Psicologia Sociale e del Comportamento

La musicalità della sofferenza

Che la musica faccia stare meglio è un’affermazione talmente ovvia da non sembrare verificabile. Lo è, invece, e ciò che i dati mostrano riguarda usi precisi (dolore, ansia, demenza, riabilitazione) con effetti di entità diversa da quelli che il senso comune attribuisce. Articolo divulgativo. La musicoterapia e una disciplina con formazione specifica: cio che si […]

Psicolab — La musicalità della sofferenza
Che la musica faccia stare meglio è un’affermazione talmente ovvia da non sembrare verificabile. Lo è, invece, e ciò che i dati mostrano riguarda usi precisi (dolore, ansia, demenza, riabilitazione) con effetti di entità diversa da quelli che il senso comune attribuisce.
Articolo divulgativo. La musicoterapia e una disciplina con formazione specifica: cio che si descrive qui non sostituisce un trattamento ne una valutazione clinica.

Cosa accade quando ascoltiamo musica

Il coinvolgimento cerebrale è ampio: aree uditive, motorie, limbiche e di ricompensa vengono attivate insieme, il che rende la musica un caso raro di stimolo che tocca simultaneamente percezione, movimento ed emozione.

Un fenomeno documentato riguarda i brividi musicali, associati a rilascio di dopamina nelle aree della ricompensa. Ciò che li produce è la struttura temporale dell’attesa: la musica crea aspettative, e il valore emotivo si concentra nei momenti in cui vengono confermate o violate.

Va corretto un punto ricorrente: che la musica «attivi le emozioni» non spiega nulla di specifico. L’elemento distintivo è la previsione, ed è per questo che una musica familiare può commuovere più di una nuova e oggettivamente più bella.

Un’osservazione che merita cautela: l’idea di un’origine evolutiva della musica come adattamento è discussa, e non esiste consenso.

Perché cerchiamo musica triste quando stiamo male

È il paradosso più studiato, e le spiegazioni proposte convergono su alcuni punti.

La tristezza provata attraverso la musica è estetica: non comporta le conseguenze reali della tristezza vissuta, e questo la rende tollerabile e persino piacevole.

Funziona come validazione: sentire il proprio stato rappresentato riduce la sensazione di esserne gli unici portatori.

Va però segnalato un limite documentato: in alcune persone, in particolare adolescenti con umore depresso, l’ascolto ripetuto di musica congruente all’umore si associa a ruminazione e a un peggioramento, non a un sollievo. La distinzione utile è fra un ascolto che elabora e uno che mantiene fermi nello stesso pensiero.

Gli usi con evidenze

Qui il quadro è più definito di quanto ci si aspetti.

Sul dolore e sull’ansia in ambito medico (prima e durante procedure, nel post-operatorio) le rassegne mostrano riduzioni consistenti di ansia e, in misura minore, del dolore percepito e del consumo di analgesici. È l’evidenza più solida.

Nella demenza, gli interventi musicali si associano a riduzione dell’agitazione e dei sintomi depressivi. La memoria per la musica familiare è relativamente preservata anche in fasi avanzate, e questo apre un canale quando altri si sono chiusi.

Nella riabilitazione motoria, la stimolazione ritmica uditiva ha evidenze sul cammino nel Parkinson e dopo ictus: il ritmo fornisce un riferimento temporale esterno che il sistema motorio utilizza.

Nell’afasia esistono tecniche basate sul canto con qualche evidenza, e nella nascita pretermine la musica dal vivo si associa a parametri fisiologici migliori.

Va invece respinto ciò che circola di più: l’effetto Mozart, cioè che ascoltare musica classica renda più intelligenti, non è mai stato dimostrato. Il risultato originario riguardava un miglioramento breve in un compito spaziale, spiegabile con l’attivazione e l’umore, e le repliche non lo hanno confermato.

Cosa se ne ricava, in pratica

  • Per regolare l’umore, funziona meglio partire da musica congruente con lo stato attuale e spostarsi gradualmente, anziché imporsi subito qualcosa di allegro.
  • Verificare se l’ascolto elabora o rumina: se dopo un’ora si è ancora sullo stesso pensiero, sta facendo la seconda cosa.
  • Per attivarsi, il tempo conta più del genere.
  • Con una persona con demenza, cercare la musica della sua giovinezza: i ricordi musicali autobiografici si concentrano in quel periodo.

Domande frequenti

Perche la musica triste piace quando si sta male?

Perche la tristezza estetica non comporta le conseguenze di quella vissuta e perche sentirsi rappresentati riduce l’isolamento.

Ascoltare musica triste puo far male?

In alcune persone, in particolare adolescenti con umore depresso, l’ascolto ripetuto congruente all’umore si associa a ruminazione e peggioramento.

La musica riduce davvero dolore e ansia?

Le rassegne in ambito medico mostrano riduzioni consistenti dell’ansia e minori del dolore percepito e del consumo di analgesici.

L’effetto Mozart esiste?

No. Il risultato originario riguardava un miglioramento breve in un compito spaziale, spiegabile con attivazione e umore, e non e stato replicato.

La musica coinvolge insieme percezione, movimento ed emozione, e il suo valore emotivo dipende dalla struttura dell’attesa. La musica triste consola perche la tristezza estetica non ha conseguenze reali, ma in alcune persone alimenta ruminazione. Gli usi con evidenze riguardano ansia e dolore in ambito medico, agitazione nella demenza e riabilitazione motoria. L’effetto Mozart, invece, non esiste.
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