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L’eredità del Romance Shakespeariano

Cosa hanno in comune le brillanti commedie hollywoodiane degli anni Trenta e Quaranta con il teatro di Shakespeare? Secondo il filosofo Stanley Cavell, molto: quelle pellicole darebbero nuova vita al “romance shakespeariano” sotto forma di “commedia del rimatrimonio”. Sono storie di coppie divorziate che, dopo un percorso di crescita, si ritrovano. Dietro l’apparente leggerezza, si […]

Psicolab — L’eredità del Romance Shakespeariano
Cosa hanno in comune le brillanti commedie hollywoodiane degli anni Trenta e Quaranta con il teatro di Shakespeare? Secondo il filosofo Stanley Cavell, molto: quelle pellicole darebbero nuova vita al “romance shakespeariano” sotto forma di “commedia del rimatrimonio”. Sono storie di coppie divorziate che, dopo un percorso di crescita, si ritrovano. Dietro l’apparente leggerezza, si nascondono temi profondi: l’individualità, il riconoscimento reciproco e la nascita di una nuova consapevolezza, soprattutto femminile.

La commedia del rimatrimonio

Cosa hanno in comune le commedie hollywoodiane degli anni Trenta con quelle di Shakespeare? Non si tratta di remake. Parliamo di film come “Scandalo a Filadelfia” o “Susanna”, entrambi con Cary Grant e Katharine Hepburn, da una parte, e del “Racconto d’inverno” o “Sogno di una notte di mezza estate” dall’altra. Secondo Stanley Cavell, il romance shakespeariano trova nuova vita negli Stati Uniti a partire dagli anni Trenta. In “Alla ricerca della felicità”, il filosofo americano offre un’interpretazione filosofica di una serie di film che ribattezza “commedia del rimatrimonio”: sette commedie apparse tra la metà degli anni Trenta e la fine degli anni Quaranta, considerate fondamentali nella storia del cinema del periodo successivo all’avvento del sonoro, tra cui “Lady Eva”, “Accadde una notte”, “Susanna”, “Scandalo a Filadelfia”, “La signora del venerdì”, “La costola di Adamo” e “L’orribile verità”.

L’aspetto caratteristico di queste commedie è che presentano la storia di una coppia, di solito divorziata, che dopo aver visto naufragare il proprio sogno d’amore alla fine si ritrova, ma solo in seguito a un percorso di crescita che permette di rifondare un’unione più consapevole. Il fallimento non è causato dall’aver scelto la persona sbagliata, ma da una forma di immaturità nella relazione: la difficoltà umana di unire il sociale e il sessuale, di trovare un equilibrio tra questi aspetti nel matrimonio.

La scoperta della propria separatezza

Un uomo e una donna che si conoscono da sempre, o che hanno avuto un’infanzia comune, scoprono insieme la sessualità, senza però riuscire ad accettarne le conseguenze. La donna si ritrae davanti a questa scoperta e cerca di sedare il proprio desiderio trovando un nuovo uomo adatto a impersonare una figura paterna. Ciò che crea la frattura è la scoperta della propria finitezza, della propria individualità e irrimediabile separatezza: una rivelazione della condizione umana che si affaccia con l’emergere del desiderio.

In queste commedie, il tema della perdita della verginità diventa un modo per affrontare il tema del matrimonio, per chiedersi se la nostra preziosa integrità, la nostra individualità esclusiva, sia stata “perduta bene”, cioè ceduta per qualcosa di presumibilmente migliore: un’unione esclusiva. È qui che il legame con Shakespeare diventa profondo.

L’eredità del romance shakespeariano

Perché la struttura del rimatrimonio può vantare un predecessore come il romance shakespeariano? Secondo la teoria di Northrop Frye, tra i due grandi della commedia elisabettiana fu Ben Jonson, non Shakespeare, il fondatore della commedia inglese moderna: il genere jonsoniano della commedia di costume, con la sua illusione di realismo, è proseguito negli autori successivi, mentre il genere stilizzato e romantico di Shakespeare sarebbe sopravvissuto nell’opera lirica. Perché, allora, non potrebbe essere sopravvissuto anche in certi film?

Entrambe le forme di commedia rinascimentale si collocano sulle orme della “commedia nuova” di Plauto e Terenzio, in cui l’intreccio ruota attorno agli sforzi di un giovane per superare gli impedimenti sociali che gli impediscono di sposare l’amata, spesso contro un vecchio ostile (il senex iratus), fino a un matrimonio che sancisce la nascita di una nuova società. Frye nota che in Shakespeare questa struttura è interrotta da una tendenza arcaica, da cui emerge la figura dell’eroina: una giovane va incontro a una perdita d’identità per poi ritrovarla e vedersi in modo totalmente nuovo, spesso attraverso uno scambio d’identità sessuale, come nel “Mercante di Venezia” e nella “Dodicesima notte”. Molti elementi ricorrono in modo simile nel rimatrimonio e nel romance, come lo spostamento dell’azione in un luogo naif dove può avvenire il rinnovamento. La differenza sostanziale è che nella commedia del rimatrimonio la coppia è già stata sposata, e tutta la vicenda tende non a unire i protagonisti ma a riunirli dopo una separazione: la realtà del matrimonio è subordinata a quella, o alla minaccia, del divorzio.

