Psicoterapia e Psicoanalisi

Le Relazioni Famigliari

La malattia non riguarda mai soltanto l’individuo: è profondamente intrecciata con l’ambiente in cui vive, e in primo luogo con la famiglia. Numerosi studi hanno mostrato come certe dinamiche familiari possano influenzare l’insorgenza e il mantenimento di malattie croniche, sia psichiche sia somatiche. Da questa consapevolezza è nato un intero filone terapeutico, la terapia familiare […]

Psicolab — Le Relazioni Famigliari
La malattia non riguarda mai soltanto l’individuo: è profondamente intrecciata con l’ambiente in cui vive, e in primo luogo con la famiglia. Numerosi studi hanno mostrato come certe dinamiche familiari possano influenzare l’insorgenza e il mantenimento di malattie croniche, sia psichiche sia somatiche. Da questa consapevolezza è nato un intero filone terapeutico, la terapia familiare sistemica, che considera il sintomo del singolo come espressione di un equilibrio dell’intero nucleo. Ripercorriamone le origini e le intuizioni fondamentali.

Quando la famiglia entra nella malattia

Ampliando il campo di studio all’ambiente sociale in cui l’uomo è inserito, si osserva che alcune situazioni familiari “particolari” hanno una notevole influenza sull’insorgenza e sul mantenimento delle malattie croniche. Questo vale sia per le patologie psichiche, sia per i disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, obesità, vomito psicogeno), ma anche per malattie somatiche come asma, diabete, psoriasi o rettocolite ulcerosa. In casi del genere diventa fondamentale un approccio terapeutico che tenga conto non solo delle problematiche individuali, ma anche di quelle familiari.

Un esempio storico è illuminante. Negli anni Cinquanta, vari studi su bambini affetti da asma dimostrarono che i loro sintomi miglioravano durante il ricovero in ospedale. Il progresso non era dovuto all’ambiente asettico, ma alla lontananza dai conflitti e dalle tensioni familiari: esposti alla polvere verso cui si presumeva l’allergia, i bambini non manifestavano crisi. Era un segnale forte del peso delle dinamiche relazionali sulla salute.

Le prime intuizioni: da Hilde Bruch alla teoria dei sistemi

Anche la nota psicoanalista Hilde Bruch, che si occupava di disturbi alimentari, aveva osservato quanto i suoi pazienti fossero morbosamente legati ai genitori e alla famiglia, al punto da rendere insufficiente una terapia rivolta solo all’individuo. In quegli stessi anni, le teorie sistemiche e la cibernetica offrirono una nuova prospettiva per affrontare queste situazioni: non più il singolo isolato, ma il sistema di relazioni di cui fa parte.

L’idea di fondo è che una famiglia sia un sistema in equilibrio, e che ogni suo elemento influenzi gli altri secondo una logica circolare. Il sintomo di un membro, in questa prospettiva, non è un semplice problema individuale, ma può svolgere una funzione all’interno dell’intero nucleo, contribuendo paradossalmente a mantenerne la stabilità.

Don Jackson e il comportamento “restrittivo”

Il primo a utilizzare questi approcci innovativi in psicosomatica fu Don D. Jackson, che trattò con la terapia a orientamento sistemico famiglie di pazienti affetti da rettocolite ulcerosa. Jackson riscontrò un comportamento particolare, che definì “restrittivo”: questi nuclei familiari erano caratterizzati da relazioni povere, con regole educative molto rigide che impedivano la libera comunicazione dei sentimenti e la manifestazione di dissensi e conflitti.

Tutto ciò ostacolava lo sviluppo dell’autonomia e limitava l’integrazione sociale: le relazioni a scuola o al lavoro risultavano faticose, scarse e molto formali. Jackson ipotizzò inoltre che lo stress familiare attivasse nel paziente un comportamento capace di conservare la propria malattia e, con modalità circolare, di mantenere l’equilibrio familiare, la cosiddetta omeostasi del sistema. La malattia, in altre parole, diventava parte del meccanismo che teneva insieme la famiglia.

