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L’Erotico e il Politico nell’Antonio e Cleopatra di Shakespeare

Tra le opere di Shakespeare, l'”Antonio e Cleopatra” occupa una posizione particolare: non è una tragedia come “Amleto” o “Otello”, eppure non è neppure una commedia. È un’opera dell’ambiguità, in cui ogni personaggio viene guardato da mille punti di vista diversi e nessun giudizio può dirsi definitivo. Al centro c’è il rapporto tra l’erotico e […]

Psicolab — L’Erotico e il Politico nell’Antonio e Cleopatra di Shakespeare
Tra le opere di Shakespeare, l'”Antonio e Cleopatra” occupa una posizione particolare: non è una tragedia come “Amleto” o “Otello”, eppure non è neppure una commedia. È un’opera dell’ambiguità, in cui ogni personaggio viene guardato da mille punti di vista diversi e nessun giudizio può dirsi definitivo. Al centro c’è il rapporto tra l’erotico e il politico, tra la passione privata e il dovere pubblico: un conflitto che affascina ancora oggi perché tocca una domanda universale, il difficile equilibrio tra ciò che siamo in privato e ciò che siamo di fronte al mondo.

Un’opera diversa dalle grandi tragedie

Dal punto di vista cronologico l’Antonio e Cleopatra viene collocata subito dopo il Macbeth, tanto che si ritiene siano state composte nel medesimo anno. Nonostante questa vicinanza, l’opera è considerata diversa dalle grandi tragedie che la precedono (Amleto, Otello, Re Lear e Macbeth). Condivide piuttosto con il Coriolano una natura sospesa tra la forma tragica e la successiva apertura di Shakespeare verso il romance.

Il grande critico A. C. Bradley notava come, nei primi tre atti, non accada nulla che susciti vere passioni tragiche: si assiste a dialoghi in cui ci si accusa e ci si riconcilia, si scherza e ci si ubriaca insieme, si tesse la trama politica, senza una reale tensione, fino alla conclusione. Vi è anzi una visione più serena, che culmina in un’atmosfera di riconciliazione capace di superare la rovina finale. Questa serenità, osservava Bradley, non nasce tanto da una rivincita degli amanti su Cesare, quanto da un ristabilirsi dell’ordine: è meglio, per il mondo e per loro stessi, che siano caduti. Solo nel finale, e grazie all’amore per Antonio, Cleopatra riesce a sollevarsi dal ruolo di abile seduttrice capace di irretire un grande generale fino alla rovina.

Cleopatra, la regina degli opposti

Nonostante questo giudizio disincantato, Cleopatra va annoverata tra i personaggi più riusciti di Shakespeare. La sua varietà appare inesauribile: è la sovrana di una nazione antica, inarrivabile come una dea, e insieme una donna dominata dalla vanità; un’amante dedita al suo uomo, ma pronta a tradirlo in caso di necessità. Antonio la chiama “l’Egitto”, il paese che deve tutto al Nilo, fonte di vita e di abbondanza ma anche di devastazione: una terra in cui convivono gli opposti e in cui la morte è riconosciuta come condizione della vita.

Cleopatra è il “serpente del vecchio Nilo”, simbolo di divinità e di continua rigenerazione, per la sua capacità di cambiare pelle. Può procurare la morte, ma può anche evocare l’eternità, tanto più se si considera l’associazione del serpente con la sessualità e la generazione. Questa duplicità, che caratterizza l’intera opera, spiega perché la tragedia possa sostenere interpretazioni così diverse.

L’ambiguità come principio

Come ha osservato la studiosa Janet Adelman, l’opera è problematica per chiunque cerchi di darne una lettura univoca. Sia il modo in cui si presentano i personaggi, sia la struttura drammatica lasciano il lettore nell’incertezza. Mancano i soliloqui, per cui non possiamo mai penetrare nell’interiorità dei protagonisti; e ogni evento è accompagnato da una serie di commenti che offrono visioni opposte. L’effetto è una quantità di informazioni contrastanti tra cui è difficile decidere.

