Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Cosa apprendere da un Campione

«Non mi ero accorto di aver vinto. Pensavo riguardasse un’altra persona.» Un campione olimpico descrive così il momento più importante della propria carriera. È un’esperienza documentata, e non è quella che di solito le viene attribuita. Articolo divulgativo che commenta un’intervista del 2011. Le esperienze descritte sono comuni e non patologiche in sé; se però […]

Psicolab — Cosa apprendere da un Campione
«Non mi ero accorto di aver vinto. Pensavo riguardasse un’altra persona.» Un campione olimpico descrive così il momento più importante della propria carriera. È un’esperienza documentata, e non è quella che di solito le viene attribuita.
Articolo divulgativo che commenta un’intervista del 2011. Le esperienze descritte sono comuni e non patologiche in sé; se però un vissuto di estraneità da sé è persistente e produce disagio, è opportuno parlarne con un professionista.

La decisione di smettere

L’intervista da cui muove il testo riguardava il ritiro di un ginnasta di livello internazionale, con un titolo eloquente: si ritira sereno.

Il commento osserva giustamente che non è una decisione facile (comporta rinunciare a qualcosa che si è sperimentato come riuscita, riconoscimento, momenti irripetibili) e ricorda i molti casi di atleti che sono tornati sui propri passi dopo l’annuncio.

Perché il ritiro è una transizione difficile

Vale la pena precisarlo, perché è un ambito su cui esiste letteratura specifica.

Chi ha praticato sport ad alto livello affronta, in genere prima dei quarant’anni, una conclusione di carriera che per gli altri arriva decenni dopo. E la affronta in condizioni particolari.

Il fattore più studiato è l’identità atletica: quanto una persona definisce sé stessa attraverso il proprio ruolo sportivo. Chi la ha molto forte ottiene vantaggi durante la carriera (dedizione, tolleranza alla fatica) e incontra maggiori difficoltà al termine, perché smettere non significa cambiare attività ma perdere la risposta alla domanda su chi si è.

Si aggiungono altri elementi: la perdita di una struttura quotidiana rigidissima, il venir meno di un ambiente sociale interamente costruito attorno all’attività, e (nella maggior parte delle discipline) l’assenza di una prospettiva professionale successiva.

Cosa rende meno traumatica la transizione

Gli elementi documentati sono tre, e l’intervista li contiene tutti.

Il primo è che la decisione sia volontaria e non imposta da un infortunio o da una mancata convocazione. Chi sceglie di smettere ha esiti nettamente migliori di chi viene interrotto.

Il secondo è la gradualità: nel caso descritto il ritiro non è immediato, ma prevede la conclusione di una stagione con un obiettivo dichiarato. Avere ancora qualcosa da portare a termine trasforma la fine in un percorso.

Il terzo è la presenza di un progetto successivo: la volontà di mettere la propria esperienza a disposizione dei più giovani. Non è un ripiego, è ciò che consente di trasferire altrove una competenza che altrimenti diventerebbe inutilizzabile.

La correzione necessaria

Il testo interpreta l’esperienza di estraneità raccontata dall’atleta (la sensazione che la vittoria riguardasse un altro) come uno stato di flusso.

Va corretto, perché sono fenomeni diversi.

Lo stato di flusso è la condizione descritta da chi è completamente assorbito in un’attività impegnativa e alla propria portata: il tempo sembra alterarsi, l’azione procede senza sforzo apparente, la consapevolezza di sé si riduce. È un’esperienza che si verifica durante la prestazione, ed è associata a un vissuto positivo.

Ciò che l’atleta descrive è un’altra cosa: un senso di distacco da sé dopo un evento di intensità estrema, con la percezione che quanto accaduto riguardi qualcun altro.

È un fenomeno noto (una forma transitoria di distacco) che compare in situazioni di attivazione emotiva molto elevata, non solo negative. Non è patologico quando è passeggero, ed è anzi comune dopo eventi che superano la capacità immediata di elaborazione.

Perché la distinzione è utile

Perché suggerisce cose diverse.

Se fosse flusso, si tratterebbe di una condizione da ricercare. Se è un distacco temporaneo, si tratta invece di un segnale che l’evento ha superato la capacità di essere assimilato nel momento in cui accadeva, e che richiede tempo per essere integrato.

È esattamente ciò che il testo osserva quando dice che a questi momenti si arriva impreparati e che occorre tempo per metabolizzarli. L’osservazione è giusta; l’etichetta no.

Il vuoto dopo l’obiettivo

C’è un aspetto che l’intervista sfiora e che merita di essere nominato, perché riguarda molte persone oltre gli atleti.

Il raggiungimento di un obiettivo perseguito per anni produce spesso, dopo l’euforia, una fase di vuoto: nella psicologia dello sport è un fenomeno riconosciuto, che segue in particolare le grandi competizioni.

La spiegazione è comprensibile: durante la preparazione, l’obiettivo organizza il tempo, le priorità, le relazioni. Raggiunto quello, viene meno la struttura più ancora che la meta.

È il motivo per cui la fase successiva a un risultato importante è più delicata di quella che lo precede, e per cui la domanda utile non è quale sia il prossimo traguardo, ma cosa organizzerà il tempo ora.

Cosa resta trasferibile

Il testo suggerisce che si possa essere campioni anche nel trasmettere le proprie conoscenze. È una formula generosa e contiene un punto pratico.

La competenza acquisita ai massimi livelli è largamente implicita: chi la possiede non sa più come la esegue. È il motivo per cui i grandi esecutori non sono automaticamente buoni insegnanti, devono ricostruire consapevolmente ciò che hanno automatizzato.

Passare all’insegnamento non è quindi la prosecuzione naturale di una carriera: è un mestiere diverso, che richiede di imparare a rendere esplicito ciò che si sa fare senza pensarci.

Domande frequenti

Perché il ritiro sportivo è una transizione difficile?

Perché arriva presto e coincide con la perdita di una struttura quotidiana, di un ambiente sociale e (per chi ha un’identità atletica molto forte) della risposta alla domanda su chi si è.

Cosa la rende meno traumatica?

Che la decisione sia volontaria e non imposta, che avvenga gradualmente con un obiettivo ancora da concludere, e che esista un progetto successivo in cui trasferire l’esperienza.

Sentirsi estranei alla propria vittoria è flusso?

No. Il flusso avviene durante la prestazione ed è un assorbimento totale. Quello descritto è un distacco temporaneo che segue eventi di intensità estrema: segnala che l’evento richiede tempo per essere integrato.

Perché dopo un grande risultato arriva il vuoto?

Perché l’obiettivo organizzava tempo, priorità e relazioni: raggiungendolo viene meno la struttura più ancora della meta. La domanda utile non è quale sia il prossimo traguardo, ma cosa organizzerà ora il tempo.

Il ritiro descritto contiene tutti e tre gli elementi che la ricerca associa a una transizione riuscita: la scelta volontaria, la gradualità di una stagione ancora da concludere, un progetto successivo in cui trasferire l’esperienza. Va invece corretta l’interpretazione dell’esperienza di estraneità alla propria vittoria: non è uno stato di flusso (che avviene durante la prestazione) ma un distacco temporaneo che segnala un evento troppo intenso per essere assimilato mentre accadeva. E vale per tutti l’osservazione sul vuoto che segue un grande risultato: a mancare non è la meta, è la struttura che quella meta dava al tempo.
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