Mara Selvini Palazzoli e il modello sistemico

Verso la fine degli anni Sessanta le teorie sistemiche e cibernetiche si diffusero in tutta Europa, e in particolare in Italia, dove la psicoanalista e psicoterapeuta Mara Selvini Palazzoli fondò, insieme ai suoi allievi, un Centro di terapia familiare. Selvini Palazzoli sviluppò il celebre modello sistemico, basando i suoi studi sulle famiglie di pazienti affette da anoressia mentale e bulimia.

In questi nuclei individuò alcune peculiarità che sembravano favorire il disturbo: la tendenza a respingere qualsiasi affermazione fatta da altri; l’incapacità di individuare un leader all’interno della famiglia; il divieto implicito di stabilire alleanze; l’incapacità di assumersi responsabilità. Ne dedusse che il sintomo del disturbo alimentare diventava l’espressione della forma comunicativa dell’intera famiglia. Non a caso, questi genitori, riversando sui figli preoccupazioni e attenzioni, finivano spesso per negare loro l’autonomia. La paziente viveva così un continuo stato di sofferenza, soprattutto nel rapporto con la famiglia d’origine.

Le tecniche terapeutiche

Il gruppo della Selvini sviluppò un proprio modello terapeutico, con l’obiettivo di interrompere il “gioco patologico” della famiglia. Tra le tecniche impiegate spiccano la prescrizione paradossale e la connotazione positiva. Con la prima si chiede al paziente o alla famiglia di manifestare o produrre proprio il comportamento problematico, spiazzando così il meccanismo che lo alimenta. Con la seconda si sottolinea l’utilità che il disturbo ha per il benessere della famiglia, rendendo esplicito ciò che di solito resta nascosto. Con gli anni il modello iniziale ha subito notevoli modifiche, risultando talvolta compatibile anche con gli interventi psicoanalitici individuali.

Domande frequenti

La famiglia può influenzare le malattie croniche?

Secondo numerosi studi sì: certe dinamiche familiari possono incidere sull’insorgenza e sul mantenimento di malattie sia psichiche sia somatiche, come asma, diabete, psoriasi, rettocolite ulcerosa e disturbi alimentari. Per questo, in molti casi, l’approccio terapeutico deve considerare anche il contesto familiare.

Cos’è la terapia familiare sistemica?

È un approccio che considera la famiglia come un sistema in equilibrio, in cui ogni membro influenza gli altri in modo circolare. Il sintomo del singolo è letto come espressione delle dinamiche dell’intero nucleo, e la terapia interviene sul sistema di relazioni, non solo sull’individuo.

Cosa scoprì Mara Selvini Palazzoli?

Studiando famiglie di pazienti con anoressia e bulimia, individuò tratti ricorrenti come il rifiuto delle affermazioni altrui, l’assenza di un leader, il divieto di alleanze e l’incapacità di assumersi responsabilità. Il sintomo alimentare, concluse, esprimeva la forma comunicativa dell’intera famiglia.

Cosa sono la prescrizione paradossale e la connotazione positiva?

Sono due tecniche del modello sistemico. La prescrizione paradossale chiede alla famiglia di produrre proprio il comportamento problematico, per spiazzarne il meccanismo. La connotazione positiva sottolinea l’utilità che il disturbo ha per l’equilibrio familiare, rendendola visibile.

La malattia non vive isolata nell’individuo, ma è intrecciata alle relazioni familiari. Studi storici, dai bambini asmatici degli anni Cinquanta alle intuizioni di Hilde Bruch, hanno aperto la strada alla terapia familiare sistemica. Don Jackson mostrò come rigidità e mancanza di comunicazione potessero “conservare” la malattia per mantenere l’equilibrio del nucleo; Mara Selvini Palazzoli sviluppò il modello sistemico, leggendo il sintomo come linguaggio dell’intera famiglia e proponendo tecniche come la prescrizione paradossale. Comprendere queste dinamiche significa curare non solo la persona, ma il sistema di relazioni in cui vive.
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