Una famiglia senza terreno solido
Immaginiamo una famiglia: la nostra, o lo stereotipo di un nucleo coeso, affettuoso, sicuro, un porto franco. E poi immaginiamone tutte le varianti fatte di intrusioni, fallimenti, investimenti emotivi traditi, caos. La storia di Virginia Woolf appartiene alla seconda ipotesi: un’esistenza spuntata su un terreno senza solidità.
Adeline Virginia Stephen nasce a Londra nel 1882, in una casa già complessa. I genitori, Leslie e Julia, sono entrambi vedovi e già genitori: dai matrimoni precedenti arrivano i tre figli Duckworth e Laura, la bambina del padre con una grave disabilità intellettiva, che sarà poi istituzionalizzata fino alla morte. A questi si aggiungono Vanessa, Thoby, la stessa Virginia e Adrian. Una “famiglia allargata” prima ancora che il concetto esistesse.
Era una situazione complessa ma anche stimolante. La casa Stephen era un salotto intellettuale: il padre, editore e biografo di fama, attirava i grandi nomi dell’epoca, da Henry James a George Eliot, e la madre Julia era stata modella per i pittori preraffaelliti. Non sorprende che i figli crescano con forti inclinazioni artistiche e culturali. L’infanzia ha momenti felici, soprattutto nella casa estiva in Cornovaglia. Poi cominciano i lutti.
Lutti, trauma e la prima crisi
Quando Virginia ha appena tredici anni, la madre muore. Un paio d’anni dopo se ne va anche la sorellastra Stella, che aveva cercato di sostituire il genitore mancante. È qui che si colloca il primo “collasso di nervi” di Virginia, le prime esperienze di un fortissimo stato depressivo, che si aggraverà dopo la morte del padre nel 1904, quando la giovane verrà brevemente ricoverata.
Ma le cause di quelle crisi erano anche altre, e più oscure: gli abusi sessuali subiti, insieme all’amata sorella Vanessa, da parte dei fratellastri maggiori. Rimaste orfane, le due sorelle decisero di trasferirsi con il fratello Adrian nel quartiere di Bloomsbury, un’emancipazione quasi necessaria per allontanarsi dalla violenza. Fu lì che nacque il celebre “gruppo Bloomsbury”, il circolo di intellettuali di cui facevano parte, tra gli altri, Lytton Strachey, Clive Bell e Leonard Woolf, che Virginia sposò nel 1912.
Leonard, Vanessa, Vita: gli affetti che tennero insieme un io fragile
Il matrimonio con Leonard, ben assortito mentalmente e affettivamente, diede vita alla Hogarth Press, la casa editrice che avrebbe pubblicato gran parte dei suoi lavori. Ma la loro collaborazione era soprattutto umana: era Leonard, con pazienza e dedizione, a sostenerla nei momenti di sconforto e malattia, a spronarla nell’attività artistica. Non è azzardato pensare che, senza quest’uomo, non avremmo la Virginia Woolf che conosciamo.
Non era però l’unica figura importante. Con la sorella Vanessa aveva un rapporto quasi simbiotico, e con la poetessa Vita Sackville-West visse una lunga storia d’amore. Le sue relazioni affettive più intense furono con le donne, cosa che non contrastava con la visione del mondo del suo “gruppo”, in cui la monogamia era, se non derisa, quantomeno sconsigliata.
Eppure, malgrado questi legami densi e le numerose opere prodotte, non ci fu mai per lei un periodo di costante equilibrio psicologico. I gravi disturbi dell’umore, il “sentire voci”, il senso di estraniazione e angoscia la accompagnavano per lunghi mesi, lasciandola spossata e costringendola a periodi di riposo estenuante.
Che cos’è il disturbo bipolare
Il disturbo bipolare, in estrema sintesi, è caratterizzato dall’alternarsi di fasi depressive, tendenzialmente più durature, e fasi di espansione dell’umore. È un ondeggiare devastante tra profondi stati di tristezza, vuoto e disperazione, e una fase di eccitazione che può sfociare in irritabilità, grandiosità eccessiva, comportamenti pericolosi. Clinicamente si distingue in disturbo bipolare I, disturbo bipolare II e ciclotimia.
Nel caso della Woolf, l’ipotesi più probabile è quella di un disturbo bipolare II, in cui prevalgono gli episodi di depressione maggiore accanto ad almeno un episodio ipomaniacale, più sfumato rispetto a quello maniacale. È una malattia altamente invalidante, che in Virginia si accompagnava anche a sintomi psicotici come le allucinazioni uditive, e che comporta un rischio di suicidio molto più elevato rispetto alla popolazione generale.
È ormai riconosciuta una componente genetica nel disturbo, ma si tratta, come per gran parte del disagio mentale, di una realtà multifattoriale. E il vissuto della scrittrice lo rende comprensibile.
Un intreccio di predisposizione e ferite
In un solo decennio Virginia perse le tre figure di riferimento affettivo: madre, sorellastra, padre. Poco prima aveva visto allontanarsi per sempre Laura, la sorellastra con disabilità, le cui urla avevano spaventato Virginia bambina: quella ragazza amata e quasi nascosta era diventata il simbolo di una paura, che ci fosse anche in lei “qualcosa che non andava”.
Poi il trauma degli abusi, condiviso con Vanessa. Orfane, con i familiari rimasti come fonte di violenza e disintegrazione del sé, l’emancipazione a Bloomsbury appariva vitale. È lì che arrivano Leonard e Vita. Leonard rappresenta la sicurezza, il conforto, il contenimento di un io fragile e fluttuante: il principio organizzatore che unisce e ripara. Vita è l’innamoramento, la dedizione riversata su una donna diversa da sé, perché verso sé stessa Virginia nutriva spesso rancore. È il senso di colpa assurdo ma tipico delle vittime di abuso: il sentirsi inadeguata, difficile, sbagliata. E attendeva con terrore il ritorno di quelle voci, di quel senso di dissoluzione che, stesa nel letto per settimane, quasi desiderava.
La scrittura come contenitore
E poi c’era la scrittura, il luogo dove mettersi ed essere “corretta”, coltivata, ricomposta. Da La crociera (1913) fino al postumo Diario di una scrittrice, Virginia ebbe il tempo di raccontarsi raccontando.
In La signora Dalloway le voci che lei sentiva nella testa diventano il monologo interiore della protagonista, un flusso di ricordi e associazioni che assume quasi la forma di un percorso di disvelamento, mentre si compone un affresco dell’Inghilterra dell’epoca e del ruolo della donna. In Orlando, inno d’amore per Vita, la protagonista è una creatura androgina che attraversa i secoli come donna e come uomo: il figlio di Vita lo definì “la più lunga lettera d’amore della storia”. E in Le onde sei voci si alternano in un intreccio di ricordi e desideri, come onde che si ritraggono e tornano, proprio come i cicli di rinascita e angoscia che percuotevano l’autrice.
Le maree di Virginia
Nelle ultime parole al marito, prima di morire, gli espresse tutta la sua gratitudine per averlo avuto accanto. Il loro, al di là di tutto, era stato un matrimonio notevole. La sua infanzia era stata segnata da una violenza vergognosa e nascosta, la giovinezza da lutti e solitudine, l’età adulta da una fertilità creativa e insieme da una devastazione emotiva.
Eppure, in tutto il fragore delle sue voci interiori, Virginia Woolf ci parla ancora oggi con una modernità e una capacità analitica quasi imbarazzanti. Conosceva l’animo umano e ce lo ha descritto proprio nei momenti in cui la tristezza l’abbandonava, come una marea che si ritrae lasciando emergere l’autrice. Un movimento naturale, un ciclo: la pena e il ritorno. Le maree di Virginia.
Domande frequenti
Di quale disturbo soffriva Virginia Woolf?
L’ipotesi più accreditata è un disturbo bipolare, probabilmente di tipo II, con prevalenza di episodi depressivi maggiori accanto a fasi ipomaniacali. Nel suo caso erano presenti anche sintomi psicotici come le allucinazioni uditive, il “sentire voci” che ricorre nei suoi scritti.
Che cos’è il disturbo bipolare?
È un disturbo dell’umore caratterizzato dall’alternanza di fasi depressive, di solito più durature, e fasi di espansione dell’umore con eccitazione e irritabilità. Si distingue in bipolare I, bipolare II e ciclotimia, e ha origine multifattoriale, con una componente genetica riconosciuta.
Che ruolo ebbero i traumi infantili nella sua sofferenza?
Un ruolo importante. La perdita ravvicinata di madre, sorellastra e padre e gli abusi sessuali subiti dai fratellastri si intrecciarono con una probabile predisposizione, illustrando bene la natura multifattoriale del disagio mentale: predisposizione biologica e ferite biografiche insieme.
Come si riflette la sua esperienza nelle opere?
Profondamente. Il “sentire voci” diventa il monologo interiore della “Signora Dalloway”; l’amore per Vita ispira “Orlando”; i cicli di angoscia e rinascita danno forma a “Le onde”. La scrittura fu per Virginia un contenitore in cui ricomporsi e dare voce all’animo umano.
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