di Doriano Filippini
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una trasformazione inquietante delle nostre piazze virtuali.
Quella che doveva essere un’utopia di connessione globale si è spesso trasformata, specialmente
dopo la “migrazione forzata” della socialità post-pandemia, in un’arena di tossicità e aggressioni
sistematiche. Ma cosa spinge individui apparentemente ordinari a trasformarsi in “troll”? Siamo
abituati a pensare che la colpa risieda esclusivamente nello “schermo” o nell’anonimato. Tuttavia,
una ricerca dirompente condotta da Soares, Gruzd, Jacobson e Hodson (2023), su un campione di
359 studenti universitari, ha messo in discussione le nostre certezze. Il problema non è lo strumento
tecnico, ma una complessa architettura di motivazioni umane e vulnerabilità cognitive che meritano
un’analisi clinica.
Perché l’anonimato è un falso colpevole
Spiegare il bullismo online solo attraverso la disinibizione digitale — l’idea che l’anonimato e l’
asincronicità (il non dover guardare la vittima negli occhi in tempo reale) annullino i freni inibitori
— è ormai un paradigma superato. La ricerca di Soares et al. evidenzia che questa variabile non è
un predittore significativo del comportamento antisociale. Il vero nodo della questione, risiede nel
fatto che l’ambiente digitale è diventato il palcoscenico primario di dinamiche umane preesistenti.
Già Neil Postman avvertiva che l'”entertainment frame” (l’obbligo di trasformare tutto in
intrattenimento) avrebbe inquinato il discorso pubblico. Oggi, come suggerisce Jason Hannan, le
piattaforme hanno trasfigurato la sfera pubblica in una “scuola superiore globale”, dove la
provocazione è assurta a genere comunicativo dominante.
“I risultati indicano che il picco di comportamenti antisociali online riguarda meno la disinibizione
digitale e più il fatto che la maggior parte delle interazioni sociali si è spostata nell’ambiente
online.”
Trolling come “Valuta”: status e intrattenimento proattivo
Perché un giovane adulto decide di aggredire un estraneo? La ricerca distingue tra motivazioni
“aversive” (reagire a un torto) e motivazioni “proattive-appetitive” (cercare attivamente un
piacere). Contrariamente a quanto si crede, l’aggressione online è raramente una risposta alla rabbia;
è, piuttosto, una forma di intrattenimento deliberato guidato da due motori:
- Svago (Recreation): Un impulso sadico-appetitivo volto a cercare eccitazione attraverso la
provocazione fine a se stessa. - Ricompensa (Reward): Una ricerca calcolata di status, potere e approvazione sociale tra i
propri pari.
A causa delle restrizioni pandemiche, la disperata ricerca di prestigio sociale è migrata in massa sul
web. In questo “liceo digitale”, il trolling è diventato una vera e propria moneta di scambio per
ottenere visibilità. Non è un errore del sistema, ma una strategia di sopravvivenza sociale in un
ambiente dove siamo tutti “intrappolati” insieme.
L’Analfabetismo del calcolo: perché il cuore non basta
Un altro mito da sfatare è quello del “troll” come individuo con bassa autostima. I dati smentiscono
categoricamente: non esiste alcun legame tra la fiducia in sé e la cyber-aggressione. Il vero deficit
risiede nella vulnerabilità dell’empatia cognitiva. Dobbiamo distinguere tra l’empatia affettiva
(sentire il dolore altrui) e l’empatia cognitiva (comprendere razionalmente l’impatto delle proprie
azioni). I perpetratori non sono necessariamente “mostri senza cuore”, ma soggetti con un marcato
deficit di calcolo: non riescono a processare logicamente quanto dolore stiano causando. Questa
“cecità razionale” permette loro di perseguire lo svago appetitivo senza il peso del senso di colpa.
“Gli autori di reato potrebbero adottare comportamenti antisociali online perché non comprendono
i sentimenti delle loro vittime.”
La soluzione è l’attrito, non la censura
Se l’aggressione è spesso un atto d’impulso dettato dal loop piacere-ricompensa, la soluzione non
può essere solo il ban definitivo. La ricerca suggerisce l’efficacia dell’attrito (friction): interventi
tecnici che forzano una pausa riflessiva. Esperimenti condotti da importanti piattaforme di
microblogging come Twitter dimostrano che invitare un utente a riconsiderare un commento
offensivo prima della pubblicazione può abbattere drasticamente la tossicità. Un dato è
particolarmente illuminante: una survey su utenti rimossi dalle piattaforme ha rivelato che meno del
2% aveva l’intenzione deliberata di ferire. La maggior parte ha agito per impulso, non per malizia
premeditata. Dobbiamo inoltre affrontare il deficit educativo: le regole delle community sono
spesso sepolte in “legalesi” inaccessibili. Rendere le norme comuni visibili e intellegibili è una
strategia molto più potente di qualsiasi algoritmo di censura.
Conclusione: siamo noi gli architetti
Il comportamento antisociale online non è un “bug” tecnico, ma una scelta alimentata dalla nostra
ricerca di status e piacere. Abbiamo permesso all’entertainment frame di sfumare il confine tra
satira e distruzione personale. La ricerca di Soares et al. ci restituisce la nostra responsabilità: il
trolling è un riflesso diretto della nostra “dieta sociale”. Come utenti, siamo noi a decidere quale
comportamento validare. Ogni volta che mettiamo “like” a un commento feroce solo perché è
divertente, stiamo emettendo la valuta che tiene in piedi la gerarchia di questo liceo digitale.
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