Il paradosso della scelta quando si sta male
Quando ci ammaliamo ci troviamo sempre di fronte a una scelta fondamentale, e per questo importantissima: quella della persona che ci aiuterà a superare il momento difficile nel quale ci troviamo.
Il crocevia della decisione è sempre arduo da affrontare, ma lo è molto di più se in quel momento siamo malati, quindi più fragili, più confusi, più vulnerabili.
Qui c’è un paradosso che vale la pena rendere esplicito, perché è il cuore del problema. Le decisioni importanti richiedono lucidità, tempo, capacità di confrontare alternative. La malattia toglie esattamente queste tre cose. La scelta più delicata, insomma, ci viene richiesta nel momento in cui siamo meno attrezzati per compierla, e questo non è un accidente sfortunato: è la struttura stessa della situazione.
Perché con la mente è ancora più difficile
Se poi la malattia che ci affligge è una cosiddetta malattia della mente, lo sconcerto davanti alla vastità dell’offerta può portare all’immobilismo o a una decisione non consapevole, casuale.
Le ragioni di questo salto di difficoltà sono almeno tre, e conviene guardarle una per una.
La prima è che il disturbo colpisce lo strumento stesso della decisione. Chi ha un problema al ginocchio sceglie l’ortopedico con la testa, che funziona; chi attraversa una depressione grave deve scegliere usando proprio la facoltà che il disturbo ha compromesso, e la depressione, per esempio, riduce l’iniziativa, la fiducia e la capacità di immaginare che qualcosa possa migliorare.
La seconda è l’assenza di un criterio semplice per valutare l’offerta. In medicina esistono, almeno in linea di massima, percorsi riconoscibili e riferimenti condivisi. Nel campo delle terapie della mente convivono professioni diverse, approcci diversi, titoli che al profano suonano equivalenti e non lo sono, e una zona grigia di proposte che non hanno alcuna base riconosciuta. Chi cerca aiuto non ha, di norma, gli strumenti per distinguerle.
La terza è che l’abbondanza stessa è un ostacolo. Davanti a molte opzioni indistinguibili, l’esito più frequente non è la scelta ponderata: è il blocco, oppure il ripiego su ciò che capita per primo, il nome suggerito da un conoscente, l’annuncio trovato per caso. Il testo lo dice con precisione: immobilismo, o decisione non consapevole.
Un ricercatore che passa dall’altra parte
Il libro, ormai un classico del genere e presentato in una nuova edizione aggiornata, è un utilissimo strumento per la scelta del terapeuta.
Giorgio Nardone, ricercatore di fama internazionale e terapeuta egli stesso, ha saltato la barricata per unirsi alla schiera dei pazienti, calarsi nei loro panni ed esplorare da questa prospettiva le attuali offerte della psichiatria e della psicoterapia.
Il gesto è meno ovvio di quanto sembri, ed è ciò che distingue questo libro da una guida qualsiasi. Un terapeuta che scrive per i pazienti di solito scrive dalla propria posizione: spiega che cosa fa, come funziona il suo metodo, che cosa aspettarsi. Descrive il proprio mestiere dall’interno. Qui accade il contrario: chi conosce il campo dall’interno decide di guardarlo con gli occhi di chi ci entra da fuori, senza mappa.
Il vantaggio è duplice. Da un lato sa dove si nascondono i problemi, perché li ha visti dalla parte di chi li produce. Dall’altro, mettendosi nei panni del paziente, è costretto a rinunciare al sapere che rende tutto ovvio agli addetti ai lavori: e sono proprio le cose ovvie per chi lavora nel settore quelle che nessuno pensa mai di spiegare a chi arriva.
Il costo della barricata
L’immagine della barricata saltata dice anche qualcos’altro, e non è lusinghiero per il settore: che fra chi cura e chi è curato esista una barricata. Cioè due schieramenti, con informazioni diverse e interessi che non coincidono automaticamente.
Riconoscerlo non significa sospettare della buona fede di nessuno. Significa ammettere una asimmetria che c’è: chi offre la terapia sa come funziona il campo, chi la cerca no. In ogni mercato in cui esiste un’asimmetria di questo tipo, la parte meno informata ha bisogno di strumenti per orientarsi, e il fatto che quegli strumenti arrivino da qualcuno dell’altra parte è una fortuna, non una stranezza.