La figura di Antonio presenta la maggior varietà di versioni: non è semplicemente diviso tra il “triplice pilastro del mondo” e il “giullare di una prostituta”. Pompeo lo definisce sensuale e ingordo, ma ne esalta la statura di soldato; Cesare è intransigente nel giudicarlo, Lepido più moderato. Opinioni contrastanti si susseguono tra soldati e ufficiali, tra chi lo abbandona dopo la battaglia di Azio e chi gli resta accanto fino alla fine. Lo stesso disagio si accresce di fronte a domande che restano aperte: Antonio aveva premeditato di tornare in Egitto dopo il matrimonio con Ottavia? La fuga delle navi di Cleopatra da Azio è un tradimento? La regina si sarebbe uccisa ugualmente se le fosse stata offerta una vera via d’uscita? Sono interrogativi che accettano risposte radicalmente diverse, secondo la sensibilità di chi legge.

Tra tragico e comico

Un altro elemento che complica il giudizio è che l’opera non si conforma del tutto al modello tragico. L’atmosfera più serena e un finale in cui i protagonisti sembrano trascendere la morte la avvicinano ai successivi romances, ma vi sono anche momenti che sfiorano il comico: si pensi a quando Cleopatra sfoga la sua collera contro il messaggero che le porta la notizia del matrimonio di Antonio, costringendolo a descriverle l’aspetto di Ottavia. Al di là delle singole scene, la struttura stessa, con il gran numero di commentatori che offrono prospettive spesso irriverenti, ci impedisce di condividere pienamente l’esperienza degli eroi, cosa che invece è caratteristica della tragedia.

Erotico e politico, privato e pubblico

Da questo intreccio deriva il tema di fondo: il rapporto tra l’erotico e il politico appare come una particolare variante del più generale rapporto tra privato e pubblico. È la questione del ruolo della vita privata nel contesto della comunità: la possibilità di conciliare i due aspetti in vista del bene comune, e i conflitti che questa dualità può provocare, fino al rischio di collasso dell’individuo e di un certo tipo di politica.

La passione tra Antonio e Cleopatra non è dunque solo una storia d’amore: è la messa in scena di ciò che accade quando la sfera privata invade quella pubblica, quando il desiderio individuale entra in tensione con il dovere e con l’ordine del mondo. Ed è proprio questa tensione, mai risolta in modo netto, a rendere l’opera così ricca e moderna: uno specchio della complessità con cui, ancora oggi, cerchiamo di tenere insieme chi siamo per noi stessi e chi siamo per gli altri.

Domande frequenti

Perché “Antonio e Cleopatra” è considerata diversa dalle grandi tragedie?

Perché nei primi atti manca la tensione tragica tipica di “Amleto” o “Otello” e prevale un’atmosfera più serena, che culmina in una riconciliazione. Per struttura e finale si avvicina ai successivi “romances” di Shakespeare, sospesa tra tragico e comico.

Chi è Cleopatra nell’opera di Shakespeare?

Un personaggio di straordinaria complessità: sovrana quasi divina e insieme donna vanitosa, amante devota e pronta al tradimento. È “il serpente del vecchio Nilo”, simbolo di rigenerazione e di opposti che convivono, come la terra d’Egitto che rappresenta.

Perché l’opera è così difficile da interpretare?

Perché mancano i soliloqui e ogni evento è accompagnato da commenti contrastanti dei vari personaggi. Il lettore riceve una quantità di informazioni opposte tra cui è difficile scegliere: l’ambiguità è il principio stesso su cui l’opera è costruita.

Cosa significa il rapporto tra “erotico e politico”?

È una variante del rapporto tra privato e pubblico: il ruolo della passione individuale nel contesto della comunità. L’opera mette in scena i conflitti che nascono quando desiderio e dovere entrano in tensione, fino a rischiare il collasso dell’individuo e della politica.

“Antonio e Cleopatra” è l’opera shakespeariana dell’ambiguità: non pienamente tragedia né commedia, costruita su punti di vista contrastanti che rendono impossibile un giudizio definitivo. Al suo centro c’è Cleopatra, regina degli opposti, e il rapporto tra l’erotico e il politico, cioè tra la passione privata e il dovere pubblico. È questa tensione, mai risolta, a renderla profondamente moderna: uno specchio del difficile equilibrio tra ciò che siamo in privato e ciò che siamo di fronte al mondo, e del rischio che l’una dimensione travolga l’altra.
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