Psicologia Clinica e Psicopatologia

L'Allenatore come Guida del Gruppo

Descrivere l’allenatore come un padre è una metafora diffusa e comoda. È anche quella che rende più difficile riconoscere gli abusi quando accadono, e vale la pena capire perché. Articolo divulgativo. Per segnalazioni riguardanti minori: Telefono Azzurro 19696; per situazioni di violenza, 1522. Cosa dice la ricerca sulla leadership Il modello con più studi in […]

Psicolab — L'Allenatore come Guida del Gruppo
Descrivere l’allenatore come un padre è una metafora diffusa e comoda. È anche quella che rende più difficile riconoscere gli abusi quando accadono, e vale la pena capire perché.
Articolo divulgativo. Per segnalazioni riguardanti minori: Telefono Azzurro 19696; per situazioni di violenza, 1522.

Cosa dice la ricerca sulla leadership

Il modello con più studi in ambito sportivo e organizzativo distingue alcune componenti misurabili.

La visione condivisa: rendere esplicito dove si sta andando e perché.

La considerazione individuale: riconoscere che ciascuno ha esigenze, tempi e motivazioni diverse.

La stimolazione: chiedere di mettere in discussione ciò che si dà per scontato, invece di eseguire.

L’esempio: la coerenza fra ciò che si chiede e ciò che si fa, che è la componente con il peso maggiore sulla fiducia.

Questi elementi sono associati a maggiore coesione, migliore benessere e (con effetti più modesti) a prestazioni superiori.

Cosa non funziona

Lo stile basato su pressione, ricompense condizionate, colpa e minaccia di esclusione produce adesione immediata e, nel tempo, meno persistenza, più ansia e più abbandono.

È un risultato consistente e vale la pena ripeterlo perché la pratica diffusa continua a considerarlo efficace: funziona nel breve e costa nel medio.

Il problema della metafora paterna

L’analogia con la famiglia coglie qualcosa di reale (l’asimmetria, la dipendenza, l’investimento affettivo) e produce tre effetti problematici.

Il primo: rende illegittimo il disaccordo. In una relazione descritta come familiare, obiettare diventa ingratitudine.

Il secondo: giustifica lo sconfinamento. Se il rapporto è familiare, l’ingerenza su scelte private, orari, relazioni e alimentazione appare naturale anziché essere valutata per quello che è.

Il terzo, il più grave: rende difficile riconoscere l’abuso. Le ricerche sugli abusi in ambito sportivo (psicologici, fisici e sessuali) descrivono con costanza una fase di avvicinamento in cui la figura adulta diventa un riferimento affettivo esclusivo, spesso con il consenso e la gratitudine delle famiglie.

La metafora paterna non è la causa, ma fornisce il vocabolario che rende quel processo invisibile mentre accade.

Cosa protegge

Le indicazioni sviluppate dalle organizzazioni sportive sono concrete e riguardano la struttura, non le persone.

Evitare le situazioni a due non osservabili, in particolare con minori: spogliatoi, trasferte, contatti privati.

Regole esplicite sui contatti digitali, che passino da canali visibili anche ai genitori.

Una figura di riferimento per le segnalazioni, distinta dalla catena tecnica, perché segnalare a chi decide le convocazioni non è una possibilità reale.

E la formazione di chi allena sul riconoscimento dei segnali, che è la misura con la copertura più ampia.

In Italia la normativa recente ha introdotto per le società sportive l’obbligo di adottare modelli di prevenzione e di individuare un responsabile in materia di tutela dei minori.

La relazione che funziona

Ridimensionata la metafora, resta un modello utilizzabile e con supporto empirico.

La qualità della relazione fra chi allena e chi è allenato è descritta attraverso tre elementi misurabili: vicinanza, fiducia e rispetto reciproci; impegno, intenzione di mantenere il rapporto nel tempo; complementarità, comportamenti che si integrano anziché confliggere.

È una descrizione professionale, non familiare, e ha un vantaggio: definisce cosa ci si può attendere e cosa no.

Il criterio che ne discende è verificabile: una relazione professionale è tale quando può finire senza che questo sia un tradimento, e quando chi ne fa parte può esprimere disaccordo senza temere conseguenze sulla propria carriera.

Domande frequenti

Cosa caratterizza una leadership efficace?

Visione condivisa, considerazione individuale, stimolazione a mettere in discussione e soprattutto coerenza fra ciò che si chiede e ciò che si fa.

Lo stile autoritario funziona?

Produce adesione immediata e, nel tempo, meno persistenza, più ansia e più abbandono. Funziona nel breve e costa nel medio.

Perché la metafora paterna è problematica?

Rende illegittimo il disaccordo, giustifica l’ingerenza su ambiti privati e fornisce il vocabolario che rende invisibile la fase di avvicinamento descritta nei casi di abuso.

Cosa protegge i giovani atleti?

Misure strutturali: evitare situazioni a due non osservabili, regole sui contatti digitali, una figura per le segnalazioni distinta dalla catena tecnica e formazione di chi allena.

La leadership che funziona è descrivibile in componenti misurabili, e la coerenza fra ciò che si chiede e ciò che si fa pesa più del carisma. Va invece abbandonata la metafora paterna: rende il disaccordo ingrato, normalizza l’ingerenza e fornisce il linguaggio che rende invisibile la fase di avvicinamento descritta negli abusi. Ciò che protegge è strutturale, non caratteriale. E un criterio verificabile distingue una relazione professionale: può finire senza che sia un tradimento.
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