I significati del termine “psicosomatico”
Il vocabolo psicosomatico fu coniato nel 1818 dal medico e psicologo Johann Christian Heinroth, che aspirava a riunire in un unico pensiero la dualità mente-corpo. Pochi anni dopo, il medico Jacobi propose il termine somato-psichico, per sottolineare l’influenza delle esperienze corporee sull’unità psichica. In entrambi i casi si avvertiva l’esigenza di riunire in un’unica essenza psiche e soma, per secoli considerati separati. Col tempo la parola è stata usata nei contesti più disparati, diventando veicolo di concetti come “stress” o “qualità della vita”, spesso impiegati in modo superficiale.
Un tempo si parlava di psicosomatica solo per le malattie organiche dalla causa oscura, per le quali si ipotizzava una “genesi psicologica”. Oggi è largamente condivisa l’idea di psicosomatica come scienza che mette in relazione mente e corpo, occupandosi di rilevare e comprendere l’influenza che l’emozione esercita sul corpo. Corpo e mente non sono più due componenti separate, ma due parti in continua influenza reciproca di un tutt’uno: l’uomo nella sua unità somato-psichica. Non a caso il vecchio concetto di malattia come “effetto di una causa” è stato sostituito da una visione multifattoriale, in cui ogni evento nasce dall’intreccio di molti fattori, tra cui quello psicologico ha un peso crescente.
Sintomi e malattie psicosomatiche
Occorre distinguere. I sintomi psicosomatici, pur non traducendosi in vere malattie, si esprimono attraverso il corpo: coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o stress. Le vere e proprie malattie psicosomatiche, invece, sono quelle a cui si riconosce una genesi in buona parte psicologica e in cui si realizza uno stato di malattia d’organo con segni indiscutibili di lesione.
Le malattie storicamente interpretate come psicosomatiche sono l’ipertensione arteriosa, l’asma bronchiale, la colite ulcerosa, l’ulcera gastro-duodenale e l’eczema. Negli anni l’elenco si è ampliato fino a comprendere i disturbi alimentari (anoressia, bulimia, obesità), numerosi disturbi gastrointestinali (gastrite cronica, colon irritabile, stipsi, nausea), cardiovascolari (aritmie, tachicardia, cefalea emicranica, nevrosi cardiaca), cutanei (psoriasi, rossore da emozione, acne, orticaria), muscolo-scheletrici, genitourinari ed endocrini (disturbi della tiroide, diabete). È bene ricordare che si tratta di modelli interpretativi, e che ogni classificazione resta approssimativa.
La prospettiva sistemica
Per comprendere a fondo la psicosomatica è utile richiamare l’approccio sistemico, sviluppatosi dalla metà degli anni Cinquanta con studiosi come Bateson, Watzlawick e Jackson. In quegli anni il modello meccanicistico di causalità lineare fu superato da quello di causalità circolare. Nel modello lineare, causa ed effetto sono in rapporto diretto: un agente estraneo (virus o batterio) penetra nel corpo e provoca la malattia, che si cura eliminando la causa. Questa logica ha permesso alla medicina di progredire, ma ha anche portato a un’eccessiva semplificazione, trascurando gli aspetti emotivi e relazionali.
La visione multifattoriale considera invece molte concause per un unico evento, ma rischia di scomporre il problema in una scissione di cause e concause. Il passo decisivo è arrivato con le teorie sistemiche e cibernetiche, che condividono una visione circolare della causalità. Secondo Ludwig von Bertalanffy, autore della Teoria Generale dei Sistemi, un sistema è una totalità organizzata e finalizzata, che tende all’omeostasi e alla ricerca di un nuovo equilibrio. In questa prospettiva ogni elemento influenza gli altri ed è a sua volta influenzato: la causalità non appartiene ai singoli componenti, ma è insita nella relazione. Non interessa più risalire a una catena di cause ed effetti, ma studiare l’organizzazione e l’equilibrio del sistema. A questo si lega il concetto di retroazione o feedback: un evento non solo genera altri eventi, ma è anche regolato da essi in modo retroattivo, positivo o negativo.
I conflitti psicologici e l’alessitimia
Secondo alcune scuole di pensiero, il disagio psicosomatico nasce da conflitti ideo-affettivi profondi, a volte remoti: la malattia sarebbe la “somatizzazione” di conflitti non risolti, che si manifesta sotto la pressione di un evento-stimolo (una frustrazione, un dolore affettivo, le pressioni ambientali). Il sintomo si spiegherebbe con una regressione a forme di espressione tipiche di fasi precoci dello sviluppo: come il bambino in età preverbale manifesta le emozioni solo attraverso il corpo (piange se affamato, sorride se appagato), così la somatizzazione riproporrebbe questo stadio, mentre la nevrosi riproporrebbe lo stadio verbale successivo.
