Mente e cervello: una lunga storia
Il dibattito sul rapporto tra mente e cervello è antico quanto la civiltà. Già Ippocrate, padre della medicina occidentale, attribuiva al cervello il ruolo di centro delle emozioni, mentre Aristotele collocava l’intelletto nel cuore. La teoria ippocratica, ripresa da Galeno, resistette per oltre un millennio. Con il Rinascimento e i progressi dell’anatomia, lo studio della struttura cerebrale si fece più preciso, mentre Cartesio introduceva l’idea di una “mente” spirituale distinta dal cervello, destinata a influenzare a lungo il pensiero occidentale.
Alla fine dell’Ottocento le conoscenze si erano consolidate: le lesioni cerebrali possono distruggere sensazioni, movimento e pensiero; il neurone è l’unità funzionale del cervello; il cervello comunica con il corpo attraverso i nervi; ed è costituito da parti distinte che presiedono a funzioni diverse, come intuì Paul Broca con l’idea della “topografia” delle funzioni cerebrali. Intorno al 1970, con la nascita della Società di Neuroscienze, lo studio del sistema nervoso divenne un vero approccio interdisciplinare, articolato su più livelli, dal molecolare al cognitivo.
Il cervello e le emozioni
Nonostante i progressi delle tecniche di neuroimmagine (TAC, risonanza magnetica, PET) e degli studi sull’attività elettrica cerebrale, la comprensione delle basi neurali delle emozioni resta ancora parziale. Eppure amore, paura, rabbia, senso di colpa e gioia, per quanto vissuti come sentimenti, sono anche il risultato di un’attività chimica, fisica ed elettrica del cervello.
Uno dei primi indizi arrivò da un celebre incidente dell’Ottocento: Phineas Gage, capocantiere ferroviario, sopravvisse a una sbarra di ferro che gli attraversò il lobo frontale. Guarito fisicamente, la sua personalità risultò però profondamente trasformata: da persona equilibrata divenne impulsivo, sregolato e intollerante. Studi moderni sul suo cranio hanno confermato che il danno alla corteccia frontale fu la causa di quel cambiamento, indicando il ruolo di quest’area nella regolazione dell’espressività emotiva.
Anche altre evidenze mostrano quanto il cervello influenzi mente e comportamento: la paralisi progressiva, un tempo diffusa tra i malati psichiatrici, si scoprì causata dall’infezione sifilitica del cervello e fu debellata con la penicillina; carenze vitaminiche, infezioni virali e persino reazioni autoimmuni possono alterare umore, cognizione e comportamento.
I circuiti delle emozioni
Intorno agli anni Trenta, la funzione di regolazione delle emozioni fu attribuita al sistema limbico, un insieme di strutture, tra cui giro cingolato, ippocampo e amigdala, disposte ad anello attorno al tronco cerebrale. Concorre anche l’ipotalamo, che controlla le funzioni vegetative strettamente connesse alle emozioni. Nella paura e nell’ansia svolge un ruolo centrale l’amigdala: raggiunta dallo stimolo emotivo, orchestra, tramite l’ipotalamo, la risposta del sistema nervoso autonomo (battito cardiaco, sudorazione, respirazione). Nell’aggressività, invece, entrano in gioco l’ipotalamo, l’amigdala, il livello di ormoni sessuali come il testosterone e, tra i neurotrasmettitori, soprattutto la serotonina.
Superare la separazione tra corpo e mente
La dicotomia cartesiana tra corpo e mente si è mantenuta a lungo, riflettendosi nella distinzione tra neurologia, che si occupa dei disturbi del sistema nervoso, e psichiatria, dedicata ai disturbi mentali e psicologici. Oggi, però, le conoscenze scientifiche tendono a superare questa netta separazione, ammettendo un funzionamento integrato tra soma e psiche.
Le neuroscienze si inseriscono in questo dibattito sostenendo che, almeno in parte, le malattie mentali dipendono da un’alterata funzione cerebrale che finisce per coinvolgere umore, emozioni, pensiero e comportamento. Ed è qui che il discorso incontra la criminologia.
Il contributo alla criminologia
Cosa c’entra tutto questo con la scienza del crimine, che studia l’autore del reato, la personalità criminale e i rapporti tra crimine e ambiente? C’entra molto, soprattutto quando il crimine è commesso da una persona con un disturbo mentale. Già alla fine degli anni Ottanta autorevoli studiosi prevedevano che una quota crescente della ricerca criminologica si sarebbe dedicata a problemi biologici e neurofisiologici, in una convergenza tra ricerca sui fattori biosociali della criminalità e trattamento.
I progressi nella genetica, nella biologia molecolare, nella psicologia sperimentale e nel brain imaging possono migliorare la diagnosi e, in alcuni casi, il trattamento di quei disturbi di personalità che potrebbero condurre a condotte antisociali.
