Psicoterapia e Psicoanalisi

L’Andamento della Relazione Terapeutica

Dalla breve analisi della letteratura sull’argomento ci possiamo facilmente rendere conto quanto la relazione terapeutica tenda a sottrarsi a descrizioni sintetiche ed esaustive, ma lasci spazio ad infinite analisi ed approfondimenti che danno l’impressione di un intricato puzzle che non ha mai fine.   A.   L’incontro. Il primo incontro con le famiglie è definito da […]

Psicolab — L’Andamento della Relazione Terapeutica

Dalla breve analisi della letteratura sull’argomento ci possiamo facilmente rendere conto quanto la relazione terapeutica tenda a sottrarsi a descrizioni sintetiche ed esaustive, ma lasci spazio ad infinite analisi ed approfondimenti che danno l’impressione di un intricato puzzle che non ha mai fine.  

A.   L’incontro. Il primo incontro con le famiglie è definito da molti autori un momento molto importante in cui si costruisce la relazione. Incontrarsi significa riconoscersi, accettarsi attraverso un ascolto rispettoso e comprensione: Malagoli Togliatti (1998) afferma che il terapeuta deve saper entrare nel sistema, sentirne le passioni, cominciare a comprendere la modalità di costruzione e rottura dei legami, capire come la famiglia abbia impattato sugli eventi del ciclo vitale e solo dopo iniziare a muoversi. In tal modo si potrà aiutare la famiglia, senza rischiare una colpevolizzazione e/o rinforzo della designazione. Tutti i soggetti che si mettono in relazione con il terapeuta devono potersi fidare nella consapevolezza che egli non li giudicherà, ma darà loro lo spazio per esprimere idee e emozioni.

B.   Il racconto. Dopo aver creato una condizione di accoglienza emotiva, si passa alla fase della conversazione condivisa, ossia basata sullo scambio di pensieri e significati con “codici privati” come sostiene Malagoli Togliatti (1998), la quale afferma l’importanza di una costruzione comune di una ri-narrazione che può essere tale solo se avviene in una trama relazionale affettiva ed intensa. In particolare, il terapeuta raccoglierà i “contenuti” partendo dalle comunicazioni verbali e non verbali (Giacometti, 1991). Il terapeuta diviene il primo elemento di modificazione della trama familiare e partendo dall’impossibilità di entrare “ora nella storia vissuta nel tempo della famiglia”, gli è possibile costruire con la famiglia una storia “temporanea ed artificiale” attraverso cui è possibile apprendere come ricercare significati diversi negli eventi e nei comportamenti reciproci. Nella costruzione di questa storia, il terapeuta diventa parte integrante della famiglia e questa nell’equipe terapeutica, in quanto l’uno e l’altro scompaiono come entità staccate per ritrovarsi in uno spazio e tempo diversi: il sistema terapeutico ovvero il “terzo pianeta” (Andolfi, 2000). Con esso Andolfi vuole indicare il contesto del colloquio come luogo di mediazione, determinato dall’incontro di altri due pianeti: quello della famiglia e quello del terapeuta, che diventa così un terreno neutrale e senza storia propria. Con le coppie e le famiglie, nel corso della conversazione, il terapeuta ascolta la narrazione della storia presentata e poi si muove per mettere in luce alcuni elementi che corrispondono ai temi dominanti e che possono costituire un terreno per le operazioni trasformative. Con la consapevolezza che “ se tentiamo di capire tutta la storia con le descrizioni, vediamo subito che occorre una dose maggiore di descrizione. Ma per quanta struttura e informazioni si aggiungono, per quanto le nostre significazioni siano particolareggiate e minuziose, i buchi rimangono…perché ogni storia è piena di buchi…” (Bateson G. e M.C., 1989).  

C.   Il linguaggio.

“…lui interpretava quel gesto come una difesa per ripararmi dai suoi colpi….usò il termine “ripararsi” e usò il termine colpi. L’uso di questi due termini rendeva più vera la sua frase. Se avesse detto “proteggersi” invece che “ripararsi” la sua frase sarebbe stata più falsa…ogni uomo ha bisogno di una parola invece che di un’altra per l’espressione dello stesso concetto, qualcosa che fa parte della sua storia…”ripararsi” è un termine fondamentale, perché io sono di origine contadina e i contadini si “riparano” dalle tempeste correndo sotto il portico…” Camon, 1987  

Ho ripreso le parole di Camon perché ci sento un continuo passaggio dalla storia alla relazione, dalla parola al suo valore, dal nome alla rappresentazione, in un intreccio inscindibile di livelli diversi. Questo aspetto può far venire in mente ciò che Bateson (1989) afferma, ossia che il nome non è mai l’oggetto designato, poiché ciò che il paziente dice, attraverso le parole, esprime qualcosa che è frutto della relazione e questa è inalienabile. Il lavoro del terapeuta consiste nel tentativo di ascoltare diversi linguaggi e di parlare il linguaggio dell’interlocutore e non quello tecnico che crea distanza, rimanendo sempre vigili sul significato relazionale del linguaggio stesso e del significato emotivo che lo sottende. Le parole sono dunque, come sostiene Malagoli Togliatti (1998) la relazione di relazione, dinamica, movimento, soprattutto quando dal linguaggio del paziente ci si muove per arrivare ad un livello di discorso che consenta l’espressione degli affetti. La necessità di dare un nome semplice ed elementare ai sentimenti ed alle emozioni che il paziente ci comunica è essenziale per restituire un vocabolario affettivo a che ne può essere stato privato. Questo è uno degli elementi capaci di eliminare o ridurre le differenze generazionali, culturali e sociali.  

