Quando entra in gioco la valutazione
Gli psicologi, gli psichiatri e i neuropsichiatri infantili che operano come consulenti dei Tribunali vengono spesso chiamati a valutare le competenze genitoriali delle parti, soprattutto nelle cause di separazione e divorzio, per l’affidamento dei figli minori.
La normativa italiana ha stabilito come regola il principio della bigenitorialità: il diritto del figlio a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. Quando però i coniugi non trovano un accordo, non di rado finiscono per screditarsi a vicenda, chiedendo ciascuno l’affidamento esclusivo. Spetta allora al giudice stabilire se e quanto ciascun genitore sia capace di essere un “buon” genitore, per disporre eventualmente un affidamento diverso da quello “condiviso” previsto come regola. Il parere del consulente diventa parte della conoscenza del caso su cui il giudice fonderà la decisione.
Una diagnosi complessa e multidisciplinare
La “valutazione della genitorialità” è una complessa attività di diagnosi, che integra i contributi della psicologia clinica e dello sviluppo, della neuropsichiatria infantile, della psicologia della famiglia, sociale e giuridica, e della psichiatria forense. Riguarda due versanti: genitori e bambino, e soprattutto la loro relazione.
Un punto fondamentale: la capacità genitoriale non è riducibile alle sole qualità personali del singolo genitore. Come sottolinea la letteratura, comprende anche un’adeguata competenza relazionale e sociale. E l’idoneità genitoriale si definisce a partire dai bisogni reali dei figli: è in base a questi che il genitore attiva le proprie qualità per garantire lo sviluppo psichico, affettivo, sociale e fisico del bambino.
Le dimensioni del “parenting”
Il parenting viene descritto come una competenza articolata su più livelli:
- la cura delle esigenze primarie, fisiche e alimentari;
- l’organizzazione del mondo fisico del bambino;
- il coinvolgimento del bambino negli scambi interpersonali ed emotivi;
- le strategie per stimolarlo a comprendere il proprio ambiente.
Altri studi individuano le componenti di uno stile genitoriale “responsivo”: la capacità di rispondere alle richieste, di mantenere un’attenzione focalizzata, la ricchezza del linguaggio e il calore affettivo. Meta-analisi della letteratura hanno inoltre riconosciuto diverse funzioni genitoriali (protettiva, affettiva, regolativa, normativa, predittiva, significante, comunicativa) che descrivono la ricchezza del ruolo.
Le condizioni di pregiudizio per il minore
Particolarmente importante è la ricerca di criteri scientifici per valutare se le condizioni familiari mettano a rischio lo sviluppo del minore, configurando cioè una situazione di pregiudizio. In letteratura questi criteri sono collegati a situazioni gravi come il maltrattamento fisico o psicologico, la trascuratezza, l’abuso, il rapporto tra psicopatologia e violenza subita, le dipendenze dei genitori e la violenza assistita in famiglia.
Un modello di riferimento (process-oriented) valorizza l’interazione tra più livelli: i fattori individuali (biologici, genetici, psicologici), quelli familiari e sociali (coppia, bambino, amici, lavoro, famiglia estesa) e quelli ambientali (condizioni economiche, servizi e risorse della comunità). È l’intreccio di questi elementi a influenzare il funzionamento genitoriale, non un singolo fattore isolato.
I criteri in caso di separazione
Nella separazione, il compito non è solo valutare le capacità potenziali di ciascun genitore, ma accertare in concreto la capacità di assolvere i compiti verso quel bambino nelle nuove condizioni di vita determinate dalla rottura della coppia, e di contribuire al progetto di affidamento condiviso (collocamento, tempi, modalità, mantenimento).
Tra i criteri prioritari proposti dalla letteratura:
- l’“accesso” all’altro genitore: la disponibilità a cooperare e a permettere all’altro di partecipare alla crescita dei figli;
- la qualità della relazione di attaccamento, secondo il concetto di “genitore psicologico”;
- l’attenzione ai bisogni reali dei figli;
- la funzione riflessiva: la capacità di riflettere sugli stati mentali dei figli e sulle loro esigenze evolutive.
Strumenti e metodi
Per rendere la valutazione rigorosa esistono diversi strumenti. Tra i più noti a livello internazionale figurano metodi di osservazione delle interazioni familiari (come il Lausanne Trilogue Play) e questionari standardizzati che analizzano il funzionamento familiare da più prospettive: quella del figlio, dei genitori, della coppia e dell’intero sistema famiglia.
In ambito italiano è stato messo a punto uno strumento che sottopone al genitore una serie di domande esplorando tre grandi aree di funzionamento:
- Supporto sociale e capacità organizzativa: la capacità di promuovere lo sviluppo, la socializzazione e l’adattamento del figlio all’ambiente esterno, seguirlo negli apprendimenti, trasmettere valori, dare regole, collaborare con la scuola, proteggerlo dai pericoli.
- Protezione: la capacità di tutelare il bambino in famiglia, a scuola e nel sociale, esercitare un controllo adeguato, rispettarne l’intimità e la sfera corporea, collaborare con l’altro genitore ed evitare che il figlio sia esposto o coinvolto in conflitti e violenze familiari.
- Calore ed empatia: la capacità di riconoscere i bisogni emotivi del figlio, incoraggiarlo nelle difficoltà, ascoltarlo, accogliere le sue richieste, trasmettere affetto, evitando punizioni severe od offese.
Uno strumento del genere può essere applicato in diverse situazioni: condizioni di pregiudizio per la salute del minore, casi di abbandono e decisioni sull’adozione, e valutazioni sui criteri di affidamento in caso di separazione.
Le osservazioni complementari
La valutazione non si esaurisce lì: va integrata con due osservazioni. La prima riguarda il funzionamento psicologico e relazionale del genitore: le capacità riflessive, l’eventuale presenza di patologie, il livello di collaborazione e coesione nella coppia genitoriale. La seconda riguarda il funzionamento del figlio: la qualità del suo equilibrio psicologico, il tipo di attaccamento e i suoi desideri riguardo alla propria collocazione.
Emerge così un principio che dà senso a tutto il processo: valutare le capacità genitoriali non significa “dare un voto” a un padre o a una madre, ma capire quale soluzione tuteli meglio il minore, con rigore scientifico e nel rispetto della dignità di tutti. Il bambino, non gli interessi degli adulti, resta sempre il punto di riferimento.
Domande frequenti
Cos’è la valutazione delle capacità genitoriali?
È una complessa attività diagnostica, condotta da professionisti nell’ambito di procedimenti giudiziari, che valuta le competenze di un genitore in relazione ai bisogni del figlio. Integra psicologia clinica, dello sviluppo, della famiglia, sociale e giuridica, e mette sempre al centro il benessere del minore.
La capacità genitoriale dipende solo dalle qualità del singolo genitore?
No. Comprende anche la competenza relazionale e sociale, e si definisce a partire dai bisogni reali del figlio. Un modello di riferimento considera l’interazione tra fattori individuali, familiari, sociali e ambientali: è il loro intreccio, non un singolo elemento, a influenzare il funzionamento genitoriale.
Quali criteri si usano in caso di separazione?
Tra i principali: l'”accesso” all’altro genitore (la disponibilità a cooperare), la qualità della relazione di attaccamento, l’attenzione ai bisogni reali dei figli e la funzione riflessiva, cioè la capacità di riflettere sugli stati mentali del bambino e sulle sue esigenze evolutive.
Quali aree esplorano gli strumenti di valutazione?
Uno strumento italiano esplora tre aree: supporto sociale e capacità organizzativa (promuovere sviluppo e socializzazione), protezione (tutelare il bambino ed evitarne l’esposizione a conflitti e violenze) e calore ed empatia (riconoscere i bisogni emotivi e fornire affetto e ascolto).
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