Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Sinestesia nella Scienza e nell´Arte

La sinestesia è un’involontaria unione dei sensi: un’informazione reale colta da un senso viene accompagnata da una percezione in un altro senso. Chi la sperimenta può vedere colori ascoltando la musica, associare una tonalità precisa a ogni lettera dell’alfabeto o percepire un sapore di fronte a una parola. Fenomeno che ha affascinato per secoli artisti, […]

Psicolab — La Sinestesia nella Scienza e nell´Arte
La sinestesia è un’involontaria unione dei sensi: un’informazione reale colta da un senso viene accompagnata da una percezione in un altro senso. Chi la sperimenta può vedere colori ascoltando la musica, associare una tonalità precisa a ogni lettera dell’alfabeto o percepire un sapore di fronte a una parola. Fenomeno che ha affascinato per secoli artisti, musicisti, poeti e scrittori, la sinestesia è oggi indagata con gli strumenti delle neuroscienze, che iniziano a spiegare perché alcuni cervelli intreccino la realtà in questo modo.

Cosa è la sinestesia

Il termine deriva dal greco e significa letteralmente “sentire insieme”. Nella sinestesia la stimolazione di una modalità sensoriale o cognitiva ne attiva automaticamente e involontariamente un’altra. La caratteristica decisiva è proprio l’automatismo: chi possiede questa forma di percezione non sceglie di associare un colore a un suono, semplicemente lo vede o lo sente, in modo stabile e coerente nel tempo. La stessa lettera, per una persona sinesteta, tenderà a evocare sempre lo stesso colore anche a distanza di anni.

Non si tratta di una malattia né di un disturbo. La maggior parte dei sinesteti vive la propria condizione come un tratto naturale e spesso piacevole, che arricchisce l’esperienza del mondo. Le stime più diffuse indicano che riguarda una quota minoritaria ma non trascurabile della popolazione, con una possibile componente familiare che suggerisce una base ereditaria.

Le radici storiche: da Aristotele in poi

L’idea che i sensi possano parlarsi tra loro è antichissima. Già Aristotele, nel De Anima, notava il parallelismo che si può riconoscere tra ciò che è acuto o grave per l’udito e ciò che è aguzzo o ottuso per il tatto: un modo per dire che il linguaggio con cui descriviamo un senso attinge spesso a un altro. Nella storia del pensiero, filosofi e naturalisti hanno più volte osservato come le qualità sensoriali sembrino richiamarsi a vicenda.

Per lungo tempo, però, i racconti dei sinesteti sono stati accolti con scetticismo, considerati frutto di immaginazione, metafora o suggestione. Solo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la sinestesia comincia a essere studiata in modo sistematico, per poi conoscere un nuovo e più solido interesse scientifico negli ultimi decenni, quando è diventato possibile misurarla in laboratorio e osservarne le tracce nel cervello.

Le forme più comuni di sinestesia

La sinestesia non è un fenomeno unico ma un insieme di varianti, che possono anche coesistere nella stessa persona. Alcune sono più frequenti di altre.

Sinestesia grafema-colore

È tra le forme più diffuse e studiate: lettere e numeri vengono percepiti come intrinsecamente colorati. La A può apparire rossa, il 5 verde, e così via, con associazioni personali ma sorprendentemente stabili nel tempo per ciascun individuo.

Cromestesia, o sinestesia suono-colore

In questo caso sono i suoni, e in particolare la musica, a evocare colori, forme o movimenti nello spazio visivo. Note, timbri e accordi assumono una veste cromatica che accompagna l’ascolto. È la variante che più spesso viene associata all’esperienza artistica e musicale.

Altre varianti

Esistono forme in cui le parole evocano sapori, in cui il tempo o i numeri vengono percepiti disposti in configurazioni spaziali precise, oppure in cui a persone e concetti si associano personalità o colori. La varietà è tale che ogni sinesteta descrive un mondo percettivo in parte unico.

La sinestesia nell’arte

Molto prima che la scienza la prendesse sul serio, la sinestesia ha ispirato la creatività. Numerosi artisti hanno cercato deliberatamente di far dialogare i sensi, e alcuni di loro sembrano aver realmente sperimentato percezioni sinestesiche.

