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La Regista e Mefistofele: Leni Riefenstahl alla Corte di Hitler

Ci sono vite che non stanno in poche righe, e menti che non si lasciano giudicare facilmente. Quella di Leni Riefenstahl, regista di straordinario talento e insieme cineasta del regime nazista, è una di queste. Come poté una donna così dotata e indipendente mettere la propria arte al servizio di Hitler, per poi trincerarsi dietro […]

Psicolab — La Regista e Mefistofele: Leni Riefenstahl alla Corte di Hitler
Ci sono vite che non stanno in poche righe, e menti che non si lasciano giudicare facilmente. Quella di Leni Riefenstahl, regista di straordinario talento e insieme cineasta del regime nazista, è una di queste. Come poté una donna così dotata e indipendente mettere la propria arte al servizio di Hitler, per poi trincerarsi dietro un “non sapevo”? La sua storia diventa l’occasione per riflettere su un tema profondamente psicologico: i meccanismi di difesa con cui la mente umana può dissociarsi dall’orrore che le accade accanto.

Una vita straordinaria

Centouno anni trascorsi tra noi, e non uno sprecato. Leni Riefenstahl era una di quelle donne terribilmente talentuose, in una maniera versatile e tutta sua, che non si è fermata nemmeno con l’età. Nata a Berlino nel 1902, in una famiglia della middle class con un padre dalla mentalità rigida, la piccola Leni mostra fin da subito una spiccata vena artistica: inizia dipingendo e cresce danzando, contro le ire del padre e con la certezza che quella sarebbe stata la sua strada.

Giovanissima, ottiene i primi successi teatrali col suo corpo plastico, più intenso che aggraziato. Ma una lesione al ginocchio le impedisce di continuare a danzare: significa gettare a terra tutto ciò che aveva desiderato e ricostruirsi. È nel buio di una sala cinematografica che scopre la sua via di fuga: la macchina da presa, l’immagine in movimento come in movimento erano state le sue gambe.

Dall’immagine davanti alla macchina da presa a dietro

All’inizio Leni è protagonista dell’immagine, non ancora autrice. Arnold Fanck è un noto regista di “film di montagna”, pellicole ambientate su cime impervie. Leni ama il genere e insiste finché non ottiene una parte: diventa attrice di ben sei suoi lavori, ed è brava in tutto ciò che intraprende. Sul set impara le tecniche, capisce come si cattura l’immagine dinamica e comincia a proporre idee per migliorare la fotografia. Trova uno stile proprio, lo coltiva e innova davvero: nuovi filtri, nuovi tagli di ripresa, effetti che il cinema le avrebbe poi “copiato” nei decenni successivi.

Immaginifica, magnetica, determinatissima: una donna poco adatta ai canoni nazionalsocialisti della femmina prolifica delle tre K, Kinder, Küche, Kirche (bambini, cucina, chiesa), silenziosa e remissiva. Eppure è proprio nel maschilismo nazista che trova il suo terribile mecenate e la propria ascesa.

Alla corte di Hitler

Hitler si appassiona alle sue capacità, la cerca, le offre la “gloria” di essere la regista del Reich, quella che deve esaltarne la grandezza. Leni, che non si è mai particolarmente interessata di politica, accetta. A posteriori le sarà fatto notare che il disinteresse non è una buona ragione per chiudere gli occhi davanti alla barbarie. Come Albert Speer, architetto e poi ministro di Hitler, sosterrà di aver soltanto approfittato di un potere artistico che altrimenti non avrebbe avuto, senza essere antisemita né coinvolta nei maneggi del regime. Ma quel mecenate non era un Mecenate: era piuttosto un Mefistofele.

La vittoria della fede, Il trionfo della volontà e Olympia sono i suoi capolavori: i primi due testimonianze filmate della propaganda nazista a Norimberga, il terzo girato durante le Olimpiadi di Berlino. Se osservate oggi, quelle pellicole sembrano girate pochi mesi fa: la grandiosità del taglio, la plasticità dei corpi e del paesaggio, la musica roboante, le prospettive mobilissime. Leni era pignola fino all’ossessione, capace di rigirare la stessa scena infinite volte pur di ottenere l’effetto voluto: un potere che esaltava la vanagloria di Hitler e irritava Goebbels, a capo della propaganda, infastidito da tanta influenza in una donna, l’unica davvero potente lì dentro.

