 1, fatto originario, e Fase 2, registrazione evento: è estate. Fa molto caldo. Passeggiate con amici per strada. Passate davanti ad un chiosco che vende gelati. Dal chiosco una persona, con in mano un grosso gelatone, viene verso di voi. Un amico della compagnia riconosce la persona. La presenta a tutti. Anche a voi.

Fase 3, portare alla luce l’evento attraverso l’associazione di idee: pensando all’evento avete una sensazione di allarme.

Fase 4, verbalizzazione dell’evento: “Sai, l’altro giorno, quando camminavamo per strada e abbiamo incontrato… Volevo dirti che sembra una persona pericolosa. Ha qualcosa che non mi piace. Fossi in te farei molta attenzione.”

Cosa è accaduto nelle fasi 3 e 4? La sera prima dell’evento avevate avuto una congestione da gelato. Il cono posseduto dalla persona ha riportato la sensazione sgradevole del malessere della sera prima alla coscienza. Nella fase di elaborazione del ricordo, la persona, fonte dell’elemento sgradevole, risulta essere pericolosa.

Perché tutto ciò?

Perché la memoria è un processo di ricostruzione ed elaborazione di elementi dati successivi alla percezione sia visiva che emozionale. Inserire ed inglobare percezioni soggettive all’evento oggettivo come se appartenessero all’evento stesso è molto facile. Così è molto facile elaborare false credenze su di sé, come accaduto per il caso di Bugs Bunny.

Mentire è più faticoso. Distorcere la realtà richiede l’intervento delle “convinzioni e dei pregiudizi”; ma è, a volte, più comodo. Dire la verità è la cosa più semplice; ma la più pericolosa. Riconoscere la nostra imperfezione e abbandonare l’idea dell’assolutismo cognitivo può essere saggio.

Consiglio Neurobico: preferisco star bene piuttosto che aver ragione (anche con me stesso).

Domande frequenti

Perché mentire è più faticoso che dire la verità?

Perché il cervello è sempre pronto per dire la verità, mentre per mentire deve organizzarsi, attivarsi e agire: è una sorta di lavoro extra non previsto. La risonanza magnetica funzionale mostra che nel momento della menzogna si intensifica l’attività di zone ben localizzate, il giro del cingolo, coinvolto nell’inibizione della risposta e nel monitoraggio degli errori, e il giro frontale, critico per l’attenzione.

Si può finire per credere alle proprie bugie?

Sì. Mantenere la menzogna attiva il lobo sinistro dell’ippocampo e la zona prefrontale della corteccia, deputata all’elaborazione associativa delle idee. Se in queste zone c’è molta attività, oppure se la stessa menzogna viene ripetuta troppe volte, il soggetto crederà a ciò che dice come a un fatto realmente accaduto.

Che cos’è l’esperimento di Bugs Bunny a Disneyland?

Un esperimento di Elizabeth Loftus in cui oltre il 30% dei soggetti ha raccontato che da piccoli, durante una visita a Disneyland, aveva giocato con Bugs Bunny e gli aveva tirato le orecchie. È impossibile, perché Bugs Bunny è un personaggio della Warner Bros, rivale della Disney. È bastato mostrare un filmato montato in cui, al posto di Mickey Mouse, compariva Bugs Bunny.

Perché i ricordi possono essere falsi anche in buona fede?

Perché la memoria è un processo di ricostruzione ed elaborazione di elementi successivi alla percezione, sia visiva sia emozionale. Nel recupero del ricordo si attiva la corteccia prefrontale, che lavora per associazione di idee, e in quel passaggio è molto facile inglobare percezioni soggettive nell’evento oggettivo come se ne facessero parte.

La menzogna costa fatica: il cervello deve inibire una verità che era già pronta, e questo lascia una traccia visibile alla risonanza. Ma la conclusione più scomoda non riguarda chi mente di proposito, riguarda tutti noi. La memoria non è un archivio, è una ricostruzione: nel momento in cui recuperiamo un ricordo, la corteccia prefrontale lo rielabora per associazioni, e le nostre convinzioni ci si infilano dentro senza chiedere permesso. Per questo si può ricordare “sonno” in una lista che non lo conteneva, o Bugs Bunny a Disneyland. Riconoscere la nostra imperfezione e abbandonare l’assolutismo cognitivo può essere saggio.
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