Cosa la ricerca ha stabilito
Il primo risultato è quello che ribalta l’immagine comune.
La resilienza non è eccezionale: gli studi longitudinali su popolazioni esposte ad avversità mostrano che il mantenimento di un funzionamento stabile è la traiettoria più frequente. Non è la prestazione di pochi, è la risposta ordinaria della maggioranza.
Il secondo: non è un tratto. Non è una caratteristica che si possiede in modo stabile e trasversale, e la stessa persona può mostrarsi resiliente in un ambito e non in un altro, in un momento e non in un altro.
Il terzo: dipende in larga parte dalle risorse disponibili. Supporto sociale, condizioni economiche, accesso ai servizi, stabilità abitativa. Sono variabili di contesto, non di carattere.
Ne segue la correzione più importante: descrivere la resilienza come qualità personale attribuisce a chi non ce la fa la responsabilità di condizioni che non ha scelto. È il costo concreto della retorica corrente.
Cosa la sostiene
I fattori con supporto migliore sono in gran parte relazionali.
La presenza di almeno una relazione stabile e affidabile è, nella ricerca sullo sviluppo, il fattore protettivo più consistente in assoluto. Ne basta una.
Il senso di efficacia: la convinzione di poter incidere su qualcosa, che si costruisce sull’esperienza di essere riusciti, non sulle affermazioni positive.
La presenza di routine e di prevedibilità, che riducono il carico durante i periodi difficili.
La capacità di flessibilità: usare strategie diverse a seconda della situazione, anziché applicare sempre la stessa. È un risultato consistente, e contraddice l’idea che esista una strategia migliore in assoluto.
E l’appartenenza a un contesto che riconosce la persona, che è la componente più visibile nelle comunità e la meno considerata negli interventi individuali.
Cosa va ridimensionato
Alcune affermazioni molto diffuse non reggono.
Che ciò che non uccide rafforzi: l’esposizione ad avversità gravi e ripetute si associa a esiti peggiori, non migliori. Una dose moderata di difficoltà affrontate con supporto può avere effetti positivi, ma la generalizzazione è falsa e dannosa.
La crescita post-traumatica come esito atteso: il fenomeno è documentato come racconto, ma le misure retrospettive non sempre corrispondono a un cambiamento reale. Presentarla come obiettivo aggiunge a chi soffre il compito di ricavare qualcosa di buono da ciò che ha subito.
I programmi di addestramento alla resilienza, i cui effetti risultano modesti e spesso poco duraturi, in particolare quando sono brevi e individuali.
E l’uso del termine in contesti organizzativi come richiesta implicita di sopportare condizioni che andrebbero cambiate. È l’uso più problematico, perché sposta sull’individuo un problema di sistema.
Cosa se ne ricava
- Non chiedersi se si è resilienti, ma quali risorse si hanno e quali mancano: è una domanda con risposte praticabili.
- Investire sulle relazioni prima che servano, perché sono il fattore più solido e non si costruiscono nell’emergenza.
- Proteggere ciò che regge nei periodi difficili: sonno, ritmi, piccole attività quotidiane.
- Variare le strategie anziché insistere con quella abituale quando non funziona.
- E non usare la parola per chiedere a qualcuno di sopportare l’insopportabile: quando le condizioni sono il problema, la resilienza non è la risposta.
Domande frequenti
La resilienza e una qualita rara?
No: gli studi mostrano che il mantenimento di un funzionamento stabile dopo un’avversita e la traiettoria piu frequente.
E un tratto di personalita?
No: non e stabile ne trasversale, e dipende in larga parte dalle risorse disponibili, che sono variabili di contesto.
Cio che non uccide rafforza?
No: l’esposizione ad avversita gravi e ripetute si associa a esiti peggiori. La generalizzazione e falsa e dannosa.
Qual e il fattore protettivo piu solido?
La presenza di almeno una relazione stabile e affidabile. Ne basta una, ed e il risultato piu consistente della ricerca sullo sviluppo.
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