Nella persona che somatizza, ansia ed emozioni troppo dolorose trovano una via di scarico immediata nel corpo. In genere questo individuo mostra un buon adattamento alla realtà, con un pensiero ricco di fatti ma povero di emozioni: è la cosiddetta alessitimia, la difficoltà ad accedere al proprio vissuto emotivo. Può così non percepire rabbia, frustrazione o stress, e non immaginare alcuna connessione tra la propria “ulcera” e le emozioni legate, per esempio, al lavoro. Determinante è anche l’ambiente: contesti ansiogeni, aggressivi o repressivi creano lo stress continuo che alimenta la problematica fino a farla esplodere nel corpo. La somatizzazione, secondo questo modello, si struttura in quattro fasi: disagio psicologico, blocco funzionale, alterazione cellulare e infine lesione anatomica. A volte il sintomo esprime in forma simbolica il disturbo: l’astenia può simboleggiare le energie assorbite da un conflitto, il vomito il rifiuto di una situazione inaccettabile, il prurito un’autoaggressività da senso di colpa.
Le grandi teorie: Dunbar e Alexander
La specificità rispetto alla personalità
Negli anni Quaranta, Helen Flanders Dunbar sostenne una specificità della malattia rispetto alla personalità. Analizzando una vasta mole di interviste, affermò di aver individuato correlazioni significative tra malattie e profili caratteriali: tutti i pazienti ipertesi, per esempio, avrebbero avuto tratti simili. Esisterebbe cioè una sorta di cliché per ogni malattia psicosomatica: il sofferente di coronarie sarebbe una persona combattiva, con grande autocontrollo e tesa al successo; il malato di ulcera un tipo iperattivo e intraprendente. Le sue teorie furono criticate, dai psicoanalisti per superficialità (valutavano solo il comportamento esteriore, non l’inconscio) e dagli psicofisiologi perché non spiegavano come i tratti dessero origine al disturbo. Ebbero però larga diffusione, riconoscibile poi nelle teorie di Friedman e Rosenman sui tipi di personalità e nelle opere di Bahnson sul rapporto tra personalità e cancro.
La specificità rispetto alle emozioni
Franz Alexander riteneva invece che le correlazioni di Dunbar avessero solo valore statistico, mentre era dimostrabile una precisa corrispondenza tra costellazioni emotive e funzioni vegetative. Le ricerche di Cannon e Hess avevano delineato due categorie di emozione: la preparazione alla lotta o alla fuga in emergenza, e il piacere e l’acquiescenza, corrispondenti all’attivazione del sistema nervoso simpatico e di quello parasimpatico. I disturbi psicosomatici, che Alexander chiamava “nevrosi vegetative”, sarebbero l’effetto della cronicizzazione di una di queste attivazioni, dovuta a un conflitto che impedisce lo scarico delle emozioni nell’azione. Così, la repressione di impulsi ostili manterrebbe l’attivazione simpatica alla base di alcune sindromi cardiache, dell’ipertensione, dell’emicrania; il blocco delle emozioni legate alle attività riparative del parasimpatico sarebbe invece all’origine di disturbi gastroenterici, asma e affaticamento cronico, come esito di una “ritirata” dall’azione.
Anche il modello di Alexander presentava debolezze. Molti dei disturbi che descriveva (emicrania, ipertensione, colite, asma) erano in realtà sindromi eterogenee, non entità univoche, il che indebolisce l’idea stessa di una specificità dei legami tra conflitto e organo. Inoltre Alexander riteneva che i blocchi emotivi innescassero la malattia solo in presenza di una vulnerabilità costituzionale d’organo e di una situazione scatenante, aderendo così a una concezione multifattoriale che finiva per contraddire l’idea forte di specificità. Ed è proprio questo il paradosso di fondo: in un modello multicausale la specificità del conflitto si diluisce tra le molte cause, rischiando di annullare l’identità stessa della medicina psicosomatica, tradizionalmente fondata sull’idea di malattie prodotte da cause psicologiche.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra sintomo e malattia psicosomatica?
Il sintomo psicosomatico è una risposta corporea al disagio o allo stress, che coinvolge il sistema nervoso autonomo senza diventare una vera malattia. La malattia psicosomatica è invece uno stato di malattia d’organo, con lesioni indiscutibili, a cui si riconosce una genesi in buona parte psicologica.
Cos’è l’alessitimia?
È la difficoltà ad accedere al proprio vissuto emotivo e a riconoscere le proprie emozioni. Chi somatizza spesso ha un pensiero ricco di fatti ma povero di emozioni, e non collega il proprio disturbo fisico ai vissuti emotivi che lo accompagnano.
Cosa significa causalità circolare nella psicosomatica?
È il principio, di matrice sistemica, per cui gli elementi di un sistema si influenzano a vicenda senza che uno sia la sola causa. Non si cerca una catena lineare causa-effetto, ma l’equilibrio del sistema: nella malattia, i fattori che interagendo generano sofferenza.
Le teorie di Dunbar e Alexander sono ancora valide?
Sono contributi storici fondamentali, ma con limiti riconosciuti. Dunbar collegava malattie a profili di personalità in modo troppo esteriore; Alexander a specifici conflitti emotivi, ma i disturbi che descriveva erano sindromi eterogenee. Entrambe hanno però influenzato profondamente la psicosomatica successiva.
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