Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Nevrosi della Medicina

La medicina moderna è sempre più specializzata: esistono esperti di un singolo organo, di una singola malattia. Un progresso straordinario, ma con un rischio nascosto. A furia di scomporre l’essere umano in “pezzetti”, si rischia di perdere di vista la persona nella sua interezza, con le sue emozioni, i suoi pensieri, la sua domanda di […]

Psicolab — La Nevrosi della Medicina
La medicina moderna è sempre più specializzata: esistono esperti di un singolo organo, di una singola malattia. Un progresso straordinario, ma con un rischio nascosto. A furia di scomporre l’essere umano in “pezzetti”, si rischia di perdere di vista la persona nella sua interezza, con le sue emozioni, i suoi pensieri, la sua domanda di senso. È quella che possiamo chiamare la “nevrosi della medicina”.

L’era dell’iperspecializzazione

Chiunque frequenti gli ospedali, come professionista o come paziente, nota un tratto ormai consolidato: la specializzazione spinta della scienza medica. Dalla medicina generale sono nate nel tempo la gastroenterologia, l’epatologia, la nefrologia, l’ematologia e molte altre branche. Oggi si è arrivati alle microspecializzazioni: esistono specialisti che limitano la loro attività a una singola patologia, l’esperto esclusivo della tiroide, o di una specifica malattia.

Tutto questo risponde a legittime esigenze di studio e perfezionamento: l’iperspecialista dovrebbe individuare e curare la patologia di sua competenza in modo più efficace di chiunque altro. È un progresso reale. Ma è utile confrontarlo con una figura del passato per capire cosa, forse, si è perso.

La lezione del medico di famiglia

Viene spontaneo il paragone con l’antico medico di famiglia. A fronte di una scarsità di mezzi tecnologici, era spesso in grado di cogliere le patologie al loro stadio iniziale, grazie a una profonda conoscenza dei propri assistiti. Entrava nell’ambito familiare, sapeva cogliere empaticamente ogni cambiamento di umore o atteggiamento, diventava il punto di riferimento di intere famiglie.

Non si tratta di rimpiangere il passato o di rinunciare alla tecnologia, ma di riconoscere che quella figura custodiva qualcosa di prezioso: uno sguardo unitario sulla persona, e non solo sulla malattia.

La radice del problema: una visione dicotomica

L’iperspecializzazione, in fondo, è figlia di una lunga tradizione culturale: quella dicotomia di matrice cartesiana che ha concentrato il sapere medico quasi esclusivamente sul piano biologico-molecolare, lasciando il resto ad altri settori come la psicologia o la filosofia. Ma la realtà dell’uomo non è dicotomica: è unitaria. La persona non è fatta solo di molecole, ma anche di emozioni, pensieri e di ciò che possiamo chiamare spiritualità, intesa come domanda di senso.

Se non fosse così, perché di fronte a una diagnosi difficile una persona si chiede “perché proprio a me?”. Non è una domanda secondaria: la risposta che ciascuno riesce a darsi può influenzare il decorso stesso della malattia e la capacità di aderire alle cure. Corpo e mente non sono compartimenti separati.

La “nevrosi noogena” di Viktor Frankl

A questo proposito è illuminante il pensiero dello psichiatra Viktor Frankl. Secondo Frankl, la persona che non si pone una domanda di significato va incontro a quella che lui chiama nevrosi noogena: una condizione che si manifesta nella noia, nel senso di vuoto e nella ricerca affannosa del piacere su uno sfondo di passività. È una lettura che sembra descrivere bene molti aspetti della società contemporanea, e che aiuta a comprendere fenomeni come la ricerca ossessiva dello “sballo”.

Anche la medicina può ammalarsi

Il punto più interessante è che questa “nevrosi” può colpire non solo le persone, ma la medicina stessa come istituzione. La frustrazione di molti medici oggi nasce dal dover sottostare a regole dettate da esigenze economiche, che richiedono doti manageriali. Evitare gli sprechi è doveroso, per carità, ma l’atto medico dovrebbe avere come primo motore la persona, non il bilancio.

Quando questo equilibrio si perde, la medicina rischia una sua “nevrosi noogena”, diventando succube di logiche politiche ed economiche. I sintomi sono palpabili: la mancanza di empatia, le visite dalla durata prestabilita, il non dare spazio alla parola dei pazienti, e, come reazione, la fuga di molti verso le cosiddette medicine alternative. Serve, allora, una nuova ricerca di significato dell’essere medico, quello stesso senso che già Ippocrate cercava alle origini della professione.

Non a caso, alcune discipline recenti segnano una marcia a ritroso verso l’unità. La nascita della psiconeuroendocrinoimmunologia, per esempio, riflette proprio il tentativo di restituire all’intervento medico la sua originaria unitarietà, studiando come mente, sistema nervoso, ormoni e difese immunitarie dialoghino tra loro. È il segno di una consapevolezza che riaffiora: possiamo scomporre l’essere umano in tanti pezzetti e studiarlo per settori, ma l’unica vera risposta è dentro quell’unità inscindibile e irripetibile che è la persona.

Domande frequenti

Cosa si intende per “nevrosi della medicina”?

È l’idea che la medicina, a furia di specializzarsi e sottostare a logiche economiche, rischi di perdere di vista la persona nella sua interezza. Il termine richiama la “nevrosi noogena” di Frankl: un vuoto di senso che può colpire non solo gli individui, ma la professione medica stessa.

L’iperspecializzazione è un male?

No, è anche un grande progresso: permette diagnosi e cure più efficaci. Il rischio è che, concentrandosi solo sul piano biologico-molecolare, si dimentichi che la persona è un’unità fatta anche di emozioni, pensieri e domanda di senso. Serve equilibrio tra competenza specialistica e sguardo unitario.

Cos’è la nevrosi noogena secondo Frankl?

È la condizione, descritta dallo psichiatra Viktor Frankl, di chi non si pone una domanda di significato. Si manifesta con noia, senso di vuoto e ricerca affannosa del piacere su uno sfondo di passività. Frankl la collega alla perdita di senso tipica della società contemporanea.

Perché la domanda di senso influisce sulla salute?

Perché l’essere umano è un’unità psico-fisica: emozioni e significati influenzano il corpo. La risposta che una persona riesce a dare alla domanda “perché proprio a me?” può incidere sul decorso della malattia e sulla capacità di aderire alle cure.

La medicina moderna è sempre più specializzata, fino alle microspecializzazioni: un progresso reale, ma con un rischio. Concentrandosi solo sul piano biologico-molecolare, secondo una visione dicotomica di matrice cartesiana, si perde di vista la persona come unità fatta anche di emozioni, pensieri e domanda di senso. Il medico di famiglia del passato custodiva proprio questo sguardo unitario ed empatico. Il pensiero di Frankl offre una chiave: chi non si pone una domanda di significato cade nella “nevrosi noogena”, vuoto che può colpire anche la medicina come istituzione, quando le logiche economiche prevalgono sulla persona. Discipline come la psiconeuroendocrinoimmunologia segnano il ritorno all’unità. Perché l’uomo, per quanto scomponibile in settori, resta inscindibile e irripetibile.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *