Psicoterapia e Psicoanalisi

La Schizofrenia: l’Ambiguità di una Diagnosi

La schizofrenia è una delle diagnosi più discusse (e fraintese) della psichiatria. Da oltre un secolo studiosi cercano di definirla, con risultati tutt’altro che definitivi. Capire perché questa diagnosi sia così “ambigua” aiuta anche a smontare i pregiudizi che la circondano, e a ricordare una verità importante: il decorso non è affatto uniforme, e per […]

Psicolab — La Schizofrenia: l’Ambiguità di una Diagnosi
La schizofrenia è una delle diagnosi più discusse (e fraintese) della psichiatria. Da oltre un secolo studiosi cercano di definirla, con risultati tutt’altro che definitivi. Capire perché questa diagnosi sia così “ambigua” aiuta anche a smontare i pregiudizi che la circondano, e a ricordare una verità importante: il decorso non è affatto uniforme, e per molte persone è possibile un esito favorevole.

Una premessa contro lo stigma

Poche condizioni sono avvolte da tanti pregiudizi quanto la schizofrenia. Prima di ogni cosa, è bene chiarirlo: si parla di persone con schizofrenia, non di “schizofrenici” definiti dalla loro diagnosi. E, come vedremo, non esiste un destino “segnato”: gli studi mostrano una grande varietà di percorsi ed esiti, molti dei quali positivi. Comprendere la complessità di questa diagnosi è anche un modo per guardare a chi ne è colpito con più rispetto e meno paura.

Un secolo di tentativi di definizione

La storia dei tentativi di definire la schizofrenia è, in gran parte, una storia di difficoltà. Alla fine dell’Ottocento, Emil Kraepelin raccolse sotto il nome di Dementia Praecox quadri psicotici molto diversi tra loro, uniti soprattutto da un esito ritenuto comune: una cronica “disgregazione” simil-demenziale. L’idea di “demenza” ha a lungo gettato un’ombra su questa diagnosi.

Eugen Bleuler (a cui si deve il termine “schizofrenia”) spostò l’accento sui meccanismi psicologici del disturbo, parlando di una sorta di “demenza affettiva” e non intellettiva. Un cambiamento importante, perché apriva alla possibilità di esiti anche reversibili. Da allora, la comprensione è molto progredita: oggi si tende a considerare la schizofrenia come legata ad anomalie di grandi sistemi cerebrali interconnessi, riconoscendone la natura multifattoriale.

Cosa sappiamo oggi

In sintesi, la ricerca contemporanea descrive la schizofrenia con alcuni tratti condivisi:

  • è una condizione diffusa;
  • nelle fasi precoci riguarda spesso i giovani;
  • è caratterizzata da sintomi multipli e diversificati;
  • è chiaramente legata al funzionamento del cervello, pur senza una localizzazione precisa;
  • ha componenti familiari e genetiche, ma con il concorso di fattori ambientali.

Sintomi “positivi” e “negativi”

Una distinzione utile è quella tra due tipi di sintomi:

  • i sintomi positivi: deliri, allucinazioni, disorganizzazione del pensiero e del comportamento. Il decorso tende a essere più acuto, con una prognosi relativamente migliore e una buona risposta ai farmaci;
  • i sintomi negativi: appiattimento affettivo, povertà del linguaggio, perdita di interesse e piacere, ritiro sociale, apatia, difficoltà di attenzione. Qui il decorso può essere più lento e complesso.

Nel tempo sono stati proposti anche altri concetti utili, come quello di “spettro schizofrenico” (che comprende forme diverse) e di continuum con i disturbi dell’umore, oltre a criteri diagnostici sempre più operativi per rendere la diagnosi affidabile e condivisa tra clinici diversi.

Perché la diagnosi è “ambigua”

Il cuore del problema è che l’idea di un decorso uniforme verso esiti uniformi (su cui si era costruita la diagnosi) è oggi smentita. Gli studi a lungo termine mostrano un quadro molto vario: semplificando, circa un quarto delle persone, dopo un primo ricovero, va incontro a una guarigione completa; un altro quarto a un decorso più difficile; e circa la metà a un percorso oscillante, con esiti spesso giudicati globalmente favorevoli.

Come è stato sintetizzato in modo efficace, non esiste un vero “decorso della schizofrenia”: ciò che così chiamiamo somiglia più a un processo di vita aperto a molte influenze che a una malattia dall’andamento prestabilito. Anche i criteri diagnostici influenzano i risultati: per esempio, richiedere che i sintomi durino almeno sei mesi tende a far “sovra-rappresentare” i casi a prognosi peggiore.

