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L’Antonio e Cleopatra come Catastrofe di un Mondo

L'”Antonio e Cleopatra” di Shakespeare non racconta solo una storia d’amore: mette in scena la fine di un mondo e la nascita di un altro. Sullo sfondo del passaggio dalla Roma repubblicana all’impero, il dramma registra una frattura epocale che va oltre la politica e tocca le certezze stesse dell’uomo. Letta in controluce, l’opera diventa […]

Psicolab — L’Antonio e Cleopatra come Catastrofe di un Mondo
L'”Antonio e Cleopatra” di Shakespeare non racconta solo una storia d’amore: mette in scena la fine di un mondo e la nascita di un altro. Sullo sfondo del passaggio dalla Roma repubblicana all’impero, il dramma registra una frattura epocale che va oltre la politica e tocca le certezze stesse dell’uomo. Letta in controluce, l’opera diventa lo specchio di un’inquietudine moderna: la perdita di ogni fondamento, dal cosmo di Galileo allo scetticismo di Cartesio.

Un dramma storico: la fine della Repubblica

Volendo collocare l'”Antonio e Cleopatra” nel teatro shakespeariano, l’opera può essere avvicinata ai drammi storici. È, in linea logica, la prosecuzione del “Giulio Cesare”: si apre nel periodo del triumvirato e prosegue mostrando il passaggio del potere da tre uomini a uno solo. In scena c’è un momento decisivo della storia romana, un punto di rottura e di svolta.

Gli eventi che portano alla nascita dell’impero possono essere letti come la nascita di un nuovo mondo. Ma sono, nello stesso tempo, la fine di un altro: quello repubblicano, da tempo indebolito, che riceve qui il colpo mortale. È questa duplicità, un mondo che muore mentre un altro sorge, a dare al dramma la sua profondità.

Roma ed Egitto: non un semplice contrasto

Il passaggio tra due mondi risalta soprattutto nella contrapposizione tra la Roma di Ottaviano e l’Egitto di Cleopatra: la terra, nell’opera, appare divisa in due. Sarebbe però riduttivo leggere questo contrasto come una semplice opposizione tra razionalità, concretezza politica e autocontrollo da un lato, e passione, eccesso e immobilità dall’altro.

L’Egitto, in realtà, custodisce anche i valori della Roma passata: la virtù e l’eroismo della generazione precedente, di cui Antonio è l’ultimo superstite, non erano poi così inconciliabili con quella terra. Shakespeare lo sottolinea più volte ricordando che Giulio Cesare e Pompeo Magno, i padri dei protagonisti, erano stati a loro volta amanti di Cleopatra. Nei ricordi della regina, e nei dialoghi tra i personaggi romani, riaffiora questo legame: l’Egitto non è solo il regno del piacere, ma anche il luogo della memoria di una grandezza ormai tramontata.

La catastrofe di un mondo

Nella nuova Roma di Ottaviano, la virtù eroica lascia il posto alla misura, al freddo calcolo razionale, all’abilità politica. È emblematica l’osservazione secondo cui un uomo non deve essere “più di un uomo”: in essa si legge la trasformazione che segna il passaggio dai padri ai figli. I padri, con il loro valore, avevano mostrato di essere “più che uomini”; i figli si adattano a una misura più modesta e prudente.

La caduta di Antonio e dell’Egitto segna così la fine di un’epoca: la catastrofe di un mondo. È la fine dell’eroico universo repubblicano, di cui Antonio è l’ultimo rappresentante, travolto dall’avanzare di un ordine nuovo in cui domina la scaltrezza politica del giovane e ambizioso Ottaviano. Non un trionfo luminoso, dunque, ma una perdita.

Un amore senza misura e il nuovo cosmo

Fin dai versi iniziali, l’opera intreccia il tema amoroso con quello, più vasto, della perdita dei confini. Quando Cleopatra chiede ad Antonio di misurare il suo amore, lui risponde che è povero l’amore che accetta una misura, e che porre un limite significherebbe dover trovare un nuovo cielo e una nuova terra.

