La prima volta che entri
La prima volta che entri ti colpiscono i rumori, tutto rimbomba. Soprattutto quello dei cancelli che si chiudono fragorosamente ruotando sui cardini alle tue spalle. E lo stridio dei chiavistelli. Poi il proiettile da obice, di rame, vuotato che, appeso a mo’ di campana e percosso con la stessa chiave del cancello appena richiuso, segnala all’altra guardia che deve aprire.
Un cancello, una guardia, una chiave. La differenza fra un carceriere e un detenuto è tutta qui: una chiave.
Vale la pena soffermarsi su quest’ultima frase, perché non è una battuta a effetto. Dice che la separazione fra chi tiene dentro e chi sta dentro non è morale, non è antropologica: è un oggetto. Ed è questa constatazione a rendere possibile tutto ciò che accade dopo, perché se ciò che divide è un oggetto, allora quello che le due parti hanno in comune è tutto il resto.
Un’isola nell’isola
La casa circondariale di Favignana è un’isola nell’isola. Un vecchio castello dai muri larghi un metro. Al centro, proprio nel cuore della vecchia fortezza, un salone con un palco di muratura su uno dei lati corti. Ci celebra messa il cappellano tutte le domeniche e le feste comandate, ogni tanto si proietta un film, quando funziona il proiettore, e poi: il laboratorio teatrale.
L’immagine dell’isola nell’isola merita attenzione. Favignana è già un luogo separato dal mare; dentro di essa, il carcere separa ancora. È una geografia che replica sé stessa, e in cui l’unico spazio che va nella direzione opposta, verso l’apertura, è quel salone al centro della fortezza, cioè il punto più interno di tutti.
Come nasce il laboratorio
Il mio amico Marco Marcantonio, mimo e attore, mi coinvolge nel progetto: “ti ho fatto avere il permesso di entrata per i prossimi tre anni”, dice con entusiasmo.
Vengo inserito come consulente video-musicale e partecipo al laboratorio. L’esperienza umana e professionale è importante. Dentro quelle mura conosco uomini. Ceti sociali diversi, a volte diverse nazionalità. C’è chi potrà uscire per lo spettacolo, chi lo spera, chi sa già che non gli sarà concesso.
Quella frase asciutta, “dentro quelle mura conosco uomini”, contiene già la risposta a chi si chiede a cosa serva il teatro in un carcere. E l’elenco che segue dice qualcosa di crudele sulla condizione in cui si lavora: gli attori provano lo stesso spettacolo sapendo che alcuni di loro non lo vedranno mai da fuori.
Allo stesso tempo un laboratorio di scenografia diretto da Sabrina Troiano completa il progetto. Quando entro a far parte del gruppo, questo lavora già da alcuni mesi su testi vari tratti da libri e da internet sul tema del recluso e dell’immigrazione clandestina.
Costruire lo spettacolo
Subito mi coinvolge la parte iniziale dello spettacolo, che verte su lettura e recitazione di alcuni testi tratti da Alcatraz di Diego Cugia (2000, RAI ERI Mondadori): alcuni ricorderanno la trasmissione radiofonica prima, televisiva poi, tratta proprio dal libro.
Decido per le musiche dei Trip introdotte dalla voce di Jack Kerouac, che faranno da sottofondo a questa prima parte, ma manca qualcosa e invento una videoproiezione di immagini: foto mie, di Adriana Argalia, Novojienets Serguei, Paola Lo Sciuto, Colbert e altri, mischiate a royalty free.
La proiezione non è, in questo caso, contorno né scenografia: è l’essenza stessa dello spettacolo.
Il ritmo delle immagini
Le immagini arrivano dritte alla testa dello spettatore, filtrate a volte dal testo, letto o recitato che sia. La sequenza è rapida, circa un secondo per immagine, per 40 diapositive che si ripetono quasi tre volte, intervallate a tratti da una retroproiezione di luce bianca che fa filtrare la sagoma di una sedia elettrica, mentre la chitarra elettrica e la voce di Taher Faisal interrompono il ritmo della musica su cui avviene l’azione scenica. Questi stessi stacchi coadiuvano lo scambio delle voci e dei brani.
Un secondo per immagine è una scelta precisa: è troppo poco per ragionare su ciò che si vede e abbastanza per esserne colpiti. Le immagini, dice il testo, arrivano dritte alla testa, cioè scavalcano la mediazione del discorso. In un luogo dove le parole sono state a lungo strumento di giudizio, verbali, sentenze, interrogatori, far passare il senso da un canale che non sia il ragionamento non è un vezzo estetico.
La catarsi
Ed ecco che avviene la catarsi: i detenuti, interpretando se stessi, riacquistano la libertà.
E sono veramente liberi. Sia pure in quello spazio ridotto e chiuso, sia pure per le sole due ore del laboratorio, ma sono realmente e assolutamente liberi. In maniera pirandelliana i personaggi escono dal copione e divengono interpreti della scena o forse, in questo caso, della vita.
Per un paradosso, l’interpretazione del ruolo del detenuto, anzi del condannato a morte, libera l’io profondo in maniera assoluta.
Il paradosso va guardato da vicino, perché è il cuore di tutta l’esperienza. Ci si aspetterebbe che a un uomo recluso il teatro serva per evadere, cioè per essere qualcun altro, in un altro luogo. Accade il contrario: la libertà arriva quando interpreta esattamente ciò che è, portato al suo estremo. La differenza non sta nel contenuto, che resta la reclusione, ma nella posizione: subire una condizione e rappresentarla sono due cose diverse, e chi la rappresenta la guarda da fuori. Per due ore, quella chiave è dall’altra parte.