Nella pittura, Vasilij Kandinskij concepiva il colore in termini quasi musicali e parlava della tela come di una partitura, convinto che forme e tinte potessero “suonare”. Nella musica, il compositore Aleksandr Skrjabin immaginava associazioni precise tra tonalità e colori e progettò addirittura di integrare proiezioni luminose alle sue esecuzioni. Olivier Messiaen dichiarava di percepire complessi di colori mentre concepiva i suoi accordi. In letteratura, Vladimir Nabokov ha descritto in modo celebre l’alfabeto colorato che accompagnava la sua percezione delle lettere, e la poesia simbolista, con testi come le vocali di Arthur Rimbaud, ha fatto della corrispondenza tra suoni e colori un principio estetico.

In tutti questi casi l’arte diventa un laboratorio della percezione multisensoriale: un modo per rendere condivisibile a tutti un’esperienza che, in forma spontanea, appartiene solo ad alcuni. Non a caso oggi l’idea di far convergere immagine, suono e movimento è al centro di molte esperienze multimediali e installazioni contemporanee.

Cosa dicono le neuroscienze

Le tecniche moderne di neuroimmagine hanno trasformato la sinestesia da curiosità aneddotica a oggetto di studio misurabile. L’ipotesi più accreditata è quella della cross-attivazione: nelle aree cerebrali dedicate a funzioni sensoriali vicine, per esempio quelle che elaborano le forme delle lettere e quelle che elaborano il colore, esisterebbe un grado di connessione più elevato del consueto. Quando una regione si attiva, “contagia” l’altra, generando la percezione aggiuntiva.

Studi con risonanza magnetica funzionale hanno mostrato che, nei sinesteti grafema-colore, la lettura di lettere in bianco e nero può attivare anche regioni cerebrali associate alla percezione cromatica. Più in generale, molti ricercatori descrivono la sinestesia come il risultato di una connettività cerebrale insolitamente ricca, forse legata a differenze nello sviluppo delle connessioni tra aree corticali. Restano aperte diverse domande, ma il quadro che emerge è quello di un cervello che, semplicemente, comunica al proprio interno in modo un po’ più intrecciato.

Sinestesia, creatività e percezione multisensoriale

Uno degli aspetti più discussi è il legame tra sinestesia e creatività. La condizione risulta più frequente tra artisti, musicisti e scrittori, e diversi studiosi hanno ipotizzato che la stessa tendenza del cervello a creare associazioni tra domini diversi possa favorire il pensiero metaforico e analogico, che è alla base di molta produzione artistica. Va detto, però, che sinestesia e talento non coincidono: si può essere sinesteti senza essere artisti, e viceversa.

Al di là dei casi conclamati, lo studio della sinestesia illumina un principio che riguarda tutti: la percezione umana non è divisa in canali stagni. Il cervello integra costantemente informazioni provenienti da sensi diversi, e persino chi non è sinesteta tende ad associare suoni acuti a forme appuntite e suoni ovattati a forme morbide. La sinestesia, in questo senso, è la versione più vivida ed esplicita di una qualità che appartiene alla mente di ognuno.

Domande frequenti

La sinestesia è una malattia?

No. È un tratto percettivo, non un disturbo. La maggior parte dei sinesteti vive la propria condizione come naturale e spesso arricchente, senza alcuna sofferenza o compromissione.

Quali sono le forme più comuni?

Tra le più diffuse ci sono la sinestesia grafema-colore, in cui lettere e numeri appaiono colorati, e la cromestesia, in cui i suoni evocano colori. Esistono molte altre varianti, comprese quelle che associano parole a sapori o numeri a posizioni nello spazio.

Perché tanti artisti sono sinesteti?

La sinestesia sembra più frequente tra chi si dedica ad attività creative, forse perché la stessa propensione del cervello a collegare domini diversi favorisce il pensiero metaforico e analogico. Sinestesia e talento restano però due cose distinte.

Cosa succede nel cervello di un sinesteta?

L’ipotesi più accreditata è quella della cross-attivazione: aree sensoriali vicine sono connesse in modo più stretto del consueto, così che l’attivazione di una coinvolge anche l’altra. Le neuroimmagini mostrano infatti attivazioni aggiuntive rispetto a chi non è sinesteta.

La sinestesia mostra in forma amplificata una verità che riguarda tutti: i sensi non lavorano isolati, ma dialogano di continuo. Da Aristotele agli artisti che l’hanno cercata, fino alle neuroimmagini che ne rivelano le basi, il fenomeno resta un ponte affascinante tra scienza e arte, e una finestra privilegiata sul modo in cui il cervello costruisce la nostra esperienza del mondo.
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