I problemi di sempre
Lo studioso di comunicazione Vincent Price ha individuato alcune preoccupazioni che da sempre assillano chi analizza l’opinione pubblica: tanto più fondate se la si confronta con i sondaggi. Questi problemi si possono raggruppare in due grandi categorie.
La prima riguarda la potenziale superficialità dell’opinione pubblica: la mancanza di competenza (disinteresse o poca attenzione verso le questioni politiche) e la mancanza di informazione del cittadino, spesso frutto di una comunicazione politica lacunosa. La seconda riguarda la sua influenzabilità: il dominio di poche élite rispetto alla passività della massa, il condizionamento basato su leve emotive più che razionali, e la cosiddetta “tirannia della maggioranza”, la tendenza a mantenere l’opinione pubblica a un livello di consapevolezza mediocre, dando poco spazio ai segmenti minoritari.
La rivoluzione dei sondaggi
La vera svolta nello studio dell’opinione pubblica avviene negli anni Trenta del Novecento, grazie allo sviluppo di tecniche quantitative per misurare gli atteggiamenti e all’applicazione della teoria del campionamento alla ricerca sociale.
Un episodio è rimasto celebre: le previsioni sulle elezioni presidenziali americane del 1936. I primi grandi sondaggisti, usando in modo scientifico le tecniche di campionatura, riuscirono a prevedere con precisione l’esito del voto. Al contrario, una prestigiosa rivista dell’epoca sbagliò completamente, perché aveva condotto il sondaggio su un pubblico vastissimo ma con criteri di campionamento del tutto casuali. La lezione fu chiara: conta più la qualità del campione che la sua semplice ampiezza.
Dalla radio alla TV: nasce la società di massa
Nel corso del secolo, due mutamenti (uno tecnologico e uno sociale) cambiano l’essenza stessa dell’opinione pubblica. Sul piano tecnologico, nasce la radio, il primo vero mezzo di comunicazione di massa, capace di trasmettere informazioni da pochi emittenti a una moltitudine indistinta di persone. Con la televisione, la comunicazione di massa raggiunge la sua consacrazione, trasformando l’identità del cittadino: da singolo individuo a parte di una massa indistinta.
A questo si aggiunge un cambiamento economico: l’affermarsi di un’economia consumistica. Insieme, questi fattori modificano profondamente il significato e il ruolo dell’opinione pubblica.
“Pubblico” contro “massa”
Una distinzione illuminante è quella tra i termini “pubblico” e “massa”. Secondo la concezione tradizionale, nata con l’Illuminismo e il pensiero liberale, l’opinione pubblica è un’entità organizzata, numericamente ridotta, basata su un confronto razionale di idee. L’opinione di massa, invece, è quella moltitudine indistinta chiamata “gente”, che non prevede alcun dibattito razionale ed è preda delle suggestioni dei media e della propria emotività.
Il cambiamento ha conseguenze anche sulla politica, che diventa demagogica: per conquistare il pubblico punta sulla persuasione, sulla seduzione e sull’emotività, anziché sull’argomentazione. La comunicazione politica si avvicina così a quella pubblicitaria, e il cittadino-elettore assomiglia sempre più a un consumatore. In questa cornice, l’opinione di massa non ha un ruolo attivo: può far sentire la sua voce solo passivamente, attraverso i sondaggi. Un’efficace sintesi: l’opinione pubblica conta, mentre l’opinione di massa viene contata, dai sondaggi, appunto.
Diverse diagnosi, diverse cure
Di fronte a questa crisi, gli studiosi hanno proposto letture e soluzioni diverse.
- Alcuni vedono una speranza in Internet: un nuovo “luogo pubblico virtuale” capace di restituire alla collettività quello spazio di discussione che si era perso con radio e TV. Dalle ceneri della vecchia opinione pubblica potrebbe così nascere una nuova coscienza pubblica, anche internazionale.
- Altri, riprendendo le analisi di Habermas già chiare negli anni Sessanta, propongono di recuperare la dimensione del “privato” (inteso come momento di formazione culturale e civica) travolto dalla società di massa. Ripristinare il rapporto comunicativo tra privato e pubblico sarebbe la via per restituire all’opinione pubblica la capacità di intervenire davvero sulle questioni comuni.
- Altri ancora sottolineano il ruolo decisivo dei media di massa nella storia (in particolare la radio come strumento di condizionamento delle masse nei periodi dei conflitti mondiali) e l’arrivo in Europa dei sondaggi dopo la Seconda guerra mondiale, che ha stravolto l’essenza della pubblica opinione, riducendola a un oggetto da sondare, un campione della popolazione nelle mani dell’informazione e della politica.
Alla luce di tutto questo, sembra quasi profetico il celebre e provocatorio titolo di un saggio di Pierre Bourdieu del 1976: “l’opinione pubblica non esiste”. Un’affermazione estrema, certo, ma che coglie un nodo reale: quanto di ciò che chiamiamo “opinione pubblica” è davvero espressione consapevole dei cittadini, e quanto è invece una costruzione dei media e degli strumenti che la misurano? È una domanda che, nell’epoca dei social network, resta più aperta e attuale che mai.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra opinione pubblica e opinione di massa?
L’opinione pubblica, di matrice illuminista, è un’entità organizzata e ristretta, basata sul confronto razionale di idee. L’opinione di massa è la moltitudine indistinta della “gente”, priva di dibattito razionale, influenzabile ed emotiva, che può esprimersi solo passivamente attraverso i sondaggi.
Perché gli anni Trenta furono una svolta?
Perché si svilupparono tecniche quantitative per misurare gli atteggiamenti e si applicò la teoria del campionamento alla ricerca sociale. Le previsioni sulle presidenziali americane del 1936 dimostrarono che un campione scientificamente costruito è più affidabile di uno vastissimo ma casuale.
Come hanno cambiato l’opinione pubblica radio e TV?
Hanno dato vita alla comunicazione di massa, trasformando il cittadino da singolo individuo a parte di una massa indistinta. Insieme all’economia consumistica, hanno reso la politica più demagogica e la comunicazione politica sempre più simile a quella pubblicitaria.
Cosa significa che “l’opinione pubblica non esiste”?
È il titolo provocatorio di un saggio di Bourdieu del 1976. Coglie un nodo reale: gran parte di ciò che chiamiamo opinione pubblica sarebbe una costruzione dei media e dei sondaggi, più che l’espressione consapevole dei cittadini. Una questione ancora attualissima nell’era dei social.
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