Psicoterapia e Psicoanalisi

L’Accesso dei Bambini al Trattamento Psicologico: il Ruolo dei Genitori

Nessun genitore esiterebbe a portare il figlio dall’ortopedico per un problema fisico. Eppure, di fronte a un disagio psicologico, molti bambini restano senza le cure di cui avrebbero bisogno: spesso per diffidenza, timori o preconcetti degli adulti. Riconoscere che la salute mentale è un diritto del bambino, e che i genitori sono una risorsa preziosa, […]

Psicolab — L’Accesso dei Bambini al Trattamento Psicologico: il Ruolo dei Genitori
Nessun genitore esiterebbe a portare il figlio dall’ortopedico per un problema fisico. Eppure, di fronte a un disagio psicologico, molti bambini restano senza le cure di cui avrebbero bisogno: spesso per diffidenza, timori o preconcetti degli adulti. Riconoscere che la salute mentale è un diritto del bambino, e che i genitori sono una risorsa preziosa, è il primo passo per cambiare le cose.

Quando i preconcetti fermano le cure

Capita che bambini con difficoltà relazionali o in condizioni di disagio psicologico non ricevano i trattamenti opportuni (disponibili ed efficaci) perché i genitori “non credono nella psicologia” o temono che il figlio venga in qualche modo “cambiato”. Sono, spesso, genitori sicuramente amorevoli, ma altrettanto disinformati riguardo ai problemi dei figli e alle possibili soluzioni.

Alla radice c’è una diffidenza antica verso la sfera psicologica, ancora troppo associata all’idea di “follia”, che suscita timori e meccanismi di difesa tendenti a negare l’esistenza del problema. Così, mentre nessun buon genitore ignorerebbe un piede storto, molti sottovalutano un disagio psicologico che non solo “non passa da solo”, ma rischia di cronicizzare se non trattato. Promuovere una nuova cultura della salute mentale è quindi una responsabilità di tutta la società.

Che cos’è il disagio mentale in età evolutiva

La salute psichica può essere definita come la condizione che consente al bambino di sviluppare le proprie potenzialità, crescendo in una relazione sufficientemente buona e in un ambiente idoneo. La parola “condizione psicofisica” è importante: l’individuo è un’unità psico-somatica in cui mente e corpo sono in collegamento inscindibile. Salute fisica e mentale, soprattutto nei primi anni, sono strettamente interdipendenti.

Tutti i bambini fisicamente sani nascono con gli stessi “talenti”: lo sviluppo di queste potenzialità dipende in gran parte dall’ambiente in cui crescono. Occuparsi di salute mentale in età evolutiva significa quindi rendere quell’ambiente il più possibile idoneo. Il disagio si manifesta attraverso sintomi che variano con l’età:

  • più il bambino è piccolo, più i sintomi hanno manifestazione somatica (il corpo);
  • crescendo, coinvolgono sempre più la sfera del pensiero.

Tra i segnali più frequenti: ansie e paure, disturbi del sonno o dell’alimentazione, difficoltà di apprendimento, condotte aggressive, oltre a disturbi psicosomatici in cui la componente psichica è preponderante. Troppo spesso, però, questi segnali vengono ignorati a meno che non si colleghino a una malattia fisica.

Come contrastare il disagio: la prevenzione precoce

Il primo passo è la prevenzione e il rilevamento precoce. Poiché i bambini segnalano spontaneamente il proprio disagio, non servono screening a tappeto: è invece prezioso un lavoro integrato sugli indicatori di rischio, che possono essere colti da pediatri, operatori sociali e sanitari, insegnanti e genitori, ciascuno nel proprio ruolo.

Riconoscere presto i primi segni permette di intervenire prima che il problema si aggravi. Gli obiettivi del trattamento sono chiari:

  • impedire che il disturbo si strutturi e diventi più grave (i disturbi rilevanti non regrediscono spontaneamente);
  • aiutare i genitori a comprendere le cause delle difficoltà dei figli, al di fuori dei sensi di colpa;
  • modificare le patologie più strutturate e riabilitare competenze perdute (come le difficoltà scolastiche o i blocchi nella socializzazione);
  • rafforzare l’identità e l’autostima del minore.

Le indagini epidemiologiche indicano che una quota significativa di minori presenta disturbi che richiederebbero una valutazione, ma che solo una parte accede alle cure. La consultazione psicologica, va ribadito, è un diritto del bambino, del tutto analogo a qualsiasi altra visita medica.

