Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

L’Importanza della Motivazione

Che cos’è la motivazione? La spinta che ci fa agire, la ragione per cui iniziamo qualcosa e (soprattutto) la forza che ci permette di continuare quando la fatica si fa sentire. Comprenderne i meccanismi è utile in ogni ambito della vita. Qui la esploriamo attraverso lo sport, un terreno privilegiato per osservare come nasce, cresce […]

Psicolab — L’Importanza della Motivazione
Che cos’è la motivazione? La spinta che ci fa agire, la ragione per cui iniziamo qualcosa e (soprattutto) la forza che ci permette di continuare quando la fatica si fa sentire. Comprenderne i meccanismi è utile in ogni ambito della vita. Qui la esploriamo attraverso lo sport, un terreno privilegiato per osservare come nasce, cresce e a volte si spegne la voglia di fare.

Che cos’è la motivazione

Da vocabolario, la motivazione è la “causa, ragione per cui si dice o si fa qualcosa”: più semplicemente, la spinta ad agire. In termini psicologici, è uno stato interno che attiva, dirige e mantiene nel tempo il comportamento di una persona. Non è un concetto unico, ma un insieme di elementi che interagiscono: fattori biologici e fisiologici da un lato, elementi psico-cognitivi costruiti dall’esperienza dall’altro.

Una distinzione fondamentale è quella tra motivazione estrinseca e motivazione intrinseca:

  • la motivazione estrinseca ci spinge a impegnarci in un’attività per scopi esterni all’attività stessa: ottenere lodi, riconoscimenti, buoni voti, oppure evitare situazioni spiacevoli come un rimprovero o una brutta figura;
  • la motivazione intrinseca, invece, nasce quando facciamo qualcosa perché la troviamo stimolante e gratificante di per sé. Si fonda sulla curiosità, che si attiva davanti a situazioni nuove o sorprendenti, e sul bisogno di sentirsi sempre più competenti.

È soprattutto la motivazione intrinseca a garantire continuità: chi agisce solo per premi esterni tende a mollare più facilmente quando il premio manca.

Perché iniziamo (e continuiamo) a fare sport

L’attività sportiva viene scelta per i motivi più diversi: dal consiglio del medico alla pura voglia di divertirsi, dal desiderio di un bambino di stare con i coetanei alla ricerca di benessere. Il primo passo, per chiunque segua chi fa sport (allenatori, ma anche genitori) è capire perché lo fa. Troppo spesso si vedono persone entusiaste all’inizio che, dopo poche volte, si sentono “costrette” e abbandonano.

Alla base ci sono alcuni bisogni psicologici profondi:

  • il senso di appartenenza a un gruppo, una squadra, una società, o anche solo l’ambiente della palestra;
  • la capacità di intrecciare relazioni significative;
  • il desiderio, spesso inconsapevole, di sentirsi capaci e influenti, cioè di sperimentare una sana sicurezza in se stessi.

Per l’adolescente, in particolare, lo sport ha un ruolo prezioso nella costruzione dell’identità: agisce sull’autostima, favorisce un’immagine positiva di sé, permette di sperimentare nuove abilità e di sviluppare il piacere intrinseco del fare. Aiuta anche ad abituarsi alle regole e a incanalare l’aggressività in modo costruttivo.

Un’attenzione da non perdere di vista

C’è però un limite da tenere presente. Il desiderio di successo, quando resta legato all’approvazione e alla crescita personale, va bene. Diventa un problema quando si trasforma in un bisogno esasperato di primeggiare sugli altri a ogni costo: una pressione che, nei casi estremi, può aprire la porta a comportamenti dannosi come il ricorso al doping. Allenatori, genitori e spettatori dovrebbero vigilare su questo confine.

Come attribuiamo successi e insuccessi

Un aspetto centrale della motivazione riguarda il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade. Secondo la teoria dell’attribuzione, contano molto i giudizi retrospettivi che diamo alle nostre prestazioni:

  • chi attribuisce i propri successi alle proprie capacità e gli insuccessi a un impegno insufficiente tende ad affrontare compiti più difficili e a persistere nonostante gli ostacoli;
  • chi invece attribuisce gli insuccessi a una mancanza di capacità e i successi al caso tende a impegnarsi poco e a rinunciare alle prime difficoltà.

Anche la percezione della stabilità delle cause conta: chi legge un insuccesso come qualcosa di immutabile si aspetterà di fallire ancora; chi lo attribuisce a un fattore passeggero resterà più fiducioso. È qui che il ruolo di coach e genitori diventa fondamentale: uno sbaglio o una gara andata male non vanno letti come un fallimento, ma come un passaggio verso il miglioramento.

