Immersi nella comunicazione
In ogni momento della vita siamo immersi nella comunicazione, anche quando pensiamo di non esserlo: quando guardiamo un film, leggiamo un libro, ascoltiamo musica. Non a caso, quando diciamo che un artista è “incompreso”, usiamo un termine che riguarda la comunicazione pura: “non ti comprendo”, “non capisco cosa vuoi dire”.
Ecco perché conoscere alcune piccole strategie di comunicazione può avere un valore enorme, ogni volta che ci sentiamo incompresi o percepiamo che è l’altro a sentirsi così. Una delle più efficaci è l’ascolto attivo, tecnica coniata da Thomas Gordon. Permette di raggiungere un livello di comunicazione che supera le incomprensioni dovute al non ascolto o all’ascolto parziale.
I quattro passi dell’ascolto attivo
Secondo Gordon, un buon ascolto segue quattro passi:
- L’ascolto passivo: il momento di silenzio, interiore ed esteriore, di chi ascolta. Il silenzio permette all’altro di esporsi senza essere interrotto e di percepire l’attenzione che gli viene rivolta. A questo si può aggiungere un ascolto emotivo: entrare in contatto con le proprie emozioni e distinguere ciò che appartiene a noi da ciò che appartiene all’interlocutore, ricordando che le stesse situazioni non suscitano in tutti le stesse emozioni.
- I messaggi di accoglimento: segnali verbali (“ti ascolto”, “sto cercando di capire”) e non verbali (cenni del capo, uno sguardo, un sorriso) che sottolineano l’atteggiamento di ascolto.
- Gli inviti calorosi: messaggi che incoraggiano chi parla ad approfondire (“dimmi…”, “spiegami meglio”), senza valutare né giudicare.
- L’ascolto attivo vero e proprio: chi ascolta “riflette” il contenuto del messaggio, restituendolo con parole diverse per verificare di aver compreso. E non riflette solo il contenuto verbale, ma anche i sentimenti percepiti, il contenuto emotivo.
Frasi come “ti senti…”, “mi stai dicendo che…”, “mi pare di capire…” aprono l’ascolto attivo. Così chi parla si sente compreso e ascoltato, ma non giudicato.
Il potere (e il peso) del giudizio
L’assenza di giudizio è fondamentale per una comunicazione corretta. La società ci abitua fin da piccoli a giudicare ed essere giudicati, ma il giudizio è una “punta di valore” che rimandiamo all’altro: “sei bravo”, “sei bello”, “sei cattivo”. Come ricordava Carl Rogers, gli aggettivi definiscono l’altro per come noi lo percepiamo, ma non è detto che l’altro sia o si senta davvero così.
Curiosamente, anche un aggettivo positivo può pesare: “sei buono” può vincolare tanto quanto “sei cattivo”, perché ci costringe a rispettare l’immagine che gli altri hanno di noi. Non si tratta di abolire gli aggettivi, ma di usarli con consapevolezza, e, quando possibile, di sostituirli con una domanda che lasci all’altro la libertà di definirsi: “mi sembra che questa situazione ti renda nervoso” può diventare, nella risposta, “più che nervoso, direi arrabbiato”.
L’errore di dare soluzioni pronte
C’è un comportamento che ostacola la comunicazione più di ogni altro: dare soluzioni già pronte. Quando qualcuno ci confida un problema, siamo tentati di risolverlo (“perché non fai così?”, “io farei cosà”). Niente di più controproducente.
Chi ha un problema ha bisogno di esporlo (perché già così ne prende una consapevolezza diversa) ma ha anche bisogno di trovare da solo la soluzione. Ogni volta che gliela offriamo, lo “impoveriamo”, e rischiamo pure che torni deluso, perché la nostra soluzione nasce dalle nostre esperienze, mai identiche alle sue. Invece di ergerci a “salvatori”, basta una semplice domanda: “come pensi di poter risolvere questa situazione?”. Così permettiamo all’altro di sperimentare e di sviluppare il proprio pensiero laterale. La soluzione non deve piacere a noi, ma a chi la cerca: e anche se fosse sbagliata, avrà imparato un meccanismo prezioso per il futuro.
Il “messaggio io”: esporsi rende forti
Accanto all’ascolto attivo, utile per ascoltare chi è in difficoltà, Gordon propone il “messaggio io”, che aiuta invece chi vive la difficoltà in prima persona. È chiamato anche “tecnica del confronto”: si mettono in relazione i propri sentimenti con ciò che genera il malessere.
Immaginiamo un insegnante che non riesce a spiegare per la confusione in aula. Può reagire in due modi. Con una reazione aggressiva: “Non siete capaci di stare zitti, non avete rispetto!”. Oppure con il confronto: “Quando parlate così tanto (descrizione del comportamento), io non riesco a esprimere la mia opinione (effetto concreto) e questo mi fa sentire inutile (effetto soggettivo)”.
La tecnica si compone quindi di tre momenti: la descrizione del comportamento problematico senza giudizio, la descrizione del suo effetto concreto su chi parla e la descrizione degli effetti soggettivi. Non più “TU SEI”, ma “IO SENTO”. È una tecnica di forza insospettabile, proprio perché mette a nudo gli stati d’animo di chi la usa. Ci hanno insegnato che chi si espone è il più debole, ma è vero il contrario: mettersi a nudo pone entrambi sullo stesso livello, in una comunicazione simmetrica e paritaria, dove la “guerra” comunicativa finisce. Non sempre, insomma, ciò che appare debolezza lo è davvero.
Domande frequenti
Cos’è l’ascolto attivo?
È una tecnica di comunicazione elaborata da Thomas Gordon che permette di ascoltare l’altro davvero, superando le incomprensioni. Si articola in quattro passi (ascolto passivo, messaggi di accoglimento, inviti calorosi e riflessione del messaggio) e riflette non solo il contenuto verbale ma anche i sentimenti percepiti.
Perché non bisogna dare soluzioni pronte?
Perché chi ha un problema ha bisogno di trovare da solo la soluzione: offrirgliela lo impoverisce e rischia di deluderlo, dato che le nostre soluzioni nascono dalle nostre esperienze. Meglio una domanda come “come pensi di risolverla?”, che sviluppa il pensiero laterale dell’altro.
Perché il giudizio ostacola la comunicazione?
Perché gli aggettivi definiscono l’altro per come lo percepiamo noi, non per come è o si sente davvero. Anche un giudizio positivo può vincolare. Meglio usare una domanda che lasci all’altro la libertà di definirsi, facendolo sentire ascoltato ma non giudicato.
Cos’è il “messaggio io”?
È la “tecnica del confronto” di Gordon: invece di accusare l’altro (“tu sei”), si descrivono il comportamento problematico senza giudizio, il suo effetto concreto e le proprie sensazioni (“io sento”). Esporre i propri stati d’animo crea una comunicazione paritaria e disinnesca il conflitto.
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