I genitori: da “colpevoli” a risorsa

Un cambiamento culturale decisivo riguarda il ruolo dei genitori. Va detto con onestà: in passato una certa corrente di pensiero attribuiva sbrigativamente alla famiglia (e in primo luogo alla madre) la responsabilità di ogni disturbo dei figli. Si pensi alle ormai superate teorie sulle “madri” ritenute causa di gravi patologie dei figli.

L’evoluzione scientifica degli ultimi decenni ha portato a modelli molto più realistici. L’ambiente resta importantissimo nella genesi del benessere o del disagio, ma oggi l’obiettivo è ricercare e potenziare le risorse della famiglia, e fornire sostegno dove necessario, anziché attribuire colpe che disgregano ulteriormente il nucleo familiare. È fondamentale, quindi, entrare in comunicazione con i genitori, aiutandoli ad assumersi le proprie responsabilità senza timori né sensi di colpa per errori inevitabili, e indirizzandoli verso i professionisti giusti.

La psico-educazione come strada maestra

Questo può avvenire attraverso percorsi di psico-educazione: un modo per rendere le famiglie capaci di gestire in autonomia crescente i problemi, rafforzando le loro abilità nel rapporto con i figli. Aumentare le competenze comunicative ed educative dei genitori significa lavorare direttamente a favore del benessere dei bambini, a patto di: superare gli interventi estemporanei per produrre cambiamenti stabili; integrarsi con gli altri progetti evitando frammentarietà; e coinvolgere i genitori nella progettazione, non trattandoli come meri destinatari.

Chiedere aiuto è un atto di forza

Dopo anni in cui i genitori venivano considerati la causa diretta dei disturbi dei figli ed esclusi dai percorsi terapeutici, oggi sono a pieno titolo una risorsa, integrati nei processi di cura come attori consapevoli del cambiamento. Ma per arrivare a questo occorre che riescano, prima di tutto, a entrare in contatto con il disagio del figlio senza sentirsi in colpa e senza nascondere la testa sotto la sabbia per non affrontare presunti fallimenti.

Fare il genitore è, per antonomasia, il mestiere più difficile del mondo: non esistono scuole né tirocini, eppure è la chiave di volta del benessere individuale. La lezione più preziosa è semplice: non lasciamo che l’amore per i figli accechi la nostra lucidità. Se ci accorgiamo di problemi che, in un tempo ragionevole, non passano ma anzi si aggravano, chiediamo aiuto. Non è un segno di debolezza, ma la nostra forza di guardare la realtà in faccia, senza paura, per il bene dei nostri figli.

Domande frequenti

Perché alcuni bambini non ricevono le cure psicologiche di cui avrebbero bisogno?

Spesso per diffidenza o preconcetti dei genitori, che “non credono nella psicologia” o temono che il figlio venga cambiato. Alla base c’è l’associazione ancora diffusa tra sfera psicologica e “follia”, che porta a negare il problema. Ma il disagio non trattato tende a cronicizzarsi.

Come si manifesta il disagio psicologico nei bambini?

Con sintomi che variano secondo l’età: nei più piccoli prevalgono le manifestazioni somatiche (il corpo), mentre crescendo coinvolgono la sfera del pensiero. Tra i segnali frequenti: ansie e paure, disturbi del sonno o dell’alimentazione, difficoltà di apprendimento, condotte aggressive e disturbi psicosomatici.

Qual è oggi il ruolo dei genitori nella cura?

Da presunti “colpevoli” del passato, i genitori sono oggi considerati una risorsa fondamentale, integrati nei percorsi terapeutici come attori consapevoli del cambiamento. L’approccio moderno potenzia le risorse della famiglia e la sostiene, anziché attribuire colpe.

Chiedere aiuto significa aver fallito come genitore?

No, al contrario. La consultazione psicologica è un diritto del bambino, come qualsiasi visita medica. Riconoscere un problema che non passa e chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di forza: la capacità di guardare la realtà in faccia per il bene del figlio.

Nessun genitore ignorerebbe un problema fisico del figlio, eppure molti bambini restano senza cure psicologiche per diffidenza e preconcetti degli adulti, legati all’associazione tra psicologia e “follia”. Ma il disagio non trattato tende a cronicizzarsi. La salute psichica è un diritto del bambino: mente e corpo sono un’unità, e i sintomi variano con l’età, da somatici a mentali. La strada è la prevenzione e il rilevamento precoce, con il coinvolgimento di pediatri, insegnanti e genitori. Il cambiamento culturale più importante riguarda proprio i genitori: da presunti “colpevoli” del passato a risorsa preziosa, integrati nella cura attraverso la psico-educazione. Chiedere aiuto quando un problema si aggrava non è debolezza, ma forza.
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