Diventiamo ciò che crediamo di essere

Il peso delle aspettative è enorme. Un celebre esperimento educativo mostrò come una classe di alunni, divisa a caso e presentata agli insegnanti come “gruppo dotato” e “gruppo debole”, finì per conformarsi a quelle etichette: gli insegnanti, inconsapevolmente, avevano adattato il proprio modo di insegnare a ciò che credevano di avere davanti. La lezione è potente: il modo in cui ci vediamo (e in cui gli altri ci vedono) influenza ciò che diventiamo. Per questo è utile imparare a valorizzare sé e gli altri, come suggerisce l’invito a “cogliere negli altri quello che gli altri scorgono in noi”.

Obiettivi, orientamento e clima

La motivazione cresce quando abbiamo obiettivi chiari e definiti. La loro mancanza, al contrario, porta a un calo di prestazione e all’abbandono: sportivo, scolastico o lavorativo. Avere una meta ben presente aiuta soprattutto nei momenti in cui sentiamo di stare per cedere.

È utile anche capire se una persona è orientata al compito o orientata al sé. Nel primo caso cerca soprattutto il confronto con se stessa, per dimostrare la propria padronanza; nel secondo cerca il confronto sociale e la relazione con gli altri. Il contesto sociale influenza fortemente questi orientamenti e la stessa autovalutazione: un ambiente accogliente fa crescere l’autostima, mentre pressioni eccessive (carichi agonistici troppo pesanti, mancanza di sostegno da parte degli adulti) possono portare a fenomeni di burnout e abbandono.

Quando si abbandona: il fenomeno del drop out

Il “drop out” (l’abbandono dello sport, soprattutto tra i giovani) ha tre cause principali:

  • problemi con gli allenatori, spesso legati a un agonismo eccessivo;
  • la mancanza di divertimento;
  • troppa enfasi sull’aspetto competitivo.

Alcuni studiosi osservano che “drop out” non è sempre il termine giusto: molti ragazzi non abbandonano del tutto, ma cambiano sport o lo praticano ad altri livelli, magari perché lo studio richiede più tempo. Anche qui la scuola potrebbe fare la sua parte, sostenendo di più chi pratica sport. Per capire come motivare e sostenere una persona nei momenti difficili contano diversi fattori: il locus of control, l’orientamento (al sé o al compito), le alternative e l’autonomia percepite, il valore intrinseco dell’attività e l’interesse personale.

Al di là dello sport, resta un principio universale: l’attività fisica regolare (praticata senza eccessi e in un clima accogliente) è uno degli strumenti più potenti per stare meglio, fisicamente e psicologicamente. Perché ci mette in contatto con noi stessi, ci aiuta a superare le convinzioni limitanti e ci permette, un passo alla volta, di dare il meglio di noi.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca?

La motivazione estrinseca spinge ad agire per scopi esterni all’attività (premi, voti, riconoscimenti, evitare punizioni); quella intrinseca nasce dal piacere e dalla gratificazione dell’attività in sé, fondata su curiosità e desiderio di competenza. È soprattutto la motivazione intrinseca a garantire continuità nel tempo.

Perché molte persone abbandonano lo sport?

Le cause principali del drop out sono tre: problemi con gli allenatori legati a un agonismo eccessivo, la mancanza di divertimento e una pressione competitiva troppo forte. Spesso, più che abbandonare del tutto, i ragazzi cambiano sport o ne riducono l’intensità.

Come influisce il modo in cui interpretiamo successi e insuccessi?

Chi attribuisce i successi alle proprie capacità e gli insuccessi allo scarso impegno tende a persistere; chi attribuisce gli insuccessi a una mancanza di capacità si scoraggia facilmente. Anche vedere le cause come stabili o passeggere cambia le aspettative future e il vissuto emotivo.

Qual è il ruolo di allenatori e genitori?

È fondamentale. Devono valorizzare la persona, evitando di leggere un errore come un fallimento, mantenere un buon clima emotivo e dare i giusti rinforzi. Sostenere l’autostima e sottolineare anche ciò che va bene aiuta a superare gli ostacoli psicologici e a prevenire l’abbandono.

La motivazione è la spinta interna che attiva, dirige e mantiene il comportamento. Si distingue in estrinseca (per premi o riconoscimenti esterni) e intrinseca (per il piacere dell’attività in sé): è quest’ultima a garantire continuità. Nello sport la motivazione nasce da bisogni profondi (appartenenza, relazioni, senso di competenza) ed è preziosa per l’identità degli adolescenti, purché il desiderio di successo non degeneri in competizione a ogni costo. Contano molto il modo in cui attribuiamo successi e insuccessi, gli obiettivi chiari e un clima accogliente: le pressioni eccessive portano a burnout e abbandono (drop out), causato soprattutto da troppo agonismo e poco divertimento. Il ruolo di allenatori e genitori è decisivo nel valorizzare la persona e sostenerne l’autostima.
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