L’incontro
Il primo incontro con il paziente, o con la famiglia, è per molti autori un momento decisivo: è lì che la relazione comincia a costruirsi. Incontrarsi significa riconoscersi e accettarsi attraverso un ascolto rispettoso. Il terapeuta, come sottolinea la letteratura sistemica (Malagoli Togliatti), deve saper “entrare nel sistema”, coglierne le passioni, comprendere come si costruiscono e si rompono i legami, capire come la famiglia ha attraversato gli eventi del proprio ciclo di vita, e solo dopo iniziare a muoversi. In questo modo si può offrire aiuto senza colpevolizzare nessuno e senza rinforzare il ruolo di chi è stato “designato” come il problema. Chi entra in relazione con il terapeuta deve poter avere fiducia: la certezza di non essere giudicato, ma di trovare uno spazio per esprimere idee ed emozioni.
Il racconto
Creata questa accoglienza emotiva, si passa alla conversazione condivisa, basata sullo scambio di pensieri e significati. Insieme si costruisce una ri-narrazione, possibile solo dentro una trama relazionale affettiva e intensa. Il terapeuta raccoglie i contenuti a partire dalle comunicazioni verbali e non verbali, e diventa così il primo elemento di modificazione della trama familiare.
Non potendo entrare nella storia realmente vissuta dalla famiglia nel tempo, il terapeuta ne costruisce con essa una “temporanea e artificiale”, attraverso cui si impara a cercare significati nuovi negli eventi e nei comportamenti reciproci. In questo processo terapeuta e famiglia smettono di essere entità separate e si ritrovano in uno spazio comune: quello che Andolfi ha chiamato il sistema terapeutico, o “terzo pianeta”, terreno neutrale nato dall’incontro tra il mondo della famiglia e quello del terapeuta. Resta però la consapevolezza che nessuna storia è mai completa: per quanti dettagli si aggiungano, i “buchi” restano, perché ogni racconto ne è pieno.
Il linguaggio
Le parole non sono mai neutre. Ogni persona ha bisogno di un termine preciso (e non di un altro apparentemente equivalente) per esprimere lo stesso concetto, perché quella parola fa parte della sua storia. Chi dice “ripararsi” invece di “proteggersi” sta dicendo qualcosa di sé che nessun sinonimo potrebbe restituire.
Il nome, ricordava Bateson, non è mai l’oggetto che designa: ciò che il paziente dice è frutto di una relazione, ed è quella relazione a essere inalienabile. Il compito del terapeuta è allora ascoltare linguaggi diversi e parlare quello dell’interlocutore, non un linguaggio tecnico che crea distanza, restando sempre attento al significato relazionale ed emotivo delle parole. Dare un nome semplice ai sentimenti che il paziente comunica è essenziale: significa restituirgli un vocabolario affettivo di cui può essere stato privato, e questo aiuta a ridurre le differenze generazionali, culturali e sociali.
Le strade possibili
Con le parole si costruiscono storie, e le storie nascono da un gioco infinito di incastri che apre una serie di mondi possibili. Un po’ come in certi film in cui, da un piccolo bivio iniziale (un gesto fatto o non fatto in una mattina qualsiasi) si diramano finali completamente diversi, tutti ugualmente plausibili. Anche nella stanza di terapia scegliere di seguire una strada e sviluppare una determinata storia significa operare continue scelte tra le tante possibili, privilegiandone una e legandola ad altri eventi. Non esiste l’ingresso “giusto”: ci sono molte porte, e il lavoro consiste nel cercare a quali punti è connessa quella dalla quale si è entrati.
La posizione del terapeuta: simmetria o asimmetria
Capire il dolore degli altri richiede la disponibilità a toccare il proprio. Per questo il terapeuta deve avere curiosità, rispetto e umiltà: di fronte a una famiglia non può pretendere di sapere già tutto, né di “guarirla”. Il suo ruolo è piuttosto quello di catalizzatore, che aiuta a ripristinare processi di crescita interrotti, e la famiglia stessa, se il terapeuta sa ascoltare, gli indica ciò di cui ha bisogno. Parte dell’apprendimento nasce anche dal riconoscere i propri errori e dal restare “aperti al nuovo”.
Questo atteggiamento, facile da descrivere ma difficile da realizzare, si scontra con il tema del potere. Nella richiesta di aiuto è spesso implicito il riconoscimento di un’autorità: quella di chi dovrebbe saper indicare la soluzione. Ne deriva un rapporto asimmetrico, in apparente contraddizione con la reciprocità che dovrebbe fondare la relazione terapeutica. Una via d’uscita è stata descritta da Whitaker con la “battaglia per la struttura” e la “battaglia per l’iniziativa”: la prima riguarda le manovre con cui il terapeuta definisce il setting (durata delle sedute, presenza dei componenti della famiglia); la seconda consiste nel lasciare che sia la famiglia a prendere l’iniziativa sui temi da affrontare. In sintesi: il setting è l’area di potere del terapeuta, i contenuti restano quella della famiglia.
Domande frequenti
Perché il primo incontro è così importante?
Perché è lì che la relazione comincia a costruirsi. Il terapeuta deve “entrare nel sistema”, ascoltare con rispetto e comprendere la storia della persona o della famiglia prima di muoversi, così da offrire aiuto senza giudicare né colpevolizzare. La fiducia iniziale è la base di tutto il percorso.
Cos’è il “terzo pianeta” di Andolfi?
È il sistema terapeutico: il terreno neutrale che nasce dall’incontro tra il “pianeta” della famiglia e quello del terapeuta. In questo spazio comune le due parti smettono di essere entità separate e costruiscono insieme una nuova narrazione degli eventi, cercando significati diversi.
Perché conta tanto il linguaggio in terapia?
Perché le parole non sono neutre: ognuno sceglie un termine preciso, legato alla propria storia. Il terapeuta deve parlare il linguaggio del paziente, non quello tecnico che crea distanza, e aiutarlo a dare un nome semplice alle emozioni, restituendogli un vocabolario affettivo.
La relazione terapeutica è simmetrica o asimmetrica?
Contiene entrambe le dimensioni. È in parte asimmetrica, perché al terapeuta si riconosce il potere di indicare una strada; ma dovrebbe fondarsi sulla reciprocità. Whitaker propone un equilibrio: il setting è area del terapeuta, i contenuti della seduta restano della famiglia.
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