Il prezzo della complicità

C’è nella Riefenstahl un certo disgusto per gli orrori della guerra, ma mai abbastanza da allontanarla da Mefistofele. Caduto il nazismo, trascorrerà quattro anni in un campo di detenzione francese: aveva contribuito alla fama di Hitler, era stata alla sua tavola, si era arricchita del suo favore ed era rimasta lì. Certo, non aveva firmato sentenze di morte né caricato persone su treni senza ritorno. Ma può bastare, per assolversi, il “non mi occupavo di politica”?

Terminate le indagini e processata più volte, torna infine libera, si sposa e si dedica alla fotografia, ancora una volta con successo. Pur criticata per il suo passato, diventa una stimata fotografa, occupandosi soprattutto dei Nuba, una tribù del Sudan: dalla presunta “razza” ariana a quella africana. I suoi scatti sono ammirati ancora oggi. Ultrasettantenne, prende il brevetto subacqueo, sopravvive a uno schianto aereo e si spegne serenamente nel 2003, superato il secolo.

La psicologia del “non sapevo”

Indubbi il talento e la personalità; ben più dubbia la cecità che sostiene di aver avuto. Come Speer, di fronte all’Olocausto si è trincerata dietro un “non sapevo, non me ne occupavo io”. Può bastare? Un’intera nazione dichiarò di non essersi accorta dello sterminio di milioni di persone, mentre leggi esplicite ne mostravano le intenzioni e gli individui venivano perseguitati per strada. In questo senso Riefenstahl fu figlia del proprio tempo, simbolo di uno sguardo deliberatamente spostato altrove.

Ma il caso è più complesso. Nella Psicologia delle folle (1895) Gustave Le Bon descriveva la folla come irrazionale, mossa da emozioni e non dalla ragione, terreno fertile per l’ascesa dei dittatori. Leni, però, non era una folla: era profondamente sé stessa, un’individualista con convinzioni definite e poco influenzabili. Come si spiega allora la sua dissociazione? Attraverso i meccanismi di difesa che la mente attiva di fronte a un vantaggio personale: la negazione, la razionalizzazione, la rimozione. “Io non sapevo, io pensavo al mio mestiere, non stava a me chiedermi da dove venissero fama e denaro”: un vero e proprio mantra postbellico.

La responsabilità dell’artista

Che l’arte non si occupi di moralità è discutibile; che non se ne occupi l’artista è un’altra cosa. La Riefenstahl era, per usare un concetto elaborato dallo psicologo Julian Rotter, una persona con un forte locus of control interno: convinta di determinare da sé il proprio destino. Eppure scelse di non vedere. Di infiniti esempi di singoli che seppero opporsi siamo consapevoli; con lei non funzionò, perché il prezzo del rifiuto sarebbe stato troppo alto: rinunciare a mostrare al mondo il proprio straordinario talento. Era così dotata che niente contava più di quello. Come diceva un diavolo cinematografico interpretato da Al Pacino, “la vanità è il mio peccato preferito”.

Domande frequenti

Chi era Leni Riefenstahl?

Una regista e fotografa tedesca (1902-2003) di grande talento tecnico, autrice di film propagandistici per il regime nazista come “Il trionfo della volontà” e “Olympia”. Dopo la guerra si dedicò alla fotografia, restando una figura tanto ammirata quanto controversa.

Perché la sua storia interessa la psicologia?

Perché illustra i meccanismi di difesa con cui la mente si dissocia dall’orrore per un tornaconto personale: negazione, razionalizzazione e rimozione. Il suo “non sapevo” è un caso emblematico di come si possa convivere con una realtà terribile evitando di guardarla.

Cos’è il “locus of control”?

È un concetto dello psicologo Julian Rotter che indica quanto una persona attribuisca gli eventi al proprio controllo (locus interno) o a fattori esterni. Riefenstahl aveva un forte locus interno: si sentiva artefice del proprio destino, il che rende la sua “cecità” ancora più problematica.

La responsabilità morale dell’artista può essere separata dalla sua arte?

È il nodo centrale della vicenda. Anche ammettendo che l’arte in sé sia amorale, l’artista resta una persona con responsabilità etiche. Sostenere di aver “solo fatto il proprio lavoro” non basta a sciogliere il coinvolgimento in un sistema criminale.

La vicenda di Leni Riefenstahl mette in luce un meccanismo psicologico inquietante: come una persona intelligente, talentuosa e con un forte senso del proprio controllo possa dissociarsi dall’orrore che le accade accanto, pur di non rinunciare a un vantaggio personale. Negazione, razionalizzazione e rimozione trasformano il “non sapevo” in un rifugio morale. La sua storia ci ricorda che la responsabilità dell’artista non si esaurisce nel suo talento, e ci pone una domanda scomoda: di fronte a fama e ambizione, quanto saremmo disposti a non vedere?
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