Il concetto di “autismo” schizofrenico

Attenzione a un punto che genera confusione: in questo ambito il termine “autismo” non indica il disturbo dello spettro autistico, ma un concetto introdotto da Bleuler per descrivere un particolare modo di essere della persona con schizofrenia. Si tratta di un “disturbato rapporto con la realtà”, caratterizzato da isolamento nelle relazioni, un pensiero non orientato alla realtà a cui si aderisce rigidamente, e una difficoltà di contatto affettivo con gli altri.

Questo “autismo” (sostengono alcuni) sarebbe l’elemento più profondo e specifico della schizofrenia, ciò che dà ai sintomi il loro carattere. Ma va colto soprattutto nella relazione, intuito empaticamente, e solo dopo confermato dai dati clinici. È un aspetto delicato e sfuggente, che ricorda quanto la comprensione di queste condizioni richieda attenzione alla persona, e non solo l’applicazione di criteri.

Non una “malattia originaria”, ma un percorso

Una prospettiva interessante è quella di pensare la schizofrenia non come una malattia già presente “in nuce” fin dall’inizio, che la diagnosi si limiterebbe a scoprire, ma come un particolare “percorso psicotico”: un’evoluzione che parte da fenomeni psicotici inizialmente aspecifici e può costruire, nel tempo, un modo di essere pienamente autistico nel senso descritto.

Le vie d’ingresso in questi percorsi sono le più diverse: evoluzioni lente, esordi acuti, forme con pochi sintomi. Su cosa renda possibile questa evoluzione, la ricerca ha proposto modelli importanti, come quello “diatesi-stress” o il paradigma della vulnerabilità, secondo cui il disturbo nasce dall’incontro tra una predisposizione personale ed esperienze intrapersonali o ambientali. Curiosamente, gli studi sui tratti precedenti non descrivono necessariamente persone chiuse e introverse, ma spesso giovani con difficoltà a mantenere relazioni reciproche soddisfacenti e una carenza nella capacità di contatto affettivo. Un’immagine che ribalta uno stereotipo: più che un “io ritirato dal mondo”, si parla a volte di un io “sopraffatto dal mondo”.

Una lezione di umiltà e rispetto

Tutto questo ci lascia una lezione preziosa. La schizofrenia resta una diagnosi complessa e in evoluzione, un “edificio” che gli stessi psichiatri riconoscono in parte instabile. Proprio per questo va affrontata con umiltà scientifica e, soprattutto, con attenzione alla singolarità di ogni persona e della sua storia di vita. Al di là dei dibattiti teorici, il messaggio più importante è che dietro ogni diagnosi c’è un individuo unico, con un percorso non predeterminato e, molto spesso, con reali possibilità di miglioramento. Per chi vive questa condizione o ha un familiare coinvolto, rivolgersi a servizi e professionisti specializzati è il primo, fondamentale passo.

Domande frequenti

Perché la diagnosi di schizofrenia è considerata “ambigua”?

Perché da oltre un secolo è difficile definirla in modo univoco. L’idea di un decorso uniforme è smentita: gli studi mostrano percorsi molto diversi. La diagnosi mescola criteri e tradizioni differenti, e la sua stessa essenza mette alla prova i tentativi di definizione operativa.

Qual è la differenza tra sintomi positivi e negativi?

I sintomi positivi sono deliri, allucinazioni e disorganizzazione del pensiero, con decorso più acuto e buona risposta ai farmaci. I sintomi negativi sono appiattimento affettivo, ritiro sociale, apatia e povertà del linguaggio, con un quadro più lento e complesso.

Il “decorso” della schizofrenia è sempre negativo?

No. Gli studi a lungo termine mostrano grande varietà: circa un quarto delle persone guarisce completamente, molte hanno percorsi oscillanti con esiti spesso favorevoli. Non esiste un destino segnato: è più un processo di vita aperto a molte influenze che una malattia dall’andamento fisso.

L'”autismo” della schizofrenia è lo stesso dello spettro autistico?

No, sono cose diverse. In questo ambito “autismo” è un concetto introdotto da Bleuler per indicare un particolare disturbato rapporto con la realtà nella persona con schizofrenia, non il disturbo dello spettro autistico. È un termine tecnico che può facilmente generare confusione.

La schizofrenia è una delle diagnosi più discusse della psichiatria, definita con difficoltà da oltre un secolo, da Kraepelin a Bleuler. È bene parlare di “persone con schizofrenia” e ricordare che non esiste un destino segnato: gli studi mostrano percorsi molto diversi, molti con esiti favorevoli. Si distinguono sintomi positivi (deliri, allucinazioni) e negativi (ritiro, apatia). La diagnosi è “ambigua” perché l’idea di un decorso uniforme è smentita: si tratta più di un processo di vita aperto a molte influenze. Alcuni la leggono come un “percorso psicotico” nato dall’incontro tra vulnerabilità e ambiente. La lezione è di umiltà e rispetto: dietro ogni diagnosi c’è una persona unica, con possibilità reali di miglioramento, e i servizi specializzati sono il primo passo.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *