Psicoterapia e Psicoanalisi

Le Emozioni ed il Sé del Terapeuta

In terapia, lo strumento principale di cura non è una tecnica: è il terapeuta stesso, con le sue emozioni, la sua storia, la sua persona. Ma come può il terapeuta usare consapevolmente il proprio “Sé” senza esserne travolto? È una delle riflessioni più profonde della terapia familiare, che riguarda il coraggio di mettersi in gioco […]

Psicolab — Le Emozioni ed il Sé del Terapeuta
In terapia, lo strumento principale di cura non è una tecnica: è il terapeuta stesso, con le sue emozioni, la sua storia, la sua persona. Ma come può il terapeuta usare consapevolmente il proprio “Sé” senza esserne travolto? È una delle riflessioni più profonde della terapia familiare, che riguarda il coraggio di mettersi in gioco come persone intere.

Il terapeuta come “persona intera”

Un’idea forte attraversa la terapia familiare: il terapeuta dovrebbe riuscire a utilizzare anche quelle parti di sé che spesso decide di lasciare fuori, ritenendole “inappropriate”. Riportarle dentro la relazione, restando una “persona intera”, permette al processo terapeutico di evolvere.

Questo avviene attraverso un continuo movimento di entrata e uscita, che lega le immagini dell’altro alle proprie, aprendo prospettive e possibilità di rapporto alternative. Perché funzioni, il terapeuta deve possedere una sorta di osservatore interno, capace di integrare le esperienze emotive con gli schemi concettuali, trovando nuovi nessi e traducendoli in informazioni significative nella relazione.

È ciò che accade quando il terapeuta riesce a parlare con la famiglia attraverso le emozioni, i sentimenti, i silenzi, e talvolta il racconto di vicissitudini personali: entra in contatto con un membro, se ne separa subito dopo, lo riconnette all’insieme familiare. Un movimento paragonato al respiro, dove inspirazione ed espirazione sono ugualmente fondamentali e complementari.

Il “Sé” del terapeuta: un concetto sfuggente

Se lo strumento per curare siamo noi stessi, viene da chiedersi: quali caratteristiche facilitano l’entrare in relazione? La domanda apre una riflessione sul “Sé” del terapeuta, tema tanto importante quanto complesso. Il Sé è un concetto “proteiforme” e sfuggente, difficile da afferrare del tutto.

Il “non detto”, si è osservato, si connette con il nostro cosciente e influenza il modo in cui ci poniamo in terapia. La conoscenza che il terapeuta ha del proprio Sé resta così, per certi versi, irraggiungibile: un bagaglio teorico ed esperienziale difficile da conoscere nella sua pienezza. Con un’immagine efficace, è stato paragonato alle piante dei piedi: quando ci si poggia sopra, è impossibile guardarle. Nonostante ciò, se attribuiamo un ruolo centrale alle emozioni, il terapeuta deve essere in grado di riconoscerle, esplorarle ed esprimerle.

Il controtransfert come risorsa

Qui entra in gioco il concetto di controtransfert: le emozioni che la relazione con il paziente suscita nel terapeuta. Lungi dall’essere un ostacolo, è considerato una delle risorse più importanti del lavoro terapeutico, a patto che il clinico mantenga una “sensibilità alle emozioni libera e pronta”. Alcuni film lo illustrano bene, mostrando terapeuti che, distratti dai propri vissuti o sopraffatti da emozioni come la rabbia, si allontanano dalla relazione o compiono scelte sbagliate.

Proprio per questo, il ruolo del supervisore e del gruppo è fondamentale: restituiscono al terapeuta una maggiore consapevolezza di Sé, un punto di vista esterno sulle proprie emozioni, sui pregiudizi e sulle modalità che porta nel sistema terapeutico.

Le qualità che rendono autorevoli

Perché la famiglia percepisca il terapeuta come una figura autorevole e affidabile (prerequisito indispensabile perché il paziente prenda sul serio la possibilità di cura) sono state individuate alcune qualità preziose, ispirate anche a valori letterari:

  • la leggerezza, intesa come “avere peso essendo leggeri”;
  • la rapidità, cioè agilità e disinvoltura nel pensiero e nello stile;
  • l’esattezza nell’avere un obiettivo chiaro;
  • la molteplicità dei punti di vista accolti senza rinunciare alla profondità;
  • la consistenza, cioè la capacità di non soccombere sotto il peso delle richieste emotive della famiglia, superando il giudizio e riconoscendo i propri limiti.

Il peso del non verbale

Un aspetto spesso decisivo è la comunicazione non verbale. Il clima affettivo intenso che permette alle persone di sentirsi accolte senza pregiudizi dipende molto dal tono e dal calore della voce, dalla gestualità del terapeuta: elementi che pesano più del contenuto stesso delle parole. Per orientarsi in questa relazione in divenire, in cui vicinanza e distanza sono ugualmente importanti, sono state proposte alcune “coordinate” pratiche: disponibilità, distanza, disciplina e creatività.

Il filo conduttore di tutto è la capacità riflessiva: la capacità del terapeuta di porsi in una posizione di riflessione rispetto all’interazione tra sé e il sistema che osserva. Solo così può interrogarsi su quali caratteristiche debba avere la relazione per garantire un processo di elaborazione capace di rimettere in movimento la famiglia. In fondo, la lezione più bella è questa: curare significa mettersi in gioco come persone intere, usando consapevolmente le proprie emozioni, non come debolezza, ma come lo strumento più prezioso della cura.

Domande frequenti

Perché il “Sé” del terapeuta è così importante?

Perché in terapia lo strumento principale di cura è il terapeuta stesso, con le sue emozioni e la sua storia. Usare consapevolmente il proprio Sé, restando una “persona intera”, permette al processo terapeutico di evolvere e di creare una relazione autentica con la famiglia.

Cos’è il controtransfert?

Sono le emozioni che la relazione con il paziente suscita nel terapeuta. Non è un ostacolo, ma una delle risorse più importanti del lavoro terapeutico, a patto che il clinico sappia riconoscerle ed esplorarle mantenendo una sensibilità libera e pronta.

Perché sono importanti il supervisore e il gruppo?

Perché restituiscono al terapeuta una maggiore consapevolezza di Sé e un punto di vista esterno sulle proprie emozioni, pregiudizi e modalità relazionali. Aiutano a riconoscere ciò che il terapeuta porta, spesso inconsapevolmente, nel sistema terapeutico.

Quali qualità rendono un terapeuta autorevole?

Leggerezza, rapidità, esattezza, molteplicità dei punti di vista e consistenza (la capacità di non soccombere alle richieste emotive). Contano molto anche gli aspetti non verbali (tono, calore della voce, gestualità) e la capacità riflessiva di osservarsi nella relazione.

In terapia lo strumento principale di cura è il terapeuta stesso, con le sue emozioni e la sua storia: usarle consapevolmente, restando una “persona intera”, fa evolvere il processo. Il “Sé” del terapeuta è però un concetto sfuggente, come le piante dei piedi impossibili da guardare mentre ci si sta sopra. Il controtransfert (le emozioni suscitate dal paziente) è una risorsa preziosa, non un ostacolo, e supervisore e gruppo aiutano a esserne consapevoli. Rendono autorevole il terapeuta qualità come leggerezza, rapidità, molteplicità e consistenza, insieme al peso del non verbale (tono, calore della voce). Il cuore è la capacità riflessiva: curare significa mettersi in gioco come persone intere, facendo delle proprie emozioni lo strumento più prezioso della cura.
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