D.   Strade possibili.

“…il Castello ha molteplici ingressi, innumerevoli porte, principali, secondarie, custodite da portieri, ma persino degli ingressi senza porte..ma non sappiamo se ce n’è uno che valga l pena più di un altro, se si tratta di un vicolo cieco o di uno stretto corridoio…per questo ci imiteremo a cercare a quali punti è connesso quello dal quale si entra…”.

Deleuze e Guattari, 1996   Con le parole si costruisce la storia e le storie che si generano da un gioco infinito d’incastri, attivando una serie infinita di mondi possibili; come nel film di Alain Resnais (1995), “Smoking- no smoking”, si inizia con la presentazione del contesto e dei personaggi cui segue la scena d’apertura del film in cui una donna, in una mattina di sole esce di casa fumando o no una sigaretta e incontra…dalla combinazione infinita di possibilità reali, emotive e stocastiche nasce una varietà di finali, tutti possibili, pur se profondamente diversi tra loro. Come nel film anche nella stanza di terapia, scegliere di seguire una strada e sviluppare una storia significa operare continue scelte tra le tante storie, privilegiandone una che viene portata avanti legandola ad altri eventi.      

E.    La posizione del terapeuta: simmetria o asimmetria.  

“…Capire il dolore degli altri vuol dire essere disposti a toccare il proprio, riaprire una vecchia piaga che sanguina e scoprire nei nuovi significati, dei nuovi nodi di crescita e comprendersi“.

Bernardi   Il terapeuta deve avere la curiosità, il rispetto della famiglia e l’umiltà di saper apprendere dalla famiglia. Di fronte ad una famiglia non si può avere la pretesa di sapere, né tanto meno di guarirla. Questo aspetto risulta particolarmente importante quando la differenza generazionale, sociale o culturale tra sistema familiare e terapeuti è maggiore. “Noi terapisti siamo dei catalizzatori di energia, cerchiamo di ripristinare canali energetici apparentemente fuori uso. La famiglia sa, e il terapista se sa ascoltare, può capire che cosa serve alla famiglia per riprendere un processo di crescita interrotto” (Bernardi, 1985). Condivido molto questo concetto, anche se credo che parte dell’apprendimento nasce dall’imparare dai propri errori, oltre che dalle occasioni in cui si è agito in modo corretto, per questo ritengo che sia molto importante avere l’umiltà di saper riconoscere gli sbagli e la capacità di “rimanere aperti al nuovo”, che permette a chi si presenta al colloquio di informarci di tante cose che non conosciamo. Un atteggiamento mentale teso ad apprendere dai propri pazienti richiede la capacità e l’umiltà di pensare che anche chi viene in posizione di relativa problematicità può darci informazioni preziose su come aiutarli. Questo aspetto appare molto importante nella costruzione della reciprocità della relazione tra terapeuta e paziente, soprattutto quando possono sussistere differenze sociali, anagrafiche o culturali, come nelle situazioni che presenterò nella parte successiva di questo lavoro. Questo aspetto facile da descrivere non sembra altrettanto semplice nella sua realizzazione in quanto si va a scontrare con il problema del “potere” (Loriedo, 2000). Spesso nella richiesta del paziente, che si rivolge al terapeuta, è implicito il riconoscimento di un potere: quello di saper indicare una soluzione del problema per il quale si richiede un aiuto. Questo perché se il paziente disponesse delle conoscenze necessarie per risolvere da solo le difficoltà non avrebbe richiesto l’intervento di un terapeuta. Ne deriva di conseguenza un rapporto asimmetrico. Questo si trasformerebbe in un paradosso, in quanto nella prospettiva relazionale, la reciprocità e la mutualità, dovrebbero essere aspetti fondamentale della relazione terapeutica. Una parziale soluzione a questo paradosso è stata individuata da Whitaker con la descrizione della battaglia per la struttura e per l’iniziativa. La battaglia per la struttura consiste nella manovre che il terapeuta attua per definire il setting, la durata delle sedute e la presenza di differenti componenti della famiglia. La battaglia per l’iniziativa consiste nel lasciare che sia la famiglia a prendere l’iniziativa e a definire gli argomenti da discutere nel corso della terapia. Di conseguenza si potrebbe concludere che il setting costituisce l’area di potere del terapeuta e i contenuti della seduta rientrano nel potere della famiglia (Whitaker, 1990).

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