Il contesto: Depressione, sonoro e femminismo

Per capire come il romance shakespeariano rinasca negli anni Trenta occorre considerare il contesto: la fase iniziale della Depressione e l’introduzione del sonoro nel cinema. Il fatto che questi film siano ambientati nell’agio, con protagoniste ricche ereditiere o uomini d’affari, contrasta con la vita reale del periodo. Ma più che una semplice distrazione dalla crisi, questa esibizione di ricchezza è funzionale alla struttura del genere: solo individui benestanti, senza gravi preoccupazioni per l’esistenza, possono permettersi di spendere gran parte del loro tempo in discussioni con il partner e di parlare “liberamente” della felicità umana. Per questo i film sono composti in gran parte da dialoghi che coinvolgono la coppia protagonista, la quale, attraverso la conversazione, giunge al riconoscimento reciproco, al perdono e a una nuova comprensione della propria esistenza.

Questi dialoghi sono anche il mezzo attraverso cui la donna compie una trasformazione e arriva a una nuova coscienza di sé. La rilevanza della conversazione per la crescita femminile collega questo cinema a una fase del femminismo: quella della coscienza delle donne, che coinvolge anche la coscienza che gli uomini hanno di esse. Dopo la conquista del voto nel 1920, il movimento femminista sembra assopirsi fino alla fine degli anni Sessanta, ma Cavell ritiene che questi film provino la sua costante presenza in forma meno visibile, ormai radicata nella vita quotidiana. Le protagoniste potrebbero essere le figlie delle suffragette, che grazie alle lotte delle madri hanno fatto propri i nuovi valori, portandoli dalla dimensione pubblica alla sfera privata.

Rinascita della donna, rifondazione del matrimonio

La struttura del rimatrimonio rimette in scena la possibilità di riconoscimento tra esseri umani introdotta dal romance, e con essa uno sviluppo dell’individuo che si configura come una morte e una rinascita, verso la creazione di una nuova donna, affiancata però da un uomo diverso, capace di riconoscere la sua esigenza di avere accanto un individuo alla pari e autonomo. Per questo, nel rimatrimonio, gli uomini riprendono di continuo le protagoniste, come Tracy Lord in “Scandalo a Filadelfia”, sottoposta alle continue “lezioni” dell’ex marito e del padre, arrogandosi il diritto di educarle, come se la creazione della donna fosse un loro compito.

La fondazione di un nuovo individuo è accompagnata da una rifondazione del matrimonio, che comincia con la ricerca di nuove basi di legittimità: valutare secondo nuovi parametri quando il matrimonio rappresenti davvero “uno stato onorevole” in cui vivere. Affrontare il matrimonio a partire dal divorzio serve proprio a dargli una nuova legittimità: l’opportunità di divorziare, resa moralmente accettabile dall’assenza di figli tipica di questi film, trasforma il matrimonio in una scelta di ogni giorno, che non ha altra ragione se non il perseguimento della propria felicità.

Domande frequenti

Cos’è la “commedia del rimatrimonio” secondo Cavell?

È un genere di commedie hollywoodiane degli anni Trenta e Quaranta in cui una coppia divorziata, dopo un percorso di crescita, si riunisce. Cavell le legge filosoficamente come erede del “romance shakespeariano”, incentrate su riconoscimento reciproco e nuova consapevolezza.

Perché questi film sono legati a Shakespeare?

Perché ne riprendono la struttura del romance: la perdita e il ritrovamento dell’identità dell’eroina, lo spostamento in un luogo di rinnovamento, la nascita di una nuova consapevolezza. La differenza è che la coppia è già stata sposata, e tutto ruota attorno alla riunione dopo il divorzio.

Che ruolo ha il divorzio in queste commedie?

Il matrimonio viene affrontato a partire dal divorzio per dargli nuova legittimità: la possibilità di separarsi trasforma l’unione in una scelta quotidiana, motivata solo dal perseguimento della felicità, e non da obblighi esterni.

Cosa c’entrano queste commedie con il femminismo?

La crescita della donna avviene attraverso la conversazione e porta a una nuova coscienza di sé. Cavell vi legge la presenza silenziosa del femminismo tra le due grandi ondate: le protagoniste sarebbero le “figlie delle suffragette”, che hanno interiorizzato i nuovi valori nella vita quotidiana.

Dietro la leggerezza delle grandi commedie hollywoodiane si nasconde, secondo Cavell, l’eredità del romance shakespeariano: storie di individui che, attraverso la separazione e il dialogo, si riconoscono e rinascono. La “commedia del rimatrimonio” trasforma il matrimonio in una scelta quotidiana di felicità e mette al centro la crescita della donna verso una nuova consapevolezza. Un esempio di come il cinema popolare possa custodire, sotto forma di intrattenimento, temi filosofici ed esistenziali profondi.
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