Le radici dell’interpretare
L’atto dell’interpretazione, che affonda le radici nelle cerimonie religiose dell’antichità e nei riti iniziatici tribali, ridona energia vitale e realizza la coscienza del sé, anche in coloro che, privi di strumenti culturali adeguati, partecipano all’esperienza dell’interpretare.
A me piace pensare che sia sempre la magia del teatro a realizzare, ogni volta, il miracolo.
Chi ha visto il film Breaking Out (1999, produzione Carlstrom-Hansson-Bjalheshog), opera prima del regista svedese Daniel Lind Lagerlöf, può avere un’idea di ciò di cui stiamo parlando. Tutti quelli che hanno vissuto un’esperienza come la mia ne hanno piena coscienza. Il ruolo educativo e rieducativo del teatro trova, anche in condizioni estreme come queste e forse ancora di più, ragione d’essere.
La precisazione che l’esperienza funziona anche per chi è privo di strumenti culturali adeguati non è secondaria: dice che ciò che agisce non è la comprensione del testo, ma l’atto stesso di interpretare, che è più antico del teatro e non richiede alcuna scolarizzazione per funzionare.
In piazza
Quei personaggi riescono infine a salire sul palco, lo spettacolo è gradito, si ripete e questa volta in piazza. Non senza qualche difficoltà: ora il personaggio principale è un marocchino che, quindici giorni prima di salire sul palco, viene trasferito per un litigio con un altro detenuto. Niente di irreparabile, un altro sa già la parte a memoria, nessuno se l’aspettava. E si va avanti.
In poche righe c’è tutta la fragilità di questo lavoro: il protagonista può sparire da un giorno all’altro per ragioni che non hanno nulla a che fare con lo spettacolo, e il gruppo va avanti lo stesso. Che un altro sapesse già la parte a memoria non è fortuna: è quello che succede quando si prova insieme per mesi.
Questi uomini, questi attori si esibiscono in mezzo alla folla, ai villeggianti seduti ai tavolini dei bar con i loro telefonini cinguettanti, ai ragazzi che bevono birra, ai bambini che restano a bocca aperta davanti al palco.
E forse si sentono un po’ più liberi. Ci sono le loro famiglie, qualcuno ha avuto il permesso di dormire fuori, ha affittato un appartamento per stare con la moglie, coi figli.
La barca di carta
E poi la seconda parte dello spettacolo, con la barca di carta (regia di Marco Marcantonio, voci fuori campo di Antonella Ruggirello e Giovanni Barbera), che si chiama così, e che affonda con il suo carico umano di immigrati. E forse, ancora una volta forse, sono un po’ immigrati anche loro, dissociati ormai dal contesto ordinario.
Eppure questa barca con il proprio carico di umanità chiude con una speranza: la foto di un gabbiano, massimo simbolo di libertà, in volo sullo sfondo delle torri gemelle riedificate dall’immagine proiettata. Applausi.
Il collegamento fra reclusi e migranti non è retorico, ed è indicato con prudenza, con quel forse ripetuto due volte. Entrambi sono persone che il contesto ordinario ha messo fuori, e che chi guarda tende a vedere come categoria prima che come singoli. Non a caso lo spettacolo nasce fin dall’inizio su due temi soli, il recluso e l’immigrazione clandestina.
Le parole di Vincenzo
Ricordo sempre le parole di Vincenzo che, quasi alla fine del laboratorio, ci diceva: “…voi siete diversi dagli altri, voi ci trattate come persone.”
È la frase che chiude tutto e che, letta bene, non è un complimento: è un’accusa. Se essere trattati come persone rende qualcuno diverso dagli altri, allora dice qualcosa su quale sia la norma. E riporta esattamente al punto di partenza, alla chiave: la differenza fra chi apre e chi resta dentro è un oggetto, non una qualità umana. Il laboratorio, per due ore alla settimana, si limitava a comportarsi di conseguenza.
Domande frequenti
Che cos’è il laboratorio teatrale della casa circondariale di Favignana?
Un progetto che si svolge nel salone al centro della vecchia fortezza, lo stesso spazio dove il cappellano celebra messa e dove ogni tanto si proietta un film. Il laboratorio teatrale è diretto dal mimo e attore Marco Marcantonio ed è affiancato da un laboratorio di scenografia diretto da Sabrina Troiano; il lavoro verte su testi dedicati al recluso e all’immigrazione clandestina.
Perché interpretare un condannato a morte rende liberi?
Per un paradosso: l’interpretazione della propria condizione, portata all’estremo, libera l’io profondo in maniera assoluta. Subire una condizione e rappresentarla non sono la stessa cosa, perché chi la rappresenta la guarda da fuori. È un effetto pirandelliano, in cui i personaggi escono dal copione e diventano interpreti della scena, o forse della vita.
Serve una preparazione culturale per trarne beneficio?
No. L’atto dell’interpretazione affonda le radici nelle cerimonie religiose dell’antichità e nei riti iniziatici tribali, e ridona energia vitale realizzando la coscienza del sé anche in chi è privo di strumenti culturali adeguati. Ciò che agisce non è la comprensione del testo, ma l’esperienza dell’interpretare.
Che ruolo ha la videoproiezione nello spettacolo?
Non è contorno né scenografia: è l’essenza stessa dello spettacolo. La sequenza è rapida, circa un secondo per immagine, per 40 diapositive ripetute quasi tre volte, con stacchi di luce bianca che lasciano filtrare la sagoma di una sedia elettrica. Le immagini arrivano dritte alla testa dello spettatore, scavalcando la mediazione del discorso.
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