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L´anello mancante

Per decenni la biologia ha immaginato l’informazione ereditaria come un flusso a senso unico, dal DNA alle proteine. La scoperta dei prioni, proteine capaci di replicarsi senza DNA né RNA, ha incrinato questa certezza e aperto domande affascinanti anche per lo studio della memoria e dell’apprendimento. Il dogma centrale e i suoi limiti Il cosiddetto […]

Psicolab — L´anello mancante
Per decenni la biologia ha immaginato l’informazione ereditaria come un flusso a senso unico, dal DNA alle proteine. La scoperta dei prioni, proteine capaci di replicarsi senza DNA né RNA, ha incrinato questa certezza e aperto domande affascinanti anche per lo studio della memoria e dell’apprendimento.

Il dogma centrale e i suoi limiti

Il cosiddetto dogma centrale della biologia molecolare descrive il passaggio dell’informazione genetica in un’unica direzione: dal DNA all’RNA e infine alle proteine. In questa visione l’ambiente storico e sociale non avrebbe alcuna influenza diretta sui caratteri ereditari, considerati determinati una volta per tutte dai geni.

Nel tempo questo schema è stato criticato per il suo eccessivo riduzionismo. Le ricerche sull’evoluzione chimica della vita, per esempio, hanno mostrato in laboratorio la formazione di molecole proteiche a partire da composti inorganici semplici, suggerendo che le proteine siano comparse prima dell’RNA e del DNA. La realtà biologica, insomma, è apparsa via via più complessa del modello lineare gene-proteina.

Che cosa sono i prioni

Il colpo più netto a quella visione è arrivato dai prioni. Già negli anni Sessanta alcuni ricercatori intuirono che l’agente di una malattia degenerativa del cervello delle pecore, la scrapie, fosse una semplice proteina priva di materiale genetico ma capace di autoreplicarsi. Un agente simile fu poi isolato e identificato da Stanley Prusiner, che nel 1997 ricevette il premio Nobel proprio per la scoperta di una proteina in grado di riprodursi in assenza di DNA e RNA.

Questo tipo di proteina si è rivelato responsabile di gravi encefalopatie, tra cui la forma nota come morbo della mucca pazza, che può superare la barriera tra specie diverse attraverso la catena alimentare. È importante però ricordare che non tutti i prioni sono patologici: esistono prioni normali, presenti in gran numero negli organismi viventi e particolarmente abbondanti nel cervello.

Una replicazione senza codice genetico

La caratteristica sorprendente dei prioni è il modo in cui si moltiplicano. Il processo non si basa sulla duplicazione di DNA o RNA, del tutto assenti in questo meccanismo, ma su un fenomeno di tipo conformazionale: una proteina induce altre proteine ad assumere la propria forma, propagando così una particolare configurazione. È come se l’informazione fosse contenuta nella forma stessa della molecola, e non in una sequenza da leggere.

Questa modalità non è un’eccezione isolata in natura. Anche l’RNA può replicarsi con proprie capacità, ed esistono proteine capaci di riparare il DNA. Persino il mondo inorganico offre esempi di autorganizzazione, come la crescita dei cristalli di ghiaccio attorno a un nucleo di aggregazione. La capacità di replicarsi, con metodi diversi, è insomma un tratto diffuso.

Prioni, memoria e apprendimento

È qui che il discorso incontra la psicologia. Poiché i prioni possono replicarsi senza passare per il rigido controllo del DNA, alcuni ricercatori hanno ipotizzato che proteine con comportamento simile possano contribuire ai meccanismi molecolari della memoria. La ricerca nelle neuroscienze ha effettivamente individuato proteine con proprietà prioniche coinvolte nel consolidamento dei ricordi: la loro capacità di assumere configurazioni stabili e autoperpetuanti offrirebbe una base fisica per fissare tracce di memoria nel tempo.

Il fascino di questa prospettiva sta nel fatto che introduce una flessibilità che i soli geni non spiegherebbero. Il patrimonio genetico definisce la struttura di base del cervello, ma l’esperienza, l’apprendimento e il contesto lascerebbero il segno anche attraverso meccanismi molecolari relativamente indipendenti dall’ereditarietà. Va detto con chiarezza che si tratta di un campo di ricerca ancora aperto, non di certezze acquisite: le ipotesi vanno maneggiate con prudenza.

Perché conta questa prospettiva

Riconoscere che l’informazione biologica non viaggia in un’unica direzione ha conseguenze che vanno oltre la biologia molecolare. Se la conoscenza e la memoria non derivano soltanto dalla decifrazione del codice genetico, cresce il peso dell’esperienza, dell’ambiente e dell’educazione nel plasmare il cervello. Comprendere come il cervello genera e conserva conoscenza diventa allora anche una responsabilità formativa, con ricadute sul modo in cui apprendiamo e insegniamo.

Domande frequenti

I prioni sono sempre pericolosi?

No. Esistono prioni patologici, responsabili di malattie come le encefalopatie spongiformi, ma anche prioni normali, presenti in abbondanza negli organismi viventi e in particolare nel cervello, con funzioni fisiologiche.

Come fa un prione a replicarsi senza DNA?

Attraverso un meccanismo conformazionale: una proteina induce altre proteine a ripiegarsi nella sua stessa forma. L’informazione, in questo caso, è nella configurazione della molecola, non in una sequenza genetica da copiare.

Che legame c’è tra prioni e memoria?

È un’ipotesi di ricerca. Alcune proteine con proprietà prioniche sembrano coinvolte nel consolidamento dei ricordi, offrendo un possibile substrato molecolare della memoria indipendente dal DNA. Il campo è promettente ma ancora in via di studio.

La scoperta dei prioni ha mostrato che l’informazione biologica non segue un’unica direzione dal DNA alle proteine. Proteine capaci di replicarsi tramite la forma, e non tramite un codice, hanno aperto piste nuove anche per capire memoria e apprendimento. È un territorio ancora in esplorazione, che invita a valorizzare il peso dell’esperienza accanto a quello dei geni, mantenendo però il rigore di distinguere le ipotesi dalle certezze.
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