La prima volta che entri ti colpiscono i rumori, tutto rimbomba.
Soprattutto quello dei cancelli che si chiudono fragorosamente ruotando sui cardini alle tue spalle. E lo stridio dei chiavistelli. Poi il proiettile da obice, di rame, vuotato che, appeso a mo’ di campana e percosso con la stessa chiave del cancello appena richiuso, segnala all’altra guardia che deve aprire. Un cancello, una guardia, una chiave. La differenza tra un carceriere e un detenuto è tutta qui: una chiave.
La casa circondariale di Favignana è un’isola nell’isola. Un vecchio castello dai muri larghi un metro. Al centro, proprio nel cuore della vecchia fortezza, un salone con un palco di muratura su uno dei lati corti. Ci celebra messa il cappellano tutte le domeniche e le feste comandate, ogni tanto si proietta un film (quando funziona il proiettore) e poi: il laboratorio teatrale.
Il mio amico Marco Marcantonio, mimo e attore, mi coinvolge nel progetto: “ti ho fatto avere il permesso di entrata per i prossimi tre anni” dice con entusiasmo.
Vengo inserito come consulente video-musicale e partecipo al laboratorio. L’esperienza umana e professionale è importante. Dentro quelle mura conosco uomini. Ceti sociali diversi, a volte diverse nazionalità. C’è chi potrà uscire per lo spettacolo, chi lo spera, chi sa già che non gli sarà concesso. Allo stesso tempo un laboratorio di scenografia diretto da Sabrina Troiano completa il progetto. Quando entro a far parte del gruppo, questo lavora già da alcuni mesi su testi vari tratti da libri e da internet sul tema del recluso e dell’immigrazione clandestina.
Subito mi coinvolge la parte iniziale dello spettacolo che verte su lettura e recitazione di alcuni testi tratti da Alcatraz di Diego Cugia (2000, RAI ERI Mondadori) – alcuni ricorderanno la trasmissione radiofonica prima, televisiva poi tratta proprio dal libro – decido per le musiche dei Trip introdotte dalla voce di Jack Kerouac che faranno da sottofondo a questa prima parte, ma manca qualcosa e invento una videoproiezione di immagini, foto mie, di Adriana Argalia, Novojienets Serguei, Paola Lo Sciuto, Colbert ed altri, mischiate a royalty free.
La proiezione non è, in questo caso, contorno né scenografia, è l’essenza stessa dello spettacolo.
Le immagini arrivano dritte alla testa dello spettatore filtrate a volte dal testo, letto o recitato che sia. La sequenza è rapida, circa un secondo per immagine, per 40 diapositive che si ripetono quasi tre volte, intervallate a tratti da una retroproiezione di luce bianca che fa filtrare la sagoma di una sedia elettrica, mentre la chitarra elettrica e la voce di Taher Faisal interrompono il ritmo della musica su cui avviene l’azione scenica. Questi stessi stacchi coadiuvano lo scambio delle voci e dei brani.
Ed ecco che avviene la catarsi! I detenuti interpretando se stessi riacquistano la libertà.
E sono veramente liberi! Sia pure in quello spazio ridotto e chiuso, sia pure per le sole due ore del laboratorio! Ma sono realmente ed assolutamente liberi. In maniera pirandelliana i personaggi escono dal copione e divengono interpreti della scena o forse, in questo caso, della vita.
Per un paradosso l’interpretazione del ruolo del detenuto, anzi del condannato a morte, libera l’io profondo in maniera assoluta. L’atto dell’interpretazione che affonda le radici nelle cerimonie religiose dell’antichità, nei riti iniziatici tribali, ridona energia vitale e realizza la coscienza del sé, anche in coloro che, privi di strumenti culturali adeguati, partecipano all’esperienza dell’interpretare.
A me piace pensare che sia sempre la magia del teatro a realizzare, ogni volta, il miracolo.
Chi ha visto il film Breacking Out (1999, Produzione Carlstrom-Hansson-Bjalheshog), opera prima del regista svedese Daniel Lind Lagerlof, può avere un’idea di ciò di cui stiamo parlando. Tutti quelli che hanno vissuto un’esperienza come la mia ne hanno piena coscienza. Il ruolo educativo e/o rieducativo del teatro trova, anche in condizioni estreme come queste e forse ancora di più, ragione d’essere.
Quei personaggi riescono infine a salire sul palco, lo spettacolo è gradito, si ripete e questa volta in piazza. Non senza qualche difficoltà, ora il personaggio principale è un marocchino che, quindici giorni prima di salire sul palco, viene trasferito per un litigio con un altro detenuto. Niente di irreparabile, un altro sa già la parte a memoria, nessuno se l’aspettava… E si va avanti.
Questi uomini, questi attori si esibiscono in mezzo alla folla, ai villeggianti seduti ai tavolini dei bar con i loro telefonini cinguettanti, ai ragazzi che bevono birra, ai bambini che restano a bocca aperta davanti al palco.
E forse si sentono un po’ più liberi. Ci sono le loro famiglie, qualcuno ha avuto il permesso di dormire fuori, ha affittato un appartamento per stare con la moglie, coi figli.
E poi la seconda parte dello spettacolo, con la barca di carta (Regia Marco Marcantonio, Voci fuori campo Antonella Ruggirello e Giovanni Barbera ) – si chiama così lo spettacolo – che affonda con il suo carico umano di immigrati. E forse – ancora una volta forse – sono un po’ immigrati anche loro, “dissociati” ormai dal contesto ordinario.
Eppure questa barca con il proprio carico di umanità chiude con una speranza, la foto di un gabbiano, massimo simbolo di libertà, in volo sullo sfondo delle torri gemelle riedificate dall’immagine proiettata. Applausi.
Ricordo sempre le parole di Vincenzo che, quasi alla fine del laboratorio, ci diceva: “…voi siete diversi dagli altri, voi ci trattate come persone.”
L’Isola che C’è
La prima volta che entri ti colpiscono i rumori, tutto rimbomba. Soprattutto quello dei cancelli che si chiudono fragorosamente ruotando sui cardini alle tue spalle. E lo stridio dei chiavistelli. Poi il proiettile da obice, di rame, vuotato che, appeso a mo’ di campana e percosso con la stessa chiave del cancello appena richiuso, segnala […]
Redazione PsicoLab Aggiornato il
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