In queste parole è facile avvertire la suggestione della rivoluzione scientifica in corso. Cleopatra non può tracciare un limite all’amore, così come, dopo Galileo, non esistono più limiti netti tra cielo e terra. A conferma, più avanti la Terra diventa una “piccola O”: un’immagine che trasmette il radicale ridimensionamento della posizione terrestre portato dalla teoria copernicana. L’uomo non è più al centro del cosmo, e questa vertigine attraversa l’intero dramma.

Anche Dio perde il suo posto

Le opere shakespeariane registrano il fatto che, con la nuova scienza, non solo l’uomo ma anche Dio perde la propria posizione centrale. Nell'”Antonio e Cleopatra” la stessa prospettiva cristiana appare superata: Shakespeare non attribuisce a Ottaviano il ruolo del salvatore della patria, né quello di strumento divino che, aprendo un’era di pace, prepara il terreno alla venuta di Cristo. Ottaviano è piuttosto il politico senza scrupoli, l’abile manovratore che per il potere personale non esita a sacrificare persino gli affetti familiari più intimi.

Lo scetticismo moderno: da Montaigne a Cartesio

Con l’epoca moderna l’uomo sperimenta un senso radicale di perdita, dovuto alla messa in discussione delle certezze ereditate dalla tradizione. Le convinzioni scientifiche, religiose e politiche cominciano a franare, lasciando spazio a un’inquietudine destabilizzante che troverà piena consapevolezza nella filosofia di Cartesio.

Secondo il filosofo americano Stanley Cavell, lo scetticismo presente nel teatro di Shakespeare è di stampo cartesiano, mentre la critica tende spesso ad attribuirlo alla lettura di Montaigne. Senza sottovalutare l’influsso di Montaigne, la tragedia shakespeariana sembra però andare oltre lo scetticismo “positivo” e classico del filosofo francese, che invitava a rassegnarsi di fronte alla mutevolezza del mondo. Gli eroi di Shakespeare non vivono semplicemente una condizione di incertezza: sembrano prospettare il problema, tipicamente cartesiano, dell’assenza di fondamento. Solo alla luce di questa questione si comprende l’esigenza, così moderna, di provare la propria esistenza e di cercare qualcuno o qualcosa che la legittimi, nell’estremo tentativo di non lasciare l’uomo in balia del dubbio.

Domande frequenti

A quale genere appartiene l'”Antonio e Cleopatra”?

Può essere avvicinata ai drammi storici shakespeariani: è la prosecuzione logica del “Giulio Cesare” e mette in scena il passaggio dalla Roma repubblicana all’impero, cioè la nascita di un nuovo mondo e la fine di quello precedente.

Cosa rappresenta il contrasto tra Roma ed Egitto?

Non è una semplice opposizione tra ragione e passione. L’Egitto custodisce anche i valori eroici della Roma passata, di cui Antonio è l’ultimo erede. Il contrasto mette in scena il tramonto di un mondo eroico di fronte alla fredda abilità politica di Ottaviano.

Che legame c’è tra l’opera e la rivoluzione scientifica?

L’amore “senza misura” tra Antonio e Cleopatra richiama la perdita di confini portata da Galileo e Copernico: la Terra non è più al centro del cosmo. L’opera registra questa vertigine, in cui anche la posizione dell’uomo e di Dio viene ridimensionata.

Perché si parla di scetticismo cartesiano in Shakespeare?

Perché, secondo Stanley Cavell, gli eroi shakespeariani non vivono solo incertezza, ma il problema dell’assenza di fondamento poi teorizzato da Cartesio: l’esigenza di provare la propria esistenza e di trovarle una legittimazione, per sfuggire al dubbio radicale.

L'”Antonio e Cleopatra” è la messa in scena della catastrofe di un mondo: la fine della Roma repubblicana ed eroica, di cui Antonio è l’ultimo rappresentante, di fronte all’avanzare della fredda politica di Ottaviano. Ma il dramma va oltre la storia: l’amore “senza misura” dei protagonisti riflette la perdita di confini portata dalla nuova scienza di Galileo e Copernico, in cui l’uomo e persino Dio perdono il loro posto centrale. Ne emerge un’inquietudine profondamente moderna, vicina allo scetticismo di Cartesio: la vertigine di un mondo senza più fondamenti certi.
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