Da Lombroso a oggi: una svolta necessaria
Le scienze criminali nacquero in Italia nella seconda metà dell’Ottocento. La pubblicazione de “L’uomo delinquente” di Cesare Lombroso, nel 1876, segnò la nascita dell’antropologia criminale. Ispirandosi al clima evoluzionista dell’epoca, Lombroso elaborò la teoria del “criminale nato” e dell’atavismo: il delinquente come una sorta di regressione a uno stadio primitivo, riconoscibile da presunte “stigmate” fisiche misurate con strumenti come craniometri e goniometri.
È importante essere chiari: quella teoria è oggi scientificamente screditata. L’idea che si possa riconoscere un criminale dai tratti somatici, o che la criminalità sia iscritta nella biologia di alcuni individui “per natura”, è priva di fondamento e ha avuto implicazioni discriminatorie e razziste. Le neuroscienze criminologiche contemporanee non sono un ritorno al lombrosianesimo: al contrario, dispongono di strumenti tecnologici avanzati e di teorie assai più adeguate alla complessità del problema, e rifiutano ogni determinismo semplicistico.
Aggressività, ricompensa e psicopatia
Uno dei temi centrali è l’aggressività, studiata da discipline diverse: biologia molecolare, neurofisiologia, psicologia, sociologia. Il comportamento antisociale sembra legato al funzionamento dei sistemi cerebrali di ricompensa e avversione, cioè dei “centri del piacere e del dolore” del sistema limbico. Quando una condotta produce, a livello cerebrale, il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina (piacere) o la serotonina e le endorfine (attenuazione del dolore), viene rinforzata.
Alcuni studi indicano che certi soggetti con tratti psicopatici sperimentano un intenso piacere nella ricerca di “forti sensazioni” e di situazioni pericolose, e presentano una soglia del dolore più alta: per loro il rischio può diventare quasi una “droga”. Va sottolineato, però, che gli psicopatici non costituiscono un gruppo omogeneo: si distinguono, per esempio, forme con scarsa emotività da altre con alti livelli di ansia, caratterizzate da profili fisiologici molto diversi. In ogni caso, il rilascio di determinate sostanze e in quali aree dipende sia da fattori biologici sia dall’apprendimento sociale: biologia e ambiente si intrecciano continuamente.
Anche disfunzioni del sistema limbico, soprattutto nelle sue connessioni con la corteccia frontale e temporale, sembrano poter tradursi in gravi alterazioni comportamentali, come disinibizione, iperattività o mancanza di espressioni emotive. La situazione, insomma, è molto più complessa di quanto apparisse ai primi ricercatori sull’aggressività.
Un contributo prezioso, ma non un riduzionismo
Le neuroscienze offrono un apporto rilevante alla comprensione delle malattie mentali e, di riflesso, del comportamento criminale legato a fattori psicopatologici. È però fondamentale evitare ogni generalizzazione: non è vero che ogni disturbo mentale nasca da una disfunzione cerebrale, né che ogni condotta criminale abbia un’origine biologica. Esistono disturbi e comportamenti dovuti a fattori ambientali, psicologici, sociali, economici, culturali e conflittuali.
Il punto è un altro: un’analisi completa dei fattori alla base del disturbo mentale e del comportamento criminale non può prescindere dal metodo scientifico delle neuroscienze, il cui contributo diventa talvolta essenziale, soprattutto nelle condotte in cui l’anello di congiunzione sembra essere l’aggressività. È in particolare lo psichiatra forense, chiamato a valutare lo stato mentale di chi ha commesso un reato, a dover considerare anche l’ipotesi organica e disfunzionale. Resta viva, infine, la distanza tra chi ritiene essenziale il contributo delle neuroscienze e chi ne sottolinea i limiti: un dibattito che riflette, in fondo, l’antichissima questione del rapporto tra mente e cervello.
Domande frequenti
Le neuroscienze dimostrano che il crimine è “nel cervello”?
No. Le neuroscienze mostrano che alcuni comportamenti antisociali possono essere legati al funzionamento di aree e circuiti cerebrali, ma non riducono il crimine a una causa biologica. Fattori ambientali, sociali, psicologici e culturali restano decisivi: biologia e ambiente si intrecciano.
La teoria di Lombroso è ancora valida?
No. La teoria del “criminale nato” e dell’atavismo di Lombroso è scientificamente screditata e ha avuto implicazioni discriminatorie. Le neuroscienze criminologiche attuali non ne sono una riedizione: usano strumenti e teorie molto più rigorosi e rifiutano ogni determinismo.
Quali aree del cervello sono coinvolte nell’aggressività?
Soprattutto il sistema limbico (in particolare l’amigdala) e l’ipotalamo, insieme al livello di ormoni come il testosterone e al neurotrasmettitore serotonina. Anche le disfunzioni nelle connessioni tra sistema limbico e corteccia frontale possono alterare il comportamento.
A cosa serve questo approccio nella pratica?
Aiuta la diagnosi e, in alcuni casi, il trattamento di disturbi di personalità che possono condurre a condotte antisociali. È particolarmente utile allo psichiatra forense, che nel valutare lo stato mentale di un reo deve considerare anche l’ipotesi biologica e cerebrale.
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