Le trappole
Ironico e scientifico al tempo stesso, l’autore offre al lettore, attraverso aneddoti tragico-comici, pungenti storie esemplari e dissertazioni scientifiche, una mappa dettagliata delle trappole nelle quali può cadere il paziente che si inoltra nel vasto territorio delle terapie della mente.
La parola trappola è scelta bene, ed è più precisa di quanto appaia. Un errore è qualcosa che si commette per distrazione o per ignoranza; una trappola è invece un dispositivo che funziona proprio perché sembra la cosa giusta da fare. Chi ci cade non è sbadato: sta seguendo un ragionamento che, dal punto in cui si trova, appare sensato.
Anche la scelta di mescolare i registri non è casuale. Aneddoti tragico-comici, storie esemplari e dissertazioni scientifiche non sono tre modi di dire la stessa cosa a pubblici diversi: sono tre livelli che si sostengono a vicenda. La storia esemplare fa riconoscere la situazione, l’ironia permette di guardarla senza mettersi sulla difensiva, la parte scientifica dice perché quella trappola funziona. Togliendo uno qualsiasi dei tre livelli, il libro sarebbe un aneddotario oppure un trattato: nel primo caso divertente e inutile, nel secondo esatto e illeggibile per chi ne ha bisogno.
Perché serve una mappa e non un elenco
L’immagine del territorio vasto e della mappa dettagliata suggerisce l’idea giusta di che cosa possa fare un libro simile. Una mappa non decide al posto di chi cammina e non elimina la fatica del percorso: mostra dove si passa e dove no, e soprattutto mostra i punti in cui ci si perde di solito.
È una funzione modesta e insieme decisiva. Nessun libro può dire a una persona specifica quale sia il terapeuta giusto per lei, perché quella è una questione di incontro, di storia personale, di problema concreto. Quello che un libro può fare è ridurre il numero di modi in cui la ricerca può andare storta prima ancora di cominciare.
Il costo minimo
Una guida preziosa e insostituibile per trovare il terapeuta giusto con il minimo costo personale, esistenziale ed economico.
Vale la pena notare l’ordine in cui i tre costi sono elencati, perché non è quello che verrebbe spontaneo. Di solito, parlando di terapia, la prima preoccupazione dichiarata è il denaro. Qui il costo economico viene per ultimo, dopo quello personale e quello esistenziale.
La gerarchia è realistica. Una terapia sbagliata non fa perdere soltanto dei soldi: fa perdere tempo, in una fase della vita in cui il tempo pesa; fa perdere fiducia, spesso in modo duraturo, perché chi ha fatto un tentativo andato male difficilmente ne fa subito un altro; e può lasciare la convinzione che il problema sia irrisolvibile, quando invece era solo affrontato male. Sono costi che non compaiono in nessuna parcella e che si pagano molto più a lungo.
Domande frequenti
Perché scegliere un terapeuta è più difficile che scegliere un altro medico?
Perché la decisione va presa proprio quando si è più fragili, confusi e vulnerabili, e perché il disturbo colpisce lo strumento stesso della scelta. A questo si aggiunge la vastità dell’offerta nel campo delle terapie della mente, che davanti a opzioni indistinguibili produce immobilismo oppure una decisione non consapevole, casuale.
Che cosa rende diverso questo libro da altre guide?
Il punto di vista. Giorgio Nardone, ricercatore di fama internazionale e terapeuta, ha saltato la barricata per unirsi alla schiera dei pazienti, calarsi nei loro panni ed esplorare da lì le offerte della psichiatria e della psicoterapia. Non descrive il proprio mestiere dall’interno: guarda il campo con gli occhi di chi ci entra senza mappa, pur conoscendolo dall’interno.
Che cosa si intende per “trappole”?
Le situazioni in cui può cadere il paziente che si inoltra nel vasto territorio delle terapie della mente, di cui il libro offre una mappa dettagliata attraverso aneddoti tragico-comici, storie esemplari e dissertazioni scientifiche. La parola è precisa: a differenza di un errore, una trappola funziona proprio perché sembra la cosa giusta da fare.
Che cosa si rischia con una scelta sbagliata?
Un costo personale, esistenziale ed economico. L’ordine conta: prima del denaro vengono il tempo perso in una fase difficile della vita, la fiducia incrinata, spesso in modo duraturo, e la convinzione che il problema sia irrisolvibile quando era